Spagna divisa sulla Catalogna

Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha respinto la richiesta catalana per l’indipendenza durante l’esposizione di un piano di salvataggio per il paese. Rajoy, parlando a Radio Cope Martedì, ha affermato che il la richiesta di indipendenza catalana ha sfidato il buon senso e la storia. “L’approccio che è in corso qui va contro la storia, va contro il segno dei tempi, e va contro il semplice buon senso”.

Presidente della Catalogna Artur Mas ha chiesto elezioni anticipate nella regione per il 25 novembre, è sta cercando di indire un referendum sul tema “autodeterminazione”, per levare i catalani verso un’indipendenza e contro le misure di austerità imposte dal governo di Madrid.

Il Governo del Partito Popolare Rajoy, attualmente al potere, ha promesso di porre fine a tale voto, insistendo sul fatto che ciò costituirebbe una violazione della costituzione e denunciando la manovra come un passo di divisione in un momento di crisi economica. “Penso che dobbiamo affrontare le cose con calma e serenità”. C’è stata una tendenza globale all’innalzamento di muri e frontiere, citando gli esempi degli Stati Uniti, America Latina ed Unione europea. Madrid è alla ricerca di una maggiore integrazione e la catalogna viola questo principio di unità. “Si tratta di un accordo in cui tutti noi perdiamo, tutti gli spagnoli e, in particolare, i catalani”.

La Catalogna, fiera del suo linguaggio caratteristico e della su cultura, si sente trattata in maniera iniqua da Madrid, con i prelievi delle tasse che prendono molto più dalla regione di quello che viene restituito.

Nel frattempo, il primo ministro ha anche dato il segno più chiaro, egli non vede alcun motivo per attivare un piano di salvataggio per quest’anno. La Spagna ha quasi completato le emissioni obbligazionarie necessarie per finanziare le operazioni del governo per tutto il 2012, secondo il primo ministro. “Per ora abbiamo coperto quasi la totalità dei nostri problemi di questo anno”. Entro il 23 ottobre la Spagna aveva sollevato a 110 miliardi al lordo delle vendite di titoli a medio e lungo termine – pari al 95,1 per cento del suo obiettivo del 2012. La Spagna può ancora essere costretta a cercare aiuti esterni, ha ammesso, nonostante i dati rassicuranti, Rajoy. “Se vediamo che nel corso di un lungo periodo la Spagna si finanzierà a prezzi molto alti in termini sociali, allora chiederemo un aiuto esterno”.

INDIPENDENZA CATALANA:

“Non ho intenzione di permettere alla Catalogna o qualsiasi regione di andare in rovina”, ha dichiarato Rajoy, giurando di perseguire negoziati, per quanto possibile. “Ho intenzione di provare a parlare, voglio cercare di tenere un dialogo, sto per esaurire tutte le possibilità. Credo che questo sia il momento di agire con il buon senso”, ha detto Rajoy.

“Penso che uno degli obblighi delle persone che governano, di chiunque, sia quello di risolvere i problemi e non crearne per le persone ne creare divisioni”, ha detto Rajoy. “Perché questa è la creazione di divisioni in Catalogna, tra i cittadini della Catalogna”, ha aggiunto. “E ora il signor Mas ha una responsabilità enorme, risolvere il problema che ha creato con il suo atteggiamento.”

Centinaia di migliaia di catalani hanno invaso Barcellona il giorno nazionale della regione, l’11 settembre, molti di loro chiedevano l’indipendenza come una nuova nazione dell’Unione europea.

Secondo un sondaggio pubblicato Domenica dal quotidiano catalano El Periodico, 50,9 per cento della popolazione della regione favorisce uno stato indipendente catalano. Questo numero scende al 40,1 per cento, tuttavia, se l’indipendenza significherebbe lasciare l’Unione europea.

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Erasmus BYE BYE?

Cosa manca all’Europa? Perché non siamo ancora una USE united states of europe? Cosa hanno oltreoceano che noi non abbiamo? Tralasciamo il fatto che al di là del mare non hanno avuto la Storia che abbiamo avuto noi, non hanno mai conosciuto le divisioni che abbiamo conosciuto noi, i nazionalismi debilitanti e le due guerre mondiali che ci hanno prima allontanato e poi riavvicinato. Eppure siamo qui, con un’Europa, un’UE che arranca, che si è unita economicamente ma che manca di legami politici forti e coesi ( e dio solo sa quanto noi italiani lo vorremmo). Ci ritroviamo ancora per le strade delle grandi città europee a chiederci “Where are you from?” “Italy (risata, ah si berlusconi, bunga bunga.. e via a spiegargli che il Berlusca è stata una parentesi di solo 20 anni.)” “France” “German” “UK” e via dicendo. Cosa manca all’Europa? Coesione, ma più semplicemente, identità. Ecco cosa ci manca, cosa noi non abbiamo che negli Stati Uniti hanno da più di 200 anni.

Come si crea un’identità? La consapevolezza di far parte di un gruppo che ci definisca, che ci renda parte e che ci renda fieri di esserlo?

In tempi di crisi è normale tagliare e potare e falciare e risparmiare ,però, ci devono essere dei limiti, delle definizioni di priorità. Una di queste secondo me deve essere una JOINT ACTION, un’azione che unisca due diversi obiettivi, la necessità di far crescere le giovani menti e quella di lanciarle in mezzo all’Europa che cambia, senza isolarli nei propri Paesi. Questo deve essere il futuro: una mobilità i massa che ci permetta di inserirci in un’unico grande Stato, di permearne i sistemi economici, politici, scolastici ecc ecc. Ed ecco che arriviamo al vero punto che mi interessa toccare, il progetto che ha fatto correre di qua e di là di confini europei più di 3 milioni di studenti: l’ERASMUS.

Questo progetto, che dura da più di 25 anni, è oggi a rischio di estinzione e le istituzioni si stanno mobilitando per chiedere ai governi di mettere insieme 9 miliardi di euro per poterlo salvare e salvare con esso altri progetti interstatali di pari opportunità.

Un’ondata di indignazione ha colpito il web quando la notizia ha fatto il giro dei social network; non è possibile lasciar cadere così una delle più valenti risorse che abbiamo per garantirci un futuro, parlando in maniera comune e non singolarmente, perché se da un lato arricchisce il curriculum personale, dall’altro salda quei legami che i governanti cercano di creare sa mezzo secolo attraverso leggi ed accordi, e ad una spesa minima. Gli accordi internazionali possono avere valore ma se manca la base, un’identità comune, questi accordi hanno lo stesso valore che può avere un marco tedesco del 1923.

Non resta altro da fare che attendere l’anno nuovo e il bilancio annuale, per vedere se saranno stanziati i fondi necessari oppure se verrà barbaramente eliminato ciò che ha fatto sognare studenti da 25 anni a questa parte.

Ecco a voi lettori un link correlato a ciò di cui parliamo ed un’opportunità per farvi un’esperienza all’estero: http://www.scambieuropei.info/

Luca Ghilardi

We are Choosy

Una nuova provocazione dell’ormai, a noi tutti, cara ministra Fornero sta infiammando web e salotti di tutta Italia. Questa volta la parola chiave è (tanto per cambiare un inglesismo buttato lì a caso e ripetuto a pappagallo da mezzo Bel Paese così come è solito il teatrino italiano) CHOOSY: difficile da accontentare, esigente. Oppure se si vuol dare la solita interpretazione da reazionari va bene anche schizzinosi. L’interpretazione è personale e veicolata dalle proprie esigenze e dalle proprie convinzioni, non sarò di certo io a dirvi come intendere, in fin dei conti ognuno sente quel che vuole sentire e a questo proposito si potrebbe parlare del discorso della Fornero.

Nel suo intervento ha affermato, parlando di dinamismo del mercato del lavoro “.. i giovani escono dalla scuola e devono trovare un’occupazione, devono anche non essere troppo choosy, come dicono gli inglesi, […], prenda la prima e da lì si guardi intorno, da dentro. Bisogna entrare nel mercato del lavoro, subito, accettare la prima offerta e non aspettare di averne di migliori, adesso non è più così …”.

Subito dopo questo intervento il web si è gonfiato, con video risposta e addirittura un blog di testimonianze di ragazzi che faticano a trovare un lavoro. Laureati e diplomati che dopo anni di  ricerca si sono accontentati di un lavoro dignitoso che li faccia campare ma che non soddisfa i loro requisiti.

Eppure le intenzioni della ministra non erano poi così provocatorie, anzi, sembrava piuttosto che volessero essere un consiglio e non una critica. Un consiglio da una signora più anziana di noi che ha vissuto un mondo che ormai è svanito, così come fanno tutti quegli anziani che speran sempre di darti consigli di vita basandosi però sulle loro esperienze. Certo, lei è un ministro dello Stato, non dovrebbe  fare gaffe del genere eppure dovremmo esserci abituati a questa signora quasi sentimentale.

Non voglio essere l’avvocato del diavolo, voglio semplicemente ribadire quello che ho detto sopra, ognuno sente quel che vuol sentire. La mia impressione è stata che  Elsa Fornero stesse tentando di dare un consiglio, seppur conscia del fatto che il mercato italiano non è più così dinamico come una volta. Non ha detto alla gente “fate i pizzaioli e da li sperate di diventare junior manager della Shell o della BP”, ha semplicemente detto che se ti offrono un lavoro in un’azienda o in un campo di tuo interesse bisogna sapersi accontentare, fare una gavetta e da li mostrare le capacità. Ha semplicemente rispolverato una massima già assodata: Bisogna farsi un culo così (chiedo perdono per il francesismo).

Luca Ghilardi

EUROPA DI PACE

Il premio Nobel per la Pace 2012 all’ Unione Europea. Tre i punti fondamentali che han portato alla decisione:

  • le disposizioni sul
    la parità tra uomini e donne per quanto riguarda l’accesso al lavoro, la formazione,  ‘avanzamento di  carriera e le condizioni di lavoro, come pure la parità retributiva, le prestazioni di sicurezza sociale e il diritto al congedo parentale;
  • la Carta dei diritti fondamentali, che raccoglie i principi essenziali dell’UE in materia di rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali;
  • un processo tra i più avanzati al mondo per il coinvolgimento diretto e trasparente dei cittadini  nella definizione delle politiche e delle norme europee attraverso discussioni, dibattiti e consultazioni pubbliche.

 

La commissione ha scelto un momento di forte impatto per l’assegnazione del premio, quando cioè, l’Unione stessa si trova nel suo momento di più grande difficoltà economica ma anche politica, quando i suoi stati membri son sempre più indecisi sul futuro della loro stessa creatura. Già in Gran Bretagna il primo ministri Cameron sta programmando un referendum popolare per chiedere di uscire dall’UE mentre in molti altri paesi serpeggia l’idea di sganciarsi da quella che è vista come un titano esausto. Nel momento in cui i BIG vogliono sciogliersi dai vincoli europei, ci sono altrettanti paesi che spingono per poter accedere a quei privilegi che noi diamo per scontati, libero scambio, diritti europei, frontiere aperte, come i paesi balcanici dell’Albania, Croazia, Serbia.

Non era mai successo prima d’ora che il premio Nobel, voluto dal chimico Alfred Nobel, inventore della dinamite ed istituito nel 1985 ed assegnato per la prima volta nel 1901, fosse assegnato ad un’Organizzazione con la O maiuscola come l’UE. Capi di Stato, personaggi politici ed anche associazioni come la croce rossa internazionali sono stati insigniti del prestigioso premio ma mai una vera e propria nazione, ne tantomeno un’associazione di Stati.

Le contrastanti opinioni non mancano e si affrontano a colpi di retorica sui mezzi di informazione, dai partiti populisti, che non vedono l’ora di tornare a quel sentimento romantico della fine 1800, agli europeisti convinti; chiunque tenta di manipolare l’assegnazione del Nobel per sostenere la sua causa. Chi vede il tutto come un grande progetto volto ad accontentare la popolazione europea e chi la vede come il segno dell’ottimo lavoro svolto fino ad oggi.

Eppure, al di sopra di tutti queste retoriche populiste ed europeiste si potrebbe guardare alla faccenda da un punto di vista neutrale: L’Europa se lo merita, se lo merita perché nonostante le difficoltà che la scuotono dalle sue fondamenta non ha abbandonato i suoi membri più deboli, i suoi ideali e i suoi progetti. Bisognerebbe guardare questa faccenda come il possibile punto di svolta che ci può portare al completamento del progetto europeo, una vera e grande Unione, non solo economica ma anche politica ed ideologica. Cittadini europei e non più italiani, francesi, greci, spagnoli, tedeschi ma cittadini europei che solcano il suolo europeo.

IL RANTOLO DELL’EUROPA

Sassi e bottiglie lanciati contro la polizia, teste fasciate con bende sporche di sangue e urlatori in piedi su di improvvisati pulpiti. Scene a cui la “primavera araba” ci ha abituato a partire da quel famoso gennaio 2011, in cui piazza Tahrir è esplosa e poi seguita a ruota da tutto il bacino sud-orientale del mediterraneo. Noi eravamo lì, fissi di fronte a schermi di costosi pc, di televisori da 32 pollici, di tecnologici tablet o micropotenti smartphone. Noi dalle nostre comodità occidentali sporgevamo la testa verso quell’angolo dimenticato di mondo che ci ricordava della sua esistenza soltanto in caso di attentati terroristici e di favolosi ed esotici luoghi di villeggiatura.

Oggi la tv ci ripropone le stesse immagini ma non esattamente identiche, qualcosa è cambiato, gli sfondi sono cambiati, le caotiche e strette vie del Cairo e di Tunisi hanno lasciato il posto a scenari a noi ben più noti delle principali piazze europee.

L’Europa è in fermento, non eravamo più abituati a vederla così, l’idea stessa del vecchio continente pacificato nel suo strato sociale sedimentato dopo secoli di lotte e guerre è crollata. Sotto l’impulso delle pressioni economiche la vecchia Europa è tornata a mostrare il suo lato rivoluzionario.

A partire dal 2011 molti quartieri irlandesi son rimasti a metà, case abbandonate, parchi giochi spopolati, e negozi vuoti nel cui cielo svettano immobili e silenziose gru. Il boom economico che investì la tigre celtica lasciò ben presto il suo marchio su banche, proprietari indebitati e costruttori con case invendute che si ritrovarono nei guai fino al collo quando la bolla dell’euro scoppiò in mille scintillii nel vento. Da allora, il governo irlandese ha cominciato a pesare sui propri cittadini sempre più tasse finchè questi, il 31 Luglio 2012, guidati dal partito Sinn Fein non si sono rifiutati di pagare quello che è la loro IMU. La motivazione, semplice ma efficace, è “non paghiamo perché non abbiamo soldi”. Il governo centrale stesso ha chiesto una dilazione sul pagamento dei prestiti da parte della BCE che non ha potuto che concederla.

La Grecia è sull’orlo della bancarotta, pressata dalle onerose richieste della banca centrale europea, la quale esige tagli al bilancio e riforme volte al rientro del debito in un range accettabile ha chiesto, anch’essa, un rinvio dei pagamenti.

Il programma di austerity del governo prevede un taglio alla spesa pubblica di 11,5 miliardi di euro, necessari per poter sbloccare il prestito da 31 miliardi e il rinvio del risanamento pubblico al 2016 ha portato ad uno sciopero generale il 26 Settembre che ha paralizzato il paese e che è degenerato, in piazza Sintagma, ad Atene in uno scontro con le forze di polizia che annoveravano tra le fila 5000 effettivi.

Come l’Irlanda, anche la Grecia chiede una dilazione dei pagamenti e la BCE le ha concesso tempo fino al 15 Settembre, rimandato poi al 15 Novembre con un comunicato sentenza che la impegnerà al pagamento degli interessi. Non è ben chiaro perchè la Troika abbia richiesto una dilazione fino al 15 Novembre, forse perché spera in un qualche cambiamento sul piano politico-economico dopo le elezioni degli USA, la presunta e supposta caduta di Chavez e l’abbandono della politica economica Keyneniana del Giappone. Forse ad Atene sperano in un cambiamento sostanziale negli assetti mondiali, intanto però la capitale e con essa il resto del paese sono allo stremo delle forze ed in preda all’isteria generale. Scene di violenza e di sommosse scuotono la coscienza collettiva in tutta Europa, lanci di bombe molotov e poliziotti in assetto antisommossa che picchiano la gente e reciproci lanci di lacrimogeni come non eravamo più abituati mostrano, a noi spettatori quanto i greci siano disperati e esausti della situazione che pervade il paese, disillusi dal loro governo e scettici per il futuro.

Il Portogallo si trova ad affrontare anch’esso una collera popolare collettiva alimentata dal piano di austerity dell’esecutivo, criticato anche dalla chiesa e dall’esercito che ha portato a manifestazioni nelle città più importanti. Le riforme economiche prevedono l’aumento dell’IVA necessaria per poter accedere, analogamente alla Grecia, al fondo prestiti di 78 miliardi di Euro da parte della BCE. Lisbona ha puntato inoltre su una ridistribuzione del peso fiscale, spostando parte degli oneri dei contributi sociali dalle imprese ai lavoratori, sperando di incentivare le assunzioni e riportare entro un limite accettabile la disoccupazione che sfiora il 15%. La popolazione non ci sta e come fan notare si ritrovano con uno stipendio diminuito mentre gli imprenditori non riescono in ogni caso ad assumere nuova manodopera.

La vicina Spagna invece si trova ad affrontare due diversi problemi, uno è quello delle insurrezioni cittadine che hanno interessato Madrid e l’altro è quello del ritemprato spirito indipendentistico catalano, i quali vedono Madrid non più come epicentro del regno ma come la pedina di Bruxelles e Berlino e chiedono la separazione.

Madrid nel frattempo è teatro di scontri, cominciati ieri notte da una iniziale manifestazione pacifica. Gli indignados si son ritrovati di fronte alla sede del parlamento spagnolo per chiedere le dimissioni dell’esecutivo e indire una nuova costituente. Più di diecimila manifestanti si son ritrovati in piazza fino a sera quando son scoppiati i disordini che han portato, nella notte, a 64 feriti e 35 arresti.

Mentre l’Europa trema sotto i colpi della BCE e dei movimenti di piazza l’Italia dov’è?

L’Italia è stata sempre seconda, raramente è arrivata prima, tranne per il fascismo che tra l’altro è stato rinnegato per decenni, ha sempre seguito gli altri, le mode europee, sperando di poter passare per una di loro. Eppure questa volta no, non vuole immischiarsi negli affari degli altri, noi che nonostante il malcontento e l’abisso economico ci riteniamo fortunati perché ancora al limite di sicurezza dell’euro.

Consci della situazioni ma confusi sul da farsi ci affidiamo ancora ai nostri esponenti politici che nonostante le critiche e le minacce restano ben saldi sulle loro poltrone a Roma. Sicuri del loro posto non si preoccupano e non si sono mai preoccupati delle chiacchiere degli italiani che propugnano una rivoluzione, di bruciare e cacciare ma che comunque non fanno nulla, troppo intenti ad accusarsi l’un l’altro, ad accusare il lento e buontempone Sud Italia, ad accusare Berlusconi di essere un donnaiolo e Monti di essere un lacchè della Merkel. E intanto il resto d’Europa prosegue con la sua sfida ai propri demoni mentre noi li osserviamo e speriamo che qualcuno faccia il primo passo, ma che questo non metta in discussione quel poco che abbiamo guadagnato con il sudore della fronte. Come se agli altri lo avessero regalato.

Luca Ghilardi