Stop alle armi d’assalto per gli U.S.A.

La lobby delle armi negli Stati Uniti si trova di fronte ad una nuova serie di sfide che metteranno in discussione il potere finanziario e politico.Alcuni degli alleati più importanti, infatti, hanno chiesto una legge che garantisca un controllo e una limitazione sulla vendita ed il possesso di armi, in seguito a quella che è stata una tragedia che ha investito la coscienza del popolo americano e i suoi leader. A Washington, un trio di nuovi senatori, tutti eletti con l’appoggio National Rifle Association, si sono detti pronti a mettere in discussione le leggi sulle armi. La Casa Bianca ha dato un segnale di forte sostegno al Presidente Obama per ripristinare il divieto di possesso delle armi d’assalto.

Ancora lontana, però, la nuova e tanto attesta e propugnata legge sulla regolamentazioni delle armi da fuoco anche se il mondo finanziario è già in fermento. Cerberus Capital Management, uno dei maggiori investitori nel settore, ha dichiarato di voler abbandonare il commercio delle armi. Dick Sporting Goods ha promesso che smetterà di vendere “fucili sportivi moderni”, almeno temporaneamente. Tutto questo sarebbe sembrato impossibile una settimana fa, prima che un uomo con un fucile semiautomatico uccidesse 20 studenti e sei adulti venerdì in una scuola elementare a Newtown, Connecticut, quando improvvisamente il dibattito sulle armi ha assunto più incidenza. “Non c’è bisogno di un fucile automatico per una difesa efficace a casa e di sicuro non ne hanno bisogno per la caccia”  afferma il Rep. Martin Heinrich, un senatore appena eletto nel New Mexico che ha avutol’appoggio dall’ANR. “Questo è davvero troppo potere distruttivo. E sfida il senso comune. ”

L’ NRA, che era rimasta in silenzio dopo la tragedia, ha rilasciato una dichiarazione dicendo che martedì si erano astenuti dal commentare per rispetto delle famiglie Newtown, ma è pronta ad offrire un contributo significativo per assicurarsi che questo non accada mai più. L’organizzazione ha detto che terrà una conferenza stampa venerdì a Washington.

L’industria pistola degli Stati Uniti è stato uno dei più brillanti macchie nell’economia degli Stati Uniti negli ultimi anni, anche attraverso la recente recessione. Quest’anno, collezionato 11,7 miliardi dollari di fatturato e 992 milioni dollari di profitti, secondo la società di ricerca IBISWorld.

La crisi finanziaria e l’elezione di Obama ha visto un aumento delle vendite di armi. Molti acquirenti erano preoccupati per l’aumento della criminalità nel corso della crisi e la prospettiva di nuove regole di controllo delle armi da parte dell’amministrazione Obama. Dal 2007, l’industria è cresciuta ad un ritmo 5,7 per cento annuo. L’industria ha prodotto più di 6 milioni di armi lo scorso anno – un numero che è raddoppiato negli ultimi dieci anni, secondo un rapporto di ricerca. Circa la metà di questi erano pistole, mentre i fucili costituiscono il 35 per cento del totale. Martedì, alcuni dei più grandi produttori di armi nel paese hanno visto il valore della loro azioni in caduta libera. Questo potrebbe esser causato dalla paura di nuove restrizioni sulle vendite delle armi.

Alla Casa Bianca, il segretario Jay Carney ha affermato che Obama è esplicitamente a sostegno delle varie misure richieste dai gruppi di controllo delle armi. Ha proposto una reintegrazione del divieto delle armi d’assalto, scaduto nel 2004. Il Sen. Dianne Feinstein (California) ha promesso di introdurre questo tipo di legislazione il primo giorno del nuovo Congresso che accadrà il mese prossimo.

Fonte: Washington Post

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Why We Fight

“Why We Fight”, regia di Eugene Jarecki, vincitore del  Grand Jury Prize del 2005 al Sundance Film Festiva, è un film documentario del 2005 sul complesso militare-industriale americano. Il titolo si riferisce, e richiama alla memoria, uno dei film di propaganda che il governo degli Stati Uniti hanno commissionato per giustificare la loro decisione di entrare in guerra contro le potenze dell’Asse.

“Why We Fight” descrive il perchè dell’ascesa e del mantenimento del complesso militare-industriale americano da 50 anni a questa parte, il coinvolgimento nelle più importanti guerre ed in particolare la sua invasione dell’Iraq nel 2003. Il documentario sostiene che in ogni decennio dalla seconda guerra mondiale, il pubblico americano è stato ingannato in modo che il governo in carica potesse portarli alla guerra e alimentare il complesso militare-industriale americano mantenere il dominio politico nel mondo.
“Why We Fight” documenta le conseguenze di detta politica estera con le storie di un veterano della guerra del Vietnam, il cui figlio è stato ucciso nell’attacco alle Twin Towers l’11 settembre 2001 e che ha poi chiesto ai militari di scrivere il nome di suo figlio morto sulle bombe sganciate in Iraq, quella di un ragazzo di 23 anni di New York, arruolato nell’Esercito degli Stati Uniti perché  povero e pieno di debiti, la sua decisione, spinta dalla morte della madre, e le testimonianze di una scienziata militare esperta in esplosivi, Anh Duong, arrivata negli Stati Uniti come profuga dal Vietnam nel 1975.

trailer del film

film completo

U.S.A. vs i super ricchi

Incoraggiati dalla sua vittoria elettorale di novembre e con i sondaggi che mostrano un notevole consenso per una proposta di aumentare le tasse sui ricchi, il presidente americano Barack Obama sta prendendo in considerazione una linea più dura nel suo primo faccia a faccia con i repubblicani da quando ha vinto il secondo mandato.

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La polvere delle elezioni di novembre si è appena dissolta ma il presidente americano Barack Obama è già tornato sul campo di battaglia. Il suo avversario, ovviamente, rimane il partito repubblicano, ma questo scontro si combatterà a colpi di tasse. Per il presidente, così come per molti americani il 2% della popolazione più abbiente dovrebbe pagare più tasse per ridurre parte del disavanzo publico. Le linee sono state chiaramente tracciate: Obama dice di sì, i suoi avversari dicono di no.

Sostenuto da una vittoria decisiva contro lo sfidante repubblicano Mitt Romney  e  con l’approvazione del grande pubblico grazie alla sua presa di posizione sulla questione, il presidente ha adottato un tono più duro che indica che egli sia disposto a esercitare il suo potere in modo più muscolare durante il suo secondo mandato. La strada verso l’aumento delle tasse per i più ricchi è un’inequivocabile allontanamento dai passi percorsi nei quattro anni precedenti, nei quali, il presidente, si era distinto per la pragmatica politica di accordi con la parte repubblicana in nome di un bene superiore, quali erano la legislazione sulla spesa pubblica, la riforma sanitaria e la riduzione del deficit. I sondaggi hanno dimostrato che fino a due terzi degli americani sono a favore di maggiori imposte per i ricchi.

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La nuova fiducia del presidente si è riflessa anche nel piano che ha steso la scorsa settimana nel quale ha chiesto, non solo gli 1,6 miliardi di dollari che verranno prelevati attraverso le tasse in 10 anni ai più ricchi, ma anche 50 miliardi di dollari come stimolo monetario supplementare, il quale comprende sussidi per i disoccupati di lunga durata e investimenti nelle infrastrutture. Il piano di Obama, attraverso questi nuovi prelievi, è quello di non tagliare la spesa pubblica sul Medicare, il servizio sanitario finanziato dal governo per gli anziani, ne tantomeno sul Medicaid, servizio sanitario per i più poveri e i disabili, così come aveva previsto lo scorso anno.

Durante il suo primo mandato, Obama è stato ampiamente criticato per non aver sufficientemente prestato attenzione, attraverso le sue politiche, al popolo americano (l’americano medio NDA). Nel tentativo di porre rimedio, il presidente, ha recentemente ospitato una campagna in cui ha esposto il suo piano di riduzione del disavanzo tra gruppi di piccoli imprenditori, amministratori delegati di grandi imprese e la classe media americana.

I Repubblicani della Camera, tuttavia, sono irremovibili. Obama si rifiuta di introdurre tagli sulla spesa a meno che i repubblicani non accettino tasse più alte per i ricchi. I Repubblicani, intanto tengono duro, sperando di poter aver entra,be le soluzioni, tagli alla spesa pubblica senza l’aumento delle tasse per i più ricchi, da cui il partito ottiene la maggioranza dei supporti, monetari e di voti.

Fonte: Washington Post e France24

Elezioni USA, la vittoria di Obama

La rielezione del presidente Obama non è il segno dell’arrivo alle elezioni di una nazione fratturata che giunge alle elezioni unita ma è stato un forte sostegno delle politiche economiche come la crescita di posti di lavoro, lo stress, la riforma sanitaria, l’aumento delle tasse e la riduzione equilibrato del disavanzo – e delle politiche moderate in materia di immigrazione, aborto e matrimonio omosessuale. E ‘stato un ripudio dell’era reganiana e dei luoghi comuni su riduzione delle imposte, relative ricadute nell’economia e della politica della paura, intolleranza e disinformazione.

La vittoria del presidente dipende in larga misura dalla Midwest Rust Belt, da stati come l’Ohio, dove il piano di salvataggio del settore automobilistico ha dimostrato molto popolare, per il semplice motivo che ha funzionato.  Più in generale, gli elettori del Midwest sembrano avallare la tesi del presidente che il governo ha un ruolo significativo nella creazione di posti di lavoro del settore privato e nello stimolare l’economia. Hanno respinto la posizione di Romney che afferma che Washington dovrebbe semplicemente stare fuori da queste cose e lasciare che il libero mercato esprima la propria volontà. L’ultimo colpo di coda repubblicano è stato quello di rubare ai democratici la Pennsylvania attraverso un’opera di convincimento sulla disoccupazione, proprio sui soggetti interessati. Tuttavia gli elettori son rimasti fedeli al presidente uscente.

La decisione di Romney di attuare una linea dura, durante le primarie, contro l’immigrazione gli è costato il voto dei latino-americani. Con l’adozione di una posizione insensibile secondo cui gli immigrati clandestini debbono essere costretti ad un’ “auto-deportazione”, e lodando la crudele legge sull’immigrazione dell’Arizona,  Romney hareso la sua strada verso la presidenza in Florida e in altri stati cruciali molto più difficile. Solo un terzo degli elettori ha accettato l’ipotesi secondo cui gli immigrati clandestini dovrebbero essere deportati. L’approccio repubblicano, se non sarà modificato, costerà loro caro in futuro.

Eppure, la vittoria di Obama non ha mostrato un paese unito. Gli americani ricchi hanno sostenuto Mr. Romney, mentre i più poveri tendevano a votare per Obama. Permangono inoltre le divisioni chiare tra gli elettori per sesso, età, razza e religione. Gli afro-americani e gli ispanici hanno sostenuto in maniera schiacciante Obama. I bianchi hanno votato per Romney, il quale ha vinto tra coloro che si sono opposti al matrimonio gay, quelli che sostengono l’abolizione dell’aborto o favorito la deportazione in massa degli immigrati clandestini. Tuttavia nessuna di queste sono posizioni di maggioranza.

La strategia di Romney è stata quella di incolpare Obama per quasi tutto, invece che assicurare gli americani di avere un piano per ridurre il deficit senza aumentare le tasse o tagli l Medicare. La colpa della perdita di una buona fetta di voti, secondo l’ex presidente presidente George W. Bush, è dovuta alla strategia di dare la colpa ad Obama piuttosto che allo stato dell’economia. Gli elettori hanno mostrato più sottigliezza nella loro analisi economica del signor Romney. Quelli che pensano che il mercato immobiliare e la disoccupazione sono il più grande problema della nazione hanno votato per Obama. Quelli più preoccupati per le tasse ritenute troppo alte hanno votato per Romney.

Significativamente, il 60 per cento degli elettori ha affermato che le imposte devono essere incrementate o solo sui ricchi o su tutti. Solo il 35 per cento ha affermato che non dovrebbe essere aumentate, quest’ultimo gruppo, naturalmente, ha votato per Romney. Il sondaggio ha chiarito che gli americani non sono soddisfatti dello status quo economico, e un numero considerevole di elettori si è accorto che l’economia sta peggiorando.

La delusione dei Repubblicani va sopratutto alla loro politica di assalto implcabile alla riforma sanitaria di Obama, la quale si è mantenuta salda e ha mantenuto un’ottima approvazione popolare. Solo un quarto degli americani è d’accordo con i repubblicani secondo la sua totale abrogazione.

Con uno schiacciante 303 a 206, Obama e i Democratici acquistano la maggioranza al senato e questi dati mostrano come sia stata errata la scelta da parte repubblicana dei suoi candidati marginali. La sconfitta in Connecticut, Indiana e Missouri è stato un grosso peso per i seggi della destra.

I sondaggi sono stati incoraggianti in quanto hanno indicato che una solida maggioranza degli americani crede che l’aborto dovrebbe essere legale e che la metà degli americani ora sostiene che gli Stati dovrebbero riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Il risultato positivo per i referendum a tema matrimoni gay, aborto e legalizzazione della marijuana hanno contribuito a modificare anche l’opinione pubblica americana (https://freeblogsophy.wordpress.com/2012/11/06/e-day/).

Fonte: New York Times

E-DAY

Il fatidico giorno tanto atteso dal mondo ma dall’America con la A maiuscola in particolare è finalmente arrivato. Quest’oggi, 6 Novembre 2012, si decideranno le sorti della Casa Bianca. Barack Obama o lo sfidante Mitt Romney? Questa è la domanda che ancora in molti si stanno ponendo, la campagna elettorale è stata turbolenta e a colpi di spot elettorali, che per noi spettatori stranieri potrebbero addirittura sembrare delle buffonate clamorose all’americana in cui la nonnina di turno ti parla di quanto è americana sullo sfondo della bella cucina con la finestra che dai sui monti o la tipica madre americana che da noi utilizzerebbero per la pubblicità della mulino bianco che ti parla di quanto sia stata inconcludente la politica estera di Obama e di come Mitt Romney pensi davvero alla gente come lei (?). Una campagna elettorale, dicevamo, a colpi di spot televisivi e confronti faccia a faccia in cui il presidente in carica ha inizialmente subito gli attacchi dello sfidante, nonostante gli argomenti poco consistenti e che , al giorno d’oggi, non dovrebbero nemmeno far presa (ma stiamo parlando degli USA, non dimentichiamolo). Una campagna elettorale serrata e con un’ospite inatteso, la supertempesta Sandy che ha colpito la East Cost, ma anche le isole a sud degli USA come Cuba, e che ha portato con se, oltre alla devastazione e la paura, anche i critici dell’amministrazione Obama, i quali vedono nella tempesta un atto divino che porta all’attenzione dei cittadini la male organizzazione dei soccorsi.

Già nelle prime ore della mattinata si è cominciato a votare in un piccolo paesino del New Hampshire, dove i primi spogli indicano un pareggio, e lungo tutto l’arco della giornata l’intero paese, fino alle 6 PM di questa sera chiamerà a votare oltre 130 milioni di patriottici cittadini americani. Decisivi saranno i cosiddetti swing state tra i quali il più importante di tutti resta l’Ohio, senza però perdere di vista nemmeno gli altri, Wisconsin e Iowa, fondamentali per i democratici e per Obama stesso per avere sia la presidenza che la maggioranza al senato, necessaria per poter governare. Gli ultimi sondaggi davano il presidente leggermente in vantaggio su Romney ma ancora la paura va a quegli stati come l’Ohio dove la risicatissima maggioranza raggiunta potrebbe cambiare in sfavore e lasciare Obama con le spalle scoperte. Dalla virginia, nel frattempo Romney lancia gli ultimi disperati tentativi di convincere gli indecisi affermando che “..il programma di Obama per i prossimi quattro anni è semplicemente riproporre temi già sentiti nello scorso mandato, Obamacare, prestiti, stimoli e tutto il resto..”.

Ma se l’attenzione degli spettatori è quasi totalmente assorta dalla corsa alla Casa Bianca, oggi alcuni volgono l’attenzione anche su altri referendum proposti dai singoli stati ma che potrebbero influenzare le scelte politiche dei prossimi anni, tra i più importanti, in agenda troviamo la proposta, nello stato di Washington (west coast) di legalizzzazione della marijuana per scopi terapeutici, anche se pure i vicini stati dell’Oregon e del Coloradono stan prendendo in considerazione la proposta. Nel frattempo a Los Angeles e dintorni si discute (e si vota) la legge per imporre ai divi del cinema hard il preservativo, proposta portata avanti da un’associazione che si occupa di malati di HIV nella città divenuta famosa nella letteratura americana e mondiale come la città della libertà sessuale. Nel frattempo il Mayne fa i conti con il referendum sui matrimoni gay mentre viceversa Washington DC e il Maryland fan di tutto per portare avanti una campagna che si impegni a d eliminare questa opzione, già in vigore nelle rispettive aree.

Insomma oggi gli Stati Uniti d’America si trovano a fare i conti con il passato, il presente e il futuro. Obama è stato un buon presidente? I suoi impegni per portare avanti il tanto discusso Obamacare sono stati importanti e apprezzati dagli americani? oppure quegli stessi che lo hanno eletto trovano che le sue iniziative di rilancio economico, seppur solo parzialmente soddisfatte, l’impegno del ritiro delle truppe americane dall’Iraq, almeno iniziato, e l’aiuto che sta portando avanti ai meno abbienti, facendo pesare sulle classi più forti e ricche del paese (così come uno Stato che si definisca tale dovrebbe fare), siano tutte iniziative poco Americane? La scelta migliore sarà il primo presidente nero americano oppure il democratico e primo presidente mormone americano?

Luca Ghilardi

Cambiamenti climatici nella corsa alle presidenziali

L’intrusione devastante dell’uragano Sandy nello sprint finale della campagna presidenziale avrebbe avuto almeno un risultato positivo, ispirando il presidente Obama e l’avversario Mitt Romney per risolvere finalmente un problema enorme e che hanno ignorato per tutta la lunga campagna: il cambiamento climatico.

Dopo le tempeste di fuoco che hanno colpito con una siccità senza precedenti la West coast, i tornado killer e le tempeste anomale che hanno battuto il Midwest, Sud e East Coast, Sandy è solo il più recente. Sandy è un esempio di un fenomeno meteorologico che non abbiamo mai visto prima – una confluenza di un uragano, aria fredda e di una corrente a getto alterata che ha creato una tempesta mostro che si estende dai Caraibi al Canada e dall’Atlantico a Chicago.

Fino a poco tempo fa i climatologi americani sono stati attenti a non attribuire ad un singolo evento meteorologico il cambiamento climatico globale. Ma, negli ultimi due giorni, un certo numero di scienziati ha postato tweet che in sostanza dicono: “Ve l’avevamo detto”. Per anni, hanno descritto ciò che gli effetti del riscaldamento globale avrebbe causato, quest’anno, molti di loro dicono, “This is it”.

Mentre il resto del mondo da tempo si chiede se il cambiamento climatico è reale e da accettare come un dato di fatto, negli Stati Uniti hanno montato un dibattito ridicolo. Romney a capo di un partito nel quale la maggioranza ritiene che il cambiamento climatico sia una bufala e sia necessario evitare di parlarne, per non essere visti come anti-capitalisti, amanti degli insetti e mangiatori di muesli. Obama potrebbe parlare del problema se lo avesse desiderato, ma evita anche lui, forse per non dare alla destra un altro motivo per accusarlo di complotto contro l’America.

La questione non può essere costeggiata per sempre. I membri del Congresso possono accusare circa bufale e complotti nefasti per distruggere l’industria statunitense e per limitare le emissioni di CO2, ma un giorno non troppo lontano, anche i negazionisti della scienza non potranno negare la necessità di una legge pro ambiente. L’aumento del livello del mare, siccità prolungata, incendi e tempeste furiose sempre più frequenti e più violente avranno un costo economico enorme.

Già, le compagnie di assicurazione stanno tenendo d’occhio le uscite, pensando che la vendita di polizze a copertura catastrofi naturali è diventata una scommessa azzardata. Quando le compagnie di assicurazione lasceranno il campo, il governo dovrà sobbarcarsi le spese per prendersi cura delle persone che hanno perso case, aziende e mezzi di sussistenza.

Le città e gli stati dovranno far fronte a costi di rinnovamento delle infrastrutture per prevenire le catasrtofi naturali.

è tempo per il governo federale di elaborare un piano globale per affrontare tutto questo. Ed è davvero inconcepibile che i candidati alla presidenza abbiano ignorato il problema.

Fonte: Los Angeles Times