“Né Assad né l’Opposizione possono vincere”

Secondo il vice presidente siriano Farouq al Sharaa ne le forze ribelli, che cercano di rovesciare il governo, ne il presidente potranno vincere la guerra civile senza una soluzione negoziata.

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Il vice presidente siriano ha riconosciuto che l’esercito non può sconfiggere le forze ribelli che cercano di rovesciare il regime e ha chiesto un “accordo storico” per salvare il paese dalla rovina. Le rare osservazioni spontanee di Farouq al-Sharaa, un musulmano sunnita in una struttura di potere dominato dalla minoranza alawita di Assad, ha suggerito che il regime assediato può contemplare una strategia di uscita solo quando le forze ribelli si avvicineranno alla capitale, Damasco.

“Non vedo come quello che le forze di sicurezza e le unità dell’esercito stanno facendo potrà portare ad una vittoria definitiva” .

“Tutte queste forze di opposizione non possono portare al rovesciamento del regime ma solo spingere il paese nel caos e un ciclo di violenze senza fine”

“Ogni giorno che passa le soluzioni politiche e militari sono sempre più distanti. Dovremmo essere in grado di difendere l’esistenza della Siria. Non siamo più in una battaglia per difendere un individuo o un regime “.

Sharaa spinge per una soluzione politica negoziata che preveda la formazione di un governo di unità nazionale competente.

Il piano di pace di Teheran

I commenti del vice presidente coincidono con il piano di pace per la Siria delineato da dei funzionari iraniani che parlano di elezioni democratiche che portino verso l’elezione di un nuovo leader a Damasco.

Teheran è l’alleato più vicino e forse l’unico rimasto sul piano regionale ad Assad e l’iniziativa suggerisce un raffreddamento del sostegno da parte dei leader sciiti. L’iniziativa, che sarà quasi certamente rifiutata dall’opposizione siriana, è uno dei segni più chiari che la leadership iraniana sta cercando di coprire le sue scommesse e che vuol rimanere uno dei protagonisti principale negli affari siriani nel caso di un rovesciamento di Assad.

Non è chiaro se i commenti di Sharaa siano stati cronometrati in coordinazione con l’iniziativa iraniana.

“Nonostante la sua retorica, Bashar al-Assad potrebbe ora contemplare una strategia di uscita, quella che gli permetterebbe di cercare rifugio all’estero, con ancora la testa sulle spalle” ha affermato Anthony Skinner, analista della società britannica di analisi del rischio Maplecroft in un’intervista. A Washington, il portavoce del Dipartimento di Stato americano Victoria Nuland ha rimarcato che la dichiarazione di Sharaa “parla della pressione a cui il regime siriano si ritrova sottoposto”. “Purtroppo, però, non è cambiato il comportamento dello stesso, tra cui la brutalità che sta infliggendo al suo popolo” ha aggiunto poi.

Figura controversa

Sharaa, 73 anni, da lungo tempo fedelissimo alla famiglia Assad, è stato una figura controversa ma importante dall’inizio del 21° mese della ribellione. All’inizio della rivolta era stato responsabile delegato per lo svolgimento del dialogo con l’opposizione in quanto abile diplomatico e musulmano sunnita, come lo sono la maggior parte dei sostenitori dell’opposizione.

E ‘apparso in pubblico alla fine di agosto per la prima volta dopo settimane che lo davano come disertore.

Sharaa ha offerto una valutazione insolitamente cupa della guerra civile ed ha anche criticato il modo in cui il governo ha gestito la crisi. In una critica velata della repressione, ha affermato che dovrebbe esserci una differenza tra il dovere dello Stato di garantire la sicurezza ai suoi cittadini e “perseguire una soluzione di sicurezza per la crisi”.

Ha continuato affermando che anche Assad non era certo di dove avrebbero condotto gli eventi ma che chi lo ha incontrato sicuramente avrà sentito che: “si tratta di una lotta lunga … e lui non nasconde la sua volontà di risolvere le questioni militarmente per raggiungere una soluzione definitiva” .

Nel mese di ottobre la leadership turca sembrava spinta verso una svolta diplomatica per promuovere Sharaa come possibile figura alla guida di un’amministrazione transitoria che guidi verso la fine al conflitto. “Non c’è leader migliore di Farouq al-Sharaa, per il momento” afferma il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, aggiungendo che Sharaa è uno dei pochi a non esser stato coinvolto nelle violenze e nei massacri.

L’opposizione siriana è profondamente frammentata e varie fazioni sarebbero probabilmente d’accordo sull’accettazione di Sharaa alla guida di un governo transitorio anche se quest’ultimo ha dichiarato che  non è alla ricerca di un ruolo.

Fonte: Al Jazeera

Riconoscimenti per l’opposizione siriana

I funzionari dell’ opposizione siriani erano preoccupati per l’esito dell’incontro di Marrakech “Amici della Siria”.

La Coalizione siriana ha fatto tutti i passi necessari in anticipo per inviare segnali forti al resto del mondo, informando che è in possesso dei requisiti e delle istituzioni necessarie per portare a termine il periodo di transizione. Recentemente hanno unificato le brigate militari, tenuto elezioni a livello amministrativo locale e cambiato l’immagine della male organizzata opposizione siriana.

Ma c’è qualcosa di sbagliato. Perché gli Stati Uniti, Francia e Regno Unito non sono disposti ad armare i ribelli, nonostante le enormi perdite umane e la distruzione di massa?

I funzionari che bevono tè alla menta fresca marocchina stanno ancora cercando di capire come procedere e se la riunione di Marrakech è stata all’altezza delle loro aspettative. Una serie di eventi ha lavorato in loro favore: Rapporti recenti, riportano che Assad potrebbe utilizzare le sue scorte chimiche contro i ribelli e causare ingenti ripercussioni sulla comunità internazionale.

Tuttavia, una dichiarazione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha inserito nella lista nera un’organizzazione, al-Nusra, ritenuta di origine terroristiche. Uno shock per l’opposizione siriana. Essi si aspettavano qualche passo avanti, ora sono alle prese con le conseguenze della decisione americana. La coalizione si è scagliato contro la decisione, affermando che al-Nusra non fa parte di nessun ramo di al-Qaeda e che il gruppo gode di enorme popolarità in Siria.

Alla vigilia della riunione, il presidente americano Barack Obama ha formalmente riconosciuto la Coalizione siriana come legittima rappresentante del popolo siriano, aprendo la strada ad una cascata di riconoscimenti e promesse di centinaia di milioni di dollari.

Un leader tribale ha scherzato “Oggi è il 12-12-12, ho avuto la sensazione che qualcosa di buono è nell’aria”, ma la lotta per rovesciare il presidente Bashar al-Assad è sicuramente ancora molto lunga e difficoltosa.

Fonte: Al -Jazeera

Egitto verso una nuova costituzione?

Il presidente egiziano ha annunciato che il referendum sul progetto di costituzione si svolgerà nell’arco di due giorni. Mercoledì, ha dichiarato Morsi che il voto si terrà il 15 dicembre e il 22.

Poche ore prima il Fronte di Salvezza Nazionale (NSF), l’alleanza di partiti di opposizione, aveva chiesto ai cittadini di votare “NO” al referendum e ha definito le condizioni che, se non soddisfatte, si tradurrebbero in un boicottaggio delle elezioni.

L’ NSF ha richiesto un controllo giurisdizionale completo del processo e che le ONG internazionali e locali abbiano permesso di monitorare il sondaggio e anche di terminare le operazioni di voto in un solo giorno. Rapporti dal Cairo hanno riferito che la decisione di spalmare il voto su due giorni, potrebbe portare l’opposizione ad un ritorno in piazza o il boicottaggio del referendum. Tuttavia, nonostante il percorso incerto dell’opposizione, le fonti affermano che una vittoria costituzionale per Morsi e i fratelli musulmani è tutt’altro che certa.

Il progetto di Costituzione, approvato dall’Assemblea costituente il mese scorso, è diventato il centro della più grave crisi politica in Egitto dopo l’elezione del presidente Mohamed Morsi. Manifestazioni di massa sono quasi all’ordine del giorno al Cairo e gli scontri tra i due gruppi, gli oppositori ed i sostenitori del presidente, hanno ucciso almeno sette persone e lasciato centinaia di feriti. La crisi ha reso necessaria una striscia di sicurezza attorno al palazzo presidenziale, il punto focale delle proteste anti Morsi.

Nel frattempo, gli egiziani all’estero, secondo fonti interne del governo, hanno già iniziato a votare per il referendum.

Martedì, nuove manifestazioni sono sate tenute fuori dal palazzo presidenziale dagli oppositori del presidente Morsi, chiedendo il boicottaggio del referendum. Nel frattempo, sostenitori del governo hanno tenuto, anch’essi, una manifestazione esprimendo il loro sostegno alla decisione di Morsi di tenere il referendum.

Fonte: AL-Jazeera

Il Cairo sotto assedio

L’esercito egiziano, mercoledì notte, ha risposto all’appello del presidente Morsi schierando al di fuori del palazzo presidenziale i carri armati; i violenti scontri che stanno destabilizzando molte delle città principali del Paese, il cui epicentro è il Cairo, hanno già causato 3 i morti accertati e centinaia i feriti, secondo quanto riporta il ministero degli interni.

Opposition rally over Morsi decrees

 

Gli scontri, durati tutta la notte, tra i sostenitori e gli oppositori del presidente Mohammed Morsi, al Cairo, hanno causato la morte di 3 persone e il ferimento di oltre 270; una situazione che va ad aggravare la già pressante crisi politica interna dovuta al progetto di una nuova costituzione, decretato dal presidente, e dall’allargamento delle sfere di influenza che egli stesso ha deciso, portandolo ad avere un totale controllo, oltre che sull’esecutivo (ed attraverso la riscrizione della costituzione potrebbe esserci qualche nuovo risvolto) anche sul potere giudiziario.

Una violenta guerriglia è scoppiata ieri, mercoledì pomeriggio, fuori dal palazzo presidenziale di Heliopolis, al Cairo, ed è continuata fino a questa mattina, vedendo lo scontro tra due diversi schieramenti civili, uno che appoggia e l’altro che contrasta il “nuovo faraone d’Egitto”. Stamani la violenza si era diffusa ad altre città, tra cui Ismailia, ad est del Cairo, dove i manifestanti hanno preso d’assalto e dato alle fiamme la sede del partito di Morsi, l’ala politica dei fratelli musulmani. Almeno quattro i carri armati schierati al di fuori del palazzo presidenziale, il traffico si muove attraverso le rocce e i pezzi di vetro sparsi per le strade. Centinaia di sostenitori Morsi sono ancora nella zona, molti avvolti in coperte e altri a leggere il Corano. L’ultima violenza ha sottolineato le nette divisioni nella nazione più popolosa del mondo arabo mentre il paese si dirige verso il referendum del 15 dicembre che vede, al centro dell’attenzione, una nuova costituzione che l’opposizione considera profondamente sbagliata. I leader di entrambi gli schieramenti si sono accusati l’un l’altro per i recenti scontri che hanno sventrato gli islamisti, dividendoli tra sostenitori della Fratellanza ed i salafiti, in contrasto con l’opposizione laica. Gli scontri, nella capitale, sono cominciati dopo che il vice-presidente, Mahmoud Mekki, ha parlato alla stampa per dire che non ci sarebbe alcun sostegno di Morsi, ne all’uno ne all’altro schieramento. Poco dopo, i sostenitori del presidente sono arrivati intorno al palazzo dove gli avversari stavano tenendo un sit-in.

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Dopo che gli scontri sono imperversati per tutta la notta, con l’esplosione di bombe incendiarie, lanci di sassi ed occasionali colpi di fucile, i leader dell’opposizioni hanno annunciato di voler tenere una conferenza stampa mercoledì sera. Secondo quanto affermato da Mohamed ElBaradei, leader dell’opposizione alla riforma, le violenze sono tutte da imputare a Morsi “completamente responsabile per le violenze avvenute oggi in Egitto”.

Le dimostrazioni fanno parte di una crisi politica venuta alla ribalta dopo che Morsi ha emesso una serie di decreti, il 22 novembre scorso, concedendosi poteri senza precedenti che lo hanno posto al di fuori della portata della magistratura. Nel tentativo di sedare la rabbia dell’opinione pubblica, Morsi ha sottolineato che i nuovi decreti presidenziali servono solo a mantenere una stabilità politica  fino all’approvazione di una nuova costituzione. Ma la crisi politica è peggiorata dopo che Morsi ha spinto attraverso l’approvazione del progetto di costituzione, la cui redazione è stata affidata ad un’assemblea costituente a guida islamista.

Nonostante le diffuse proteste, il presidente egiziano ha rifiutato di fare marcia indietro sul referendum del 15 dicembre. Il Fronte di Salvezza Nazionale, l’opposizione della quale fa parte ElBaradei, esige che Morsi elimini il controverso decreto presidenziale e rottami il progetto di Costituzione che limita la libertà e che porta il paese verso l’islamismo.

All’interno del campo islamico, ci sono stati segni di divisioni, con tre membri del team di consulenza di Morsi dimissionari per la crisi andatasi a creare. Seif Abdel Fattah, Ayman al-Sayyad e Amr al-Leithy hanno offerto le loro dimissioni, portando a sei il numero di membri dello staff presidenziale che hanno deciso di allontanarsi dopo il decreto.

L’opposizione israeliana

Israele, che non è riuscita a fermarne l’aggiornamento, cerca di minimizzare la candidatura palestinese alle Nazioni Unite. “Ci saranno fuochi d’artificio a Ramallah, tuttavia, gli insediamenti rimarranno al loro posto”.

Israele ha accettato di non poter impedire ai palestinesi di andare avanti con la loro offerta di aggiornamento alle Nazioni Unite. L’Assemblea generale è lanciata verso l’approvazione, chiesta da Mahmoud Abbas, dell’aggiornamento a status dell’Autorità palestinese come osservatore.

“Non vorrei sopravvalutare l’importanza del voto delle Nazioni Unite,” ha dichiarato un alt funzionario israeliano: “È vero, stiamo andando a vedere i fuochi d’artificio a Ramallah, ma gli insediamenti rimarranno esattamente dove sono e l’IDF (esercito israeliano) continuerà ad operare negli stessi settori.”

Nel frattempo, uno per uno i paesi europei, mercoledì, hanno annunciato il loro sostegno all’offerta palestinese. Spagna, Svizzera, Danimarca e Norvegia hanno rilasciato dichiarazioni annunciando che voteranno a favore del processo di aggiornamento dello status. Nel frattempo, la Germania e la Repubblica Ceca non approveranno l’offerta.

Martedì scorso, la Francia ha ufficialmente annunciato che appoggerà l’offerta palestinese. Si stima che la maggior parte delle nazioni asiatiche e africane, con l’eccezione del Malawi, Togo e Camerun, voteranno a favore del processo di aggiornamento di stato. La Gran Bretagna ha deciso di astenersi così come Italia, Australia e Germania. Funzionari israeliani stimano che oltre Israele stesso, gli Stati Uniti, Canada, Micronesia e Guatemala voteranno contro l’offerta.

Dopo aver realizzato che la battaglia è stata persa, i funzionari israeliani stanno cercando di minimizzare lo spostamento. “Non vogliamo essere passivi e stare semplicemente a guardare”,ha affermato un funzionario, “ma non c’è bisogno di rilasciare dichiarazioni. Risponderemo quando sarà il momento giusto.”

Anche se Israele accusa i palestinesi di violare grossolanamente gli accordi di Oslo ha annunciato che continuerà a onorarli lo stesso, unilateralmente.

Abbas lotta per una sopravvivenza personale
Nel frattempo, Israele sta intensificando le sue critiche ad Abbas. Un alto funzionario ha dichiarato martedì che il presidente palestinese non è più rappresentativo e che la sua candidatura delle Nazioni Unite ha lo scopo di garantire la sua personale sopravvivenza politica.
Abbas è un leader corrotto, ha continuato, che ha rinviato le elezioni in Cisgiordania per più di due anni, lui sa che perderà con Hamas.

Da Ramallah affermano che Abbas è sotto forte pressione da parte degli Stati Uniti e alcuni paesi europei per ritirare la sua offerta. “Ma lui non ha scelta, se avesse ritirato la sua offerta non sarebbe stata in grado di tornare a Ramallah e mantenere il suo posto.”

Il leader palestinese si sta dirigendo verso New York con il pieno appoggio di Hamas e del Jihad islamico.

La Francia a sostegno della candidatura Palestinese all’ONU

Laurent Fabius, Ministro degli Esteri francese, ha dichiarato che la Francia voterà a favore della candidatura dell’Autorità palestinese alle Nazioni Unite con lo status di osservatore non partecipante presso l’Assemblea Generale.

Martedì, il portavoce francese ha rilasciato una dichiarazione, in accordo alla quale avrebbe votato a favore della Palestina come “Stato non membro osservatore” presso le Nazioni Unite, aumentando così gli sforzi palestinesi per vedersi garantito un maggiore riconoscimento internazionale. Anche con questo status, tuttavia, uno Stato palestinese non sarà ancora essere un membro a pieno titolo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Secondo quanto Fabius ha riferito ai parlamentari, “Da anni la Francia si mete in primo piano nel riconoscimento di uno Stato palestinese”.

La dichiarazione del ministro degli esteri è stata accolta da un applauso nella Camera bassa francese, l’Assemblea nazionale. La Francia, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, è la prima grande potenza europea a esprimere la sua approvazione verso il movimento palestinese. Parigi ha anche rotto con i suoi più stretti alleati, l’anno scorso, quando ha votato a favore della piena adesione palestinesi all’agenzia culturale dell’ONU, l’UNESCO. Tuttavia, poco dopo il voto dell’Unesco, la Francia ha annunciato che si sarebbe astenuta dal voto sulla richiesta palestinese per lo stato membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, citando l’opposizione degli Stati Uniti alla risoluzione.

La proposta di concedere lo status di NON MEMBRO OSSERVATORE, tuttavia, per molti, è un’implicito riconoscimento di uno Stato palestinese. In teoria potrebbe anche essere concesso l’accesso ad organismi come la Corte penale internazionale dell’Aja, dove i palestinesi potrebbe presentare reclami contro Israele.

Il leader dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, si è dichiarato domenica “fiducioso” in vista della nuova nomenclatura. “Stiamo andando verso la piena fiducia presso le Nazioni Unite. Avremo i nostri diritti, perché tu sei con noi”, ha urlato ad una folla di un migliaio di persone che dimostravano a sostegno dell’offerta francese. “Chiediamo una pace giusta, concordata dalla comunità internazionale, che ci darà il nostro stato con Gerusalemme Est come sua capitale. Senza questo, non c’è speranza”. Abbas ha inoltre affermato che il tentativo di ottenere lo status aggiornato è sostenuto da molti stati membri delle Nazioni Unite e da tutte le fazioni politiche palestinesi.

Sia Israele chee Washington si sono opposti alla nuova offerta,la quale però dovrebbe raggiungere facilmente la maggioranza richiesta in Assemblea generale per l’upgrade.

Alcune dichiarazioni dal mondo:

  • “una vittoria morale per la Palestina”
  • “Il sostegno francese e l’apprezzamento della proposta di upgrade da parte di molti membri ONU ha dimostrato l’isolamento di Israele e Stati Uniti”
  • “la francia è la voce di Abbas, alla ricerca di un portavoce autorevole occidentale”
  • “la rabbia di Israele è la rabbia di Washington”

L’Europa è divisa sulla questione. Svizzera e Portogallo hanno detto che voteranno per la misura, ma la Germania è tra i paesi che si oppongono a tale offerta ai Territori palestinesi. La posizione della Gran Bretagna rimane poco chiara, rimandando la decisione “a tempo debito”.

Fonte: France24

“Cancelliamo Gaza”

Mentre  il mondo guarda inorridito i tormenti che si stanno perpetrando nella striscia di Gaza e mentre i leader occidentali e non, chiedono a gran voce una tregua ed un cessate il fuoco attraverso l’appoggio di quell’unico paese in grado di mediare una pace tra le due parti in gioco quale è l’Egitto o, attraverso un’appello diretto e quantomai disperato, Israele, ma anche Hamas ed i gruppi ad esso affiliati, si arroccano dietro scuse, avvertimenti e palleggi di colpe e responsabilità. Le ultime dichiarazioni del primo ministro israeliano sembravano aprire uno spiraglio  verso la possibilità di un accordo di pace o tregua, sottolineando tuttavia la necessità di un atto unilaterale da parte opposta prima che sia varata la scelta di uno stop agli attacchi che han causato in tutto più di 100 morti. Hamas chiede a gran voce la smilitarizzazione dell’area, lo stop del controllo diretto da parte di Israele e la libertà per il popolo palestinese che lo sostiene.

La linea diplomatica e della mediazione non viene però apprezzata dalla totalità della popolazione dello Stato ebraico, in molti chiedono che il governo prosegua con il pugno di ferro contro la striscia di Gaza dichiarando che il diritto di Israele all’autodifesa è sacro ed innegabile, che il diritto a difendere i suoi cittadini non deve essere messo in discussione contro i terroristi palestinesi. Non tutti naturalmente sono per questa linea, ci son state manifestazioni pro e contro la guerra, ragazzi israeliani che hanno manifestato per la pace e chiesto che il proprio paese fermi la violenza e scenda in campo con il dialogo.

D’altra parte le frange estremiste non mancano nemmeno in un Paese che si trova in un’area fortemente instabile, quelle frange che se lasciate libere potrebbero destabilizzare la fragile e delicata situazione politica che si è instaurata nel corso del secondo dopoguerra. Stiamo parlando di quegli estremisti di destra che il 15 Novembre 2012 hanno manifestato contro la linea “troppo morbida” del governo nel rispondere agli attacchi subiti da Hamas. In prima linea in questa manifestazione è un parlamentare israeliano, Michael Ben-Ari, il quale sostenuto da un drappello di infuocati ha urlato per le strade rivolto a Netanyahu per “eliminare e radere al suolo l’intera striscia di Gaza..trasformarla in un cimitero” tra slogan e bandiere i manifestanti han chiesto a gran voce che lo stato si impegni di più contro i terroristi, questo il termine utilizzato, spiegando che gli abitanti della striscia hanno scelto quella vita, di essere rinchiusi in un territorio arido e militarizzato, di scegliere Hamas come rappresentante, il tutto in nome di un’autodeterminazione inesistente. Gli insulti piovono senza risparmiarsi contro i palestinesi ma anche contro la sinistra che propugna una linea più morbida, l’espulsione dei “dissidenti di sinistra” per questi manifestanti è un’obbligo ma anche la minore delle sorti che gli riservano, paragonati agli arabi, i quali sarebbero “nati dallo sperma nazista” e che “proseguono da 80 anni la loro politica del terrore contro gli ebrei” “che dio vi prenda tutti” proseguono gli slogan anti arabi.

Le parole sono grevi e cariche di odio “il popolo chiede la vittoria (quella definitiva), chiede la guerra”. Le parole più pesanti però sono quelle del ministro, soprattutto perchè gravate dalle carica pubblica che detiene, oltre che dal significato stesso. “lasciate che l’IDF dia qualche calcio in culo e in faccia”, i termini aulici, come in qualsiasi manifestazione populista ed estremista si sprecano, “fuori la sinistra, la sinistra a Gaza” per poi affermare, come detto prima, “basta con gli accordi, bisogna entrare e prenderli a calci in faccia” mentre in sottofondo la salmodia ripete “cancelliamo Gaza”. Le parole più forti vengono tenute per ultime “Perchè solo 200 voli e 15 morti? perchè non 15 voli e 2000 morti?” riecheggia la voce del parlamentare amplificata da un megafono tra urla di giubilio e orgoglio di giovani e vecchi. “dico a Netanyahu, prima di dare ai tuoi cittadini cibo o qualsiasi altra cosa, dai loro sicurezza. Sicurezza significa la cancellazione di Gaza”.

Luca Ghilardi

L’Iran avverte contro l’armamento ai ribelli

L’Iran, che questa volta ha mostrato una lungimiranza e una presa di posizione a guardia della stabilità, ha messo in guardia contro l’invio di armi ai ribelli siriani, dicendo che tale comportamento metterà in pericolo la stabilità regionale e potrebbe far aumentare il rischio di terrorismo. Il ministro degli esteri iraniano, Ali Akbar Salehi ha tenuto un discorso a Teheran domenica a riguardo dei colloqui tra i funzionari siriani ed i gruppi d’opposizione tollerati dal presidente Bashar al-Assad ancora in corso, affermando che “alcuni paesi stanno prendendo in considerazione di armare l’opposizione con armi pesanti.” Salehi ha agiunto che tale fornitura di armi costituirebbe un pericoloso precedente e costituirebbe “un intervento chiaro negli affari di un paese indipendente.”

(Queste affermazioni potrebbero richiamare alla mente dei lettori la vicenda libica, in cui l’occidente, ma soprattutto l’Europa, ha sentito il bisogno di affermare la propria presenza in un campo ideologico, come quello libico, dove le divisioni settarie e religiose, nonchè tribali erano e sono tutt’oggi un punto nodale della questione, lungi dalla comprensione della politica occidentale. L’intervento europeo, con l’imposizione della No-Fly Zone e l’invio di armi ai ribelli libici ha scatenato una guerra che al giorno d’oggi non è ancora risolta, lasciando il paese (e la regione che gravita attorno alla Libia) in uno stato di quasi anarchia.)

Il discorso del ministro iraniano fa capolino dopo le dichiarazioni dei ministri degli Esteri dell’UE, di cui il primo ministro inglese è stato il primo sostenitore, che si riuniranno a Bruxelles lunedì per discutere la revoca dell’embargo sulle forniture di armi alla Siria (ai ribelli siriani NDR). Già la Russia aveva messo in guardia che la fornitura, delle armi alla coalizione sarebbe una grave violazione del diritto internazionale. Il diritto internazionale sancisce che parti terze, in questo caso l’UE, non possono fornire armi ne supporto ad un gruppo ribelle che combatte contro uno Stato sovrano, quale il governo di Bashar al Assad. La Francia, anche questa volta, ha pubblicamente dichiarato che favorirà l’invio di armi difensive per l’opposizione siriana, dopo aver riconosciuto il nuovo gruppo Syrian National Coalition decidendo di ospitarne un ambasciatore a Parigi. La Siria di Assad ha criticato la decisione francese come “ostile” e ha pertanto continuato a sferrare attacchi nel sud del paese. Il posto di inviato della Coalizione Nazionale in Francia dovrà essere riempito dall’accademico Makhous Monzer, anche se non è ben chiaro se questo accadrà prima o dopo la costituzione e il riconoscimento del governo provvisorio.

“La Francia si comporta come una nazione ostile”, ha affermato il ministro siriano della riconciliazione nazionale, Ali Haidar, mentre era a Teheran. “E’ come se si volesse tornare ai tempi dell’occupazione”, ha aggiunto, richiamando alla memoria il mandato francese in Siria dopo la prima guerra mondiale.

La coalizione di opposizione, formata a Doha l’11 novembre, si impegna a costruire un governo di transizione composto da rappresentanti di tutti i gruppi etnici e religiosi schierati fianco a fianco nel conflitto siriano anche se si rifiuta di impegnarsi con il regime di Damasco prima della partenza di al-Assad.

Continua la violenza

Nel frattempo la guerra si sposta verso i confini Sud della Siria dove domenica l’artiglieria israeliana ha risposto ad un attacco di quella siriana che aveva fatto esplodere un mezzo dell’esercito. “Alcuni colpi sono stati sparati contro i soldati dell’IDF (esercito israeliano)sulle alture del Golan Centale”, ha dichiarato un portavoce dell’esercito affermando anche che non è rimasto coinvolto nessuno.

L’artiglieria siriana, nel frattempo, ha iniziato un pesante bombardamento del quartiere meridionale di Al-Hajar al-Aswad, a Damasco, secondo quanto riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Aleppo e la provincia 46, secondo quanto riportato da attivisti sul campo e medici impiegati negli ospedali civili e militari, sono da settimane sotto un pesante assedio da truppe di terra e artiglieria. Fuoco di artiglieria ha anche colpito le province di Daraa nel sud e Deir Ezzor nell’est, dove i ribelli sabato hanno riportato di aver preso l’aeroporto di Hamdam, fondamentale per il regime come base per gli elicotteri da guerra.

Secondo fonti autorevoli, il conflitto che dura ormai da 20 mesi ha portato il conto dei morti a circa 39mila.

Fonte: Al-Jazeera

Continuano gli scontri tra Israele e Hamas

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, domenica, ha lanciato un severo avvertimento ad Hamas, dichiarando che l’esercito israeliano è stato approntato per ampliare in modo significativo l’offensiva contro Gaza. La minaccia di Netanyahu è la risposta ai nuovi lanci di razzi contro la città di Tel Aviv.

Ultimi sviluppi:
La Gran Bretagna mette in guardia Israele che l’invasione di Gaza costerebbe al paese il sostegno internazionale.
Israele è pronto ad un’allargamento dell’offensiva con mezzi di terra mentre continueranno gli attacchi aerei su Gaza, ha dichiarato Netanyahu.
Due razzi di Hamas intercettati da “Iron Dome” su Tel Aviv.
Almeno 50 palestinesi, tra cui 14 bambini e tre israeliani sono finora stati uccisi da quando gli scontri sono scoppiati la scorsa settimana.
Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius si è recato a Gerusalemme e Ramallah domenica a spingere per la pace.

L’esercito israeliano è pronto a “espandere” le sue funzioni a Gaza mentre Hamas continua a lanciare razzi su Tel Aviv.
Parlando all’inizio della riunione di gabinetto settimanale, Netanyahu ha dichiarato: “I ​​soldati sono pronti per qualsiasi attività che possa avere luogo”.
Netanyahu ha inoltre affermato che “iron dome”, il sistema antimissile israeliano, avrebbe intercettato due razzi lanciati da Hamas contro la vicina città di confine di Tel Aviv. I militanti di Hamas hanno ammesso la responsabilità per l’ultimo attacco missilistico sulla capitale commerciale di Israele.
In accordo con quanto dichiarato a France24 dal ministro degli affari esteri israeliani, le operazioni militari sul suolo della striscia di Gaza saranno messe in atto, in risposta al nuovo attacco contro i territori israeliani. “Il nostro unico obiettivo costringere Hamas a smettere di sparare razzi. Abbiamo utilizzato attacchi aerei, ma se questo non bastasse allora dobbiamo prendere in considerazione un attacco terrestre ”

L’operazione di Israele ha trovato il sostegno occidentale per quello che i leader statunitensi ed europei hanno dichiarato far parte del diritto di Israele all’autodifesa, ma ci sono stati anche un numero crescente di chiamate da parte di leader mondiali per giungere ad una fine delle violenza.
Domenica, il ministro degli Esteri britannico, William Hague ha avvertito che una invasione di terra della Striscia di Gaza “porterebbe alla perdita di parte del sostegno internazionale.”

I raid da parte dell’aereonautica e della marina intanto proseguono:

Cinquanta palestinesi, circa la metà dei quali civili, tra cui 14 bambini, sono stati uccisi da quando è iniziata l’offensiva israeliana. Più di 500 razzi lanciati da Gaza hanno colpito Israele, uccidendo tre civili. Dal momento che Israele ha scatenato la sua massiccia campagna aerea mercoledì, lo Stato ebraico ha lanciato più di 950 attacchi aerei sul territorio costiero palestinese, il target sono le armi e l’appiattimento delle case dei militanti e delle sedi di Hamas. I raid hanno continuato dopo la mezzanotte di domenica, con navi da guerra che hanno bombardato diversi obiettivi dal mare. Un raid aereo ha colpito un edificio di Gaza City dove sono ospitati gli uffici locali dei media arabi, ferendo tre giornalisti dalla televisione al Quds, una stazione vista da Israele come pro-Hamas. L’edificio ospitava anche alcuni giornalisti della ITN britannica e di SKY News. Altri tre attacchi hanno ucciso tre bambini e il ferito 14 persone.

La notte di violenza rappresenta un duro colpo agli sforzi per la pace del presidente egiziano Mohamed Morsi, che sabato ha dichiarato l’esistenza della possibilità di una tregua.

Dal corrispondente di France 24:
“Per tutta la notte abbiamo sentito un pesante bombardamento, la maggior parte provenienti da navi da guerra israeliane di stanza al largo della costa. Potevamo anche sentire il suono di elicotteri Apache e droni che volano rasoterra”.
“L’aviazione israeliana ha pubblicato una dichiarazione secondo cui aveva colpito quelli che erano stati definiti obiettivi terroristici in tutta la Striscia di Gaza, tra cui impianti missilistici e altre infrastrutture di Hamas. Da parte loro le fazioni palestinesi rivendicano la responsabilità per i razzi sparati verso Israele “.
“sono sfumate le speranze che sono state sollevate nella notte di sabato sulla possibilità di una tregua bipartisan mediata dal Cairo”, “considerando la notte che abbiamo appena avuto, sembra che stiamo andando nella direzione opposta.” dichiara Fenwick, testimone degli eventi in corso a Gaza.

Domenica scorsa, anche la Francia si è prodigata nel tentativo di portare la pace nella regione, con il ministro degli Esteri Laurent Fabius diretto verso Gerusalemme, per cercare di mediare un cessate il fuoco tra Hamas e Israele.
Anche i ministri della Lega araba sono pronti a visitare Gaza nei prossimi giorni.
Israele ha mantenuto le scuole nella regione meridionale chiusa da domenica come precauzione per evitare perdite tra i giovani a causa dell’eventuale caduta di razzi.

Israele e Gaza, un nuovo capitolo

Gli attacchi aerei israeliani hanno ucciso almeno otto palestinesi nella Striscia di Gaza, secondo le fonti della sicurezza palestinesi confermano che almeno tre di loro erano combattenti di Hamas. L’esercito israeliano, nel frattempo, ha dichiarato che Sabato quattro soldati sono stati feriti da un razzo sparato da Gaza. I medici palestinesi hanno riportato che 39 palestinesi sono stati uccisi e 345 feriti da quando Israele ha lanciato la campagna aerea sull’enclave palestinese. Nello stesso tempo, tre israeliani sono stati uccisi e 13 feriti, tra cui 10 soldati.

Israele, Sabato, ha intensificato il suo feroce attacco aereo con operazioni razzo nella Striscia di Gaza, colpendo il governo di Hamas, compound di sicurezza, tunnel e trasformatori di energia elettrica dopo un attacco senza precedenti contro anche i guerrieri armati palestinesi nella città santa di Gerusalemme. L’aviazione israeliana ha anche ottenuto il raggiungimento dei suoi obiettivi iniziali, impianti di stoccaggio sotterraneo di armi e i siti di lancio dei missili che hanno dato il via all’attacco.

Il ministro degli Esteri tunisino, Rafik Abdesslem ha visitato la Striscia di Gaza Sabato e denunciato gli attacchi israeliani contro l’enclave palestinese come inaccettabile e contro il diritto internazionale. “Israele deve capire che molte cose sono cambiate e che molta acqua è passata nel fiume arabo”. “deve rendersi conto che non ha più le mani libere. Non ha l’immunità totale e non è al di sopra del diritto internazionale”, ha aggiunto. “Ciò che Israele sta facendo non è legittimo e non è accettabile a tutti.”

I militari israeliani hanno richiamato migliaia di riservisti e ammassato truppe, carri armati e veicoli blindati lungo il confine con Gaza, preannunciando un’imminente operazione di terra nella popolatissima zona. Fin dall’inizio delle sue attività, l’esercito israeliano ha detto che effettuato circa 700 attacchi aerei. ha anche affermato che i combattenti palestinesi hanno sparato più di 580 razzi oltre il confine, 367 hanno colpito il sud di Israele, mentre 222 sono stati intercettati dalla Iron Dome, il sistema antimissile. Molte le zone e gli edifici colpiti, tra cui un compound sel governo, moschee e uffici di gabinetto. Nel sud di Gaza, aerei israeliani hanno effettuato incusioni contro i tunnel sotterranei utilizzati per il contrabbando di armi e altro materiale dall’Egitto,segnalano alcuni testimoni della zona.

I tunnel sono stati anche un’ancora di salvezza per i residenti della zona durante il recente conflitto, fornendo un canale per i prodotti alimentari, carburante e altri materiali di consumo. I missili hanno anche eliminato cinque trasformatori di energia elettrica, lasciando più di 400mila persone al buio, secondo l’agenzia per l’energia di Gaza.

L’ampio spettro di obiettivi porta i due contendenti più vicino al tipo di guerra che hanno combattuto quattro anni fa. Hamas è stato gravemente ferito nel corso di tale confronto ma da allora ha riempito il proprio arsenale con armi migliori e in quantità sempre crescente dimostrando ai piccoli gruppi armati di cui ha l’appoggio il suo impegno alla lotta armata contro Israele.

L’attacco a Gerusalemme, le zone attorno a Tel Aviv e le incursioni missilistiche hanno mostrato la nuova tattica e la ripresa della ostilità tra i due contendenti.