Il sacrificio al dio delle armi

“Ci hanno detto di chiudere gli occhi e di tenerci tutti per mano” racconta una bambina di nove anni al quotidiano locale, il Courant. Lei è stata fortunata e li ha riaperti. Venti dei suoi compagni in quella scuola elementare del Connecticut non li apriranno più vittime di un altro, e mai così straziante, sacrificio umano offerto sull’altare del dio revolver.

Tocca riscrivere ancora una volta – ma questo volta con il cuore in gola di chi ha, come me, nipoti in una scuola americana identica a quella dell’ultima strage degli innocenti – una storia che abbiamo scritto troppe volte. E che sicuramente, infallibilmente come la mira di chi spara su un piccolo gregge di bambini stretti gli uni agli altri con gli occhi chiusi, dovremo scrivere e leggere ancora.

Il Dio americano delle armi è insaziabile. Poiché su di esso, sulla canna dei primi schioppi ad avancarica, poi sulle “six shooter”, le Colt a sei colpi e sulle Winchester, gli Stati Uniti sono stati costruiti nel territorio del Nord America molto prima che si parlasse di leggi e di Costituzione, esige dai proprio adoratori e figli sempre più vittime, sempre più giovani e tenere, in un tributo senza fine, dove l’imperativo biblico si distorce in un “andate, e sterminatevi”. Non è stata questa la prima sparatoria in una scuola elementare e ce ne furono, in Kentucky, in Tennessee, in Virginia, dove anche bambini fecero fuoco su bambini. Ma una messe di sangue così tenero, così indubitabilmente limpido, neppure questa oscena divinità aveva mai preteso.Nelle prossime ore scopriremo che Adam Lanza, il giovane di origine italiana – in una regione che pullula di italo-americani – anche lui poco più di un ragazzo – che ha vuotato i caricatori di almeno quattro armi automatiche e sparato cento colpi sui bambini della Sandy Hook Elementary School dopo avere ucciso la madre insegnante, era un malato di mente, afflitto da inimmaginabili turbe. Sarà di nuovo la solita, inutile storia che leggemmo per Columbine, per il Politecnico della Virginia, per il cinema di Boulder e cento altre volte. Inutile perché soltanto gli adoratori di quella divinità possono ancora credere che “non siano le armi, ma gli uomini a uccidere”, come si sono affrettati a scrivere in tweets, sui blog e su Facebook centinaia di persone terrorizzate al pensiero che il governo federale, gli Stati e il Congresso cerchino di chiudere l’armeria privata.

Anche se, e non accadrà, il presidente Obama, lo Fbi, le polizie locali che da anni invocano norme restrittive almeno sulle armi di tipo militare, riuscissero a stringere un poco i rubinetti del commercio di morte, troppo grande è ormai l’arsenale perché si possa tornare indietro. Nel domandarci “chi” e “perché” questo ventenne italo americano di mite classe media, figlio di un’insegnante, allevato nella quieta noia di sobborghi alla Charlie Brown abbia potuto concepire una strage del genere contro i propri fratellini, infatti si evita sempre di porre la domanda essenziale: il “come”.

Qualunque tarlo consumasse il cervello di questo sciagurato infanticida e suicida (chi compie un’impresa simile sa di essere condannato a morire sotto i colpi della polizia e lo vuole) è ovvio che sono state le armi ad essere ciò che i militari chiamano il force multiplier, il moltiplicatore di potenza che trasforma un uomo qualunque in una macchina da guerra. Ma la fede nel diritto costituzionale a possedere un’arma, che in realtà la Costituzione scrive in maniera molto ambigua pur essendo stata concepita sull’onda di una ribellione armata con gli inglesi ancora vogliosi di rivincita, acceca ogni capacità razionale, ogni possibile logica.

Impedisce anche a un popolo che presume della propria pragmaticità, di vedere che la diffusione di armi da fuoco personale – una pistola in media a testa per 200 milioni di adulti – non ha impedito che crimini violenti venissero perpetrati e rarissimi sono i casi nel quali un assassino, o un malvivente, è stato dissuaso da una vittima armata. Evita di leggere le statistiche implacabili che indicano una proporzione diretta fra le armi e le vittime del loro fuoco.

Ignora le migliaia di persone che sono colpite, per dolo o per caso, dalle stesse pistole che hanno comperato per proteggersi in casa e il “bambino ucciso dal padre mentre pulisce l’arma” non fa più notizia. Neppure il luogo comune della lobby degli armaioli spiega molto, perché l’America ha saputo ribellarsi alla formidabile lobby del tabacco, e sa mettere alla frusta anche “Big Pharma”, le multinazionali della pillola, quando sono sorprese a commercializzare farmaci pericolosi per profitto.

No, la lobby regge perché il dio acceca coloro che vuole perdere, e una volta è la sottocultura punk-gotica, un’altra è il fantoccio di Batman, domani sarà Internet, o sarà Facebook, o la droga, o qualche altro alibi del momento a spiegare senza capire. Non è mai colpa del fatto che il mentecatto – sempre un maschio, si noti, che impugna quel moltiplicatore della propria virilità – invece di sfogarsi a pugni, di brandire una mazza da baseball, di maneggiare un coltello avesse sotto il dito uno strumento capace di sputare tre colpi al secondo, cento in pochi minuti. E quindi trasformarlo nel padrone della vita e della morte in un momento di wagnerismo da sobborgo, gonfio di ebbrezza. Ma chi di noi non vuole offrire le vite dei propri cuccioli all’altare di questa divinità demente non può fare altro che invitarli a chiudere gli occhi e morire tenendosi per mano.

Fonte: La Repubblica.it

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Witness – Beirut Photographer

 

Film-documentario tratto da al jazeera english.

George Azar, americano libanese, nel 1981 attraversa il confine siriano per entrare nel libano, pochi mesi prima dell’attacco israeliano. La straordinaria testimonianza fotografica di una delle più sanguinose vicende del Medio oriente che vide stragi come quelle di Sabra e Shatila, comparate all’odierno Libano.

 

Qui il link della pagina di Al-Jazeera English da cui è tratto il documentario: http://www.aljazeera.com/programmes/witness/2012/12/2012125125910849725.html

D I S . A M B . I G U A N D O

Non ho mai creduto – come molti – alla possibila vittoria di Matteo Renzi alle primarie del centrosinistra. Non ci ho mai creduto, però, per ragioni diverse da quelle che molti – lui stesso incluso – hanno sempre addotto: perché il cosiddetto “apparato” del Pd gli era contro (dai parlamentari ai dirigenti locali), perché il cosiddetto “popolo di sinistra” è più conservatore che innovatore, e così via. No. Per non crederci bastava osservare con attenzione lamacchina comunicativa che i suoi (Giorgio Gori in testa) gli hanno allestito per l’occasione: le ragioni della sconfitta erano scritte tutte lì dentro. C’erano all’inizio e ci sono rimaste fino alla fine. Eccole:

Renzi

  1. La comunicazione di Renzi era fuori target: troppo patinata, troppo smagliante, troppo televisiva, troppo copiata da quella americana, e perciò non adatta all’elettorato di centrosinistra italiano, che da vent’anni è abituato, da un lato, a collegare gli effetti sons…

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Abuna Mario

Ieri e’ stata una giornato molto intensa, iniziata la notte quando alle 3.00 sono andato a prendere all’aeroporto di Tel Aviv il parroco di Gaza, abuna George che stava tornando in Terrasanta, dopo aver visitato il padre ammalato, per poter rientrare a Gaza e stare vicino alla sua gente e a tutto il popolo Gazawi.

Abuna George e’ arrivato con il volto triste per le notizie che i suoi parrocchiani gli avevano mandato in Argentina. Dal desiderio di non perdere altro tempo, sarebbe voluto andare direttamente da Tel Aviv ad Eretz ma dopo una bella discussione l’ho convinto che tanto alle 4 di notte non lo avrebbero fatto entrare ed allora siamo tornati a BetJala dove abbiamo “dormito” un paio di ore per poi ripartire alla volta della Striscia di Gaza.

Arrivati ad Eretz alle 8,30 abbiamo trovato le strade bloccate un paio di km prima e dopo alcune telefonate…

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Bugie dalle gambe lunghe

Israele è sotto attacco; lo è da molto tempo, anche se per i media la guerra è cominciata esattamente alla prima risposta di Israele. Finché ogni giorno da Gaza partivano decine di razzi, no… tutto normale. Poi quando i lanci sono diventati quotidiani, dalle decine sono diventati centinaia, quando i già temibili razzi Grad hanno lasciato il passo ai Fajr5 iraniani, a lunga gittata, quando Israele ha deciso che non poteva sopportare più cio’ che nessun Stato al mondo sopporterebbe inerte, allora per i media è “scoppiata la guerra”! E naturalmente la colpa è stata tutta del “bullo del quartiere”, di quel piccolo Paese che non si vuol rassegnare a scomparire dalla faccia della terra, sotterrato dai missili e dall’odio.

Abbiamo letto di tutto: assassini, nazisti, peccato Hitler non fini’ il lavoro iniziato, Ebrei maledetti… questo nei blog; la stampa ufficiale, quella “seria”, ovviamente non ha avuto tempo né voglia…

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Keynes blog

Nel giugno di due anni fa un nutrito gruppo di economisti critici, su iniziativa di Bruno Bosco, Emiliano Brancaccio, Roberto Ciccone, Riccardo Realfonzo e Antonella Stirati, pubblica una lettera in cui si analizzano le cause della crisi, i pericoli che corre la moneta unica e le vie per uscirne. Sulla “lettera degli economisti” si accese all’epoca un vivace dibattito che vide contrapposti i firmatari a quelli che oggi sono i promotori del movimento “Fermare il declino”. 

A più di due anni di distanza il testo rimane attuale e premonitore, in particolare riguardo gli effetti controproducenti dell’austerità, la necessità di riformare la BCE, l’esigenza di una efficace regolamentazione bancaria.

Lo riproponiamo ai nostri lettori come materiale di riflessione.

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Uragano Sandy a Cuba: una catastrofe ignorata

La distruzione determinata dall’uragano Sandy.

L’uragano Sandy ha colpito anche Cuba. Qui si sono avute piogge torrenziali e venti che hanno sfiorato più di 200 chilometri all’ora. I danni sono stati consistenti, dagli alberi sradicati ai pali della luce abbattuti. L’uragano ha attraversato l’isola di Cuba per cinque ore, per poi spostarsi verso le Bahamas. La prima città ad essere colpita e ad aver riportato anche danni maggiori è stata Santiago, che è rimasta quasi del tutto allagata. I soccorsi non hanno potuto agire con tempestività, anche a causa del fatto che le comunicazioni sono state messe in difficoltà dai danni subiti dalle linee elettriche e telefoniche.

Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza per tre province nella zona a sud est dell’isola. Tuttavia non ci sono stati feriti. Il presidente cubano Raùl Castro ha dichiarato che tutti riceveranno l’assistenza di cui hanno bisogno.

Un vero e proprio disastro quello che è stato causato dall’uragano a Cuba. Il ciclone ha colpito l’isola provocando la stessa entità di danni che c’è stata a New York, divorata dalle fiamme a causa dell’uragano Sandy.

Come si può leggere anche dalle testimonianze apparse sul web, la gente di Cuba difficilmente riuscirà a dimenticare ciò che è successo, anche perché alcuni hanno perso davvero tutto, che poi non era molto in un territorio già di per sé povero e stroncato dai problemi sociali ed economici.

Un disastro, insomma, ma nessuno sembra averci fatto caso più di tanto, perché tutti si sono concentrati su New York, nell’analisi dei danni che l’uragano ha provocato nella Grande Mela. Come se anche in questo caso ad attirare l’attenzione fossero più i ricchi che i poveri.

E’ logico che a New York sono concentrati moltissimi interessi economici che mantengono in equilibrio tutto il mondo, ma questo non vuol dire che la situazione di Cuba debba essere trascurata.

L’uragano Sandy a Cuba non ha ricevuto la giusta attenzione che meritava. E’ possibile che anche in casi di catastrofi come queste ci si lascia trasportare da quell’attrazione per la ricchezza, a cui tutti sembrano estremamente attaccati?

FONTE: fattidicronaca.it

27/10/2012 – Siria

Siria: un bambino viene assistito dopo essere stato ferito dai bombardamenti da parte delle forze del regime, che hanno colpito la sua casa nella città settentrionale di Aleppo. Il drammatico bilancio della guerra civile sfiora i 35 mila morti, dei quali quasi 25 mila sono civili. Non c’è fine all’orrore in Siria: torture su bambini anche di solo otto anni, uccisi, violentati e usati come scudi umani nelle incursioni militari contro i ribelli.

Il 9 marzo scorso, nella provincia di Idlib, prima dell’attacco al villaggio di Ayn l’Arouz, le forze del governo hanno razziato decine di bambini tra gli 8 e i 13 anni: i ragazzini furono «usati dai soldati e dai miliziani come scudi umani, messi dinanzi ai finestrini degli autobus che trasportavano il personale militare dentro il villaggio per il raid». 

(Cfr. http://www.huffingtonpost.co.uk/2012/10/04/syria-children-lost-generation-killed-school-charity-lebanon_n_1939481.html#slide=1600957 , http://www.corriere.it/esteri/12_giugno_12/siria-onu-bambini-usati-come-scudi-umani_c295bebe-b460-11e1-8aac-289273c95a39.shtml)