Weakness

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“Let everything that’s been planned come true. Let them believe. And let them have a laugh at their passions. Because what they call passion actually is not some emotional energy, but just the friction between their souls and the outside world. And most important, let them believe in themselves. Let them be helpless like children, because weakness is a great thing, and strength is nothing. When a man is just born, he is weak and flexible. When he dies, he is hard and insensitive. When a tree is growing, it’s tender and pliant. But when it’s dry and hard, it dies. Hardness and strength are death’s companions. Pliancy and weakness are expressions of the freshness of being. Because what has hardened will never win.”

STALKER (1979)

SUB SPECIE AETERNITATIS

“LA RELIGIONE DI UNO SCETTICO” di JOHN COWPER POWYS

Oggi ho voluto consigliarvi una lettura. Forse più che una lettura, una riflessione o, patrocinata da entrambe, la possibilità di coinvolgere in un attimo il fuoco scorticante di un ambiguo saltimbanco: John Cowper Powys. Personaggio atipico, definito “il più anarchico scrittore britannico” fu il primo della “cascata” degli undici figli del vicario John. Erede eretico del Thomas Hardy romanziere e così “personale” da incontrare fanatici seguaci e rabbiosi detrattori, ha scritto romanzi debordanti, a partire dalla voluminosità, per ricchezza e originalità di temi, personaggi, luoghi e situazioni. Non mi spingo a voler qui sviscerare le motivazioni che mi hanno portato a scrivere un articolo su questo autore. Ma, volendo far della concisione la sostanza di questa introduzione, ammetto che ne sono rimasto drammaticamente colpito. Mi ha colpito la sfrontatezza intellettuale con cui s’è addentrato in un argomento a me così caro: la disperata ricerca umana d’ autoindividuazione cosciente nell’ infinito caos della propria spiritualità. Mi ha colpito la sua dimostrata incapacità di risparmiarsi anche laddove lo spunto verbale diviene impercettibilmente inadatto al proprio ruolo espressivo, dove tutto il ricorso ad una supposta carica retorica si dimostra inefficace. E’ commovente come, proprio nel momento ove la massimizzazione lessicale non è più in grado di contenere l’ esacerbanza emotiva, laddove la maggior parte delle persone concluderebbe con rassegnazione, ecco che giunge la poesia; ecco che la parola diviene melodia; il messaggio lacrima; il furore fuoco vivo. Mi ha colpito l’ esplosione titanica racchiusa in un così piccolo spazio fisico (il libro consta di appena 83 pagine), quasi a dimostrazione che, pur nel soggiacere alla propria nemesi immanente, la trascendenza riverbera irriducibile nel crepuscolo prenatale del mondo e lo pervade, definendolo, conferendogli le parti da recitare, nascondendosi schiva, quasi intimidita, ma scalzando la sua presunta pavidità attraverso il caricarsi di tutto lo splendore della tragedia umana.

Ma non voglio annoiarvi oltre. Ho di seguito tratto alcuni punti salienti del libro, certamente insufficienti per addentrarsi appieno nell’ universo qui appena tratteggiato. Lascio la parola alla bellezza che un altro, molto meglio di quanto sarei in grado io, è riuscito a distillare sotto forma di ipnotico sortilegio.

” (…) Che cosa,infatti,ci resta da fare in questo crollo di ogni credibile visione soprannaturale? Ridurci a un’ insolente indifferenza di fronte allo svanire delle antiche osservanze?Ignorare completamente le ben radicate pietre miliari con cui i nostri antenati diedero dignità e misura ai loro giorni?
Io non posso crederlo.
Nella scomparsa di ogni giustificazione razionale per i dogmi della fede, ci è dato tuttavia di saper apprezzare l’ ardita poesia; ci è dato di poterli usare- senza che il nostro intelletto sia narcotizzato dalla loro seduzione- come un modo naturale e decente di lumeggiare l’ inevitabile successione degli eventi umani sulla terra.
(…) Per il razionalista integrale qualunque fede è una frottola;e rimarrà sempre questione apertissima se il razionalista non abbia ragione! Ma, ragione o torto, (…) è solo mettendo in crisi lo scetticismo del razionalista con uno scetticismo ancor più radicale, che noi diventiamo liberi di godere della bellezza di queste idee senza negare loro un qualche possibile residuo di realtà.
Le persone religiose semplici di spirito, dalla cui pietà dipende per intero il sussistere di tutto questo, sono pronte a scommettere la propria fede personale contro ogni discussione.
(…) Soltanto quando uno scetticismo di questa sorta va alla radice della questione nasce quella consapevolezza di tipo particolare, grave, tenera, misericordiosa, distaccata, alla quale si rivela la vera bellezza immaginativa della religione. Nulla di ciò vedono i pietisti che danno la propria fede per scontata. Nulla di ciò vedono i Modernisti che criticano l’ uno o l’ altro dogma.
(…) Considerare la religione come mitologia non la rende meno importante: anzi, le dà un fascino nuovo e soave. Le restituisce l’ incanto che essa aveva all’ inizio, quando i suoi dogmi non avevano ancora perduto la propria poesia naturale nel laboratorio della speculazione teologica.(…) Perchè in definitiva, come il nostro scettico medio sa bene, è stato il genere umano a inventare la figura di Cristo e tutti i misteri ad essa connessi.
(…) Il nostro Cristo non sarà nè il mistico Figlio del Cielo della teologia ortodossa, nè il generoso filantropo dell’ ereticale culto dell’ eroe. Sarà un dio autentico e naturale, creazione non già della devozione e men che mai della filosofia, bensì della poesia e dell’ immaginazione. (…) Non appena si lasciano gli aridi scogli dell’ argomentazione affermativa o negativa; non appena ci si avvicina ai margini ombrosi della concreta sensibilità umana, tutto ciò che ho cercato di esprimere prende posto tra quelli che potremmo definire “i silenzi dell’ anima”. Di fatto l ‘ umanità non può adorare null’ altro che la magia dell’ universo: le immagini tradizionali in cui questa magia è stata catturata e conservata avranno sempre un pathos loro proprio, che nessun argomento può giustificare o distruggere. E questo pathos, questa emanazione di bellezza, è cosa affatto diversa dalla fede e dalla non-fede.
(…)L’ arte ha questa proprietà di soddisfare in noi una brama che va oltre la sfera della spiegazione razionale. E i dogmi della Chiesa, le sue festività, sono l’ immagine dell ‘ Umanità, annerita dal fumo, sulle pareti del carro del suo lungo viaggio. (…) E’ come se contemplassimo in un vasto specchio opaco il cuore ferito di un universo rivoltato e lacero in un cataclisma di disperata pietà.
(…) La bella e malinconica atmosfera della religione di Cristo è cosa del tutto indipendente dalle parole di Gesù, del tutto indipendente dalle personalità di Gesù. Il sentimento che si produce in noi quando udiamo le parole: “ed ella dette alla luce il suo figlio primogenito, e lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia” è un sentimento che va ben al di là dell’ emozione suscitata dall’ idea di Gesù di Nazareth considerato unicamente come uomo buono e grande.In queste parole familiari è stato iniettato, come un’ indescrivibile essenza, tutto quell’ incanto fiabesco, redentore della sofferenza della vita, che solo possono dare certe forme di artigianato figlie della terra, piene di odore dell’ erba estiva e del fumo soave dei ceppi invernali. (…) E’ la riduzione della vita ai suoi più semplici termini; e poi la sua esaltazione con la mirra e la cassia della pura poesia. E’ una specie di diffusa Messa secolare, consacrante persino gli utensili di cucina, perfino il fango delle stalle, con un incanto domestico simile a quello delle fiabe dei Grimm, con una magia tenera come quella del primo amore.
(…)Non ci occorre la fedeltà dell’ ortodosso, non ci occorre la razionalità dell’ eterodosso, per comprendere, imbattendoci in queste parole, che nei dogmi della più semplice professione di fede c’è una poesia che sopravvivrà all’ ascesa e al declino di molte nazioni; una poesia che appartiene, per il solo fatto d’ essere apparsa al mondo, alle mani che ricevono il bambino dal grembo, alle teste che si chinano sulla fossa.”

Romano Bianchi

Erasmus BYE BYE?

Cosa manca all’Europa? Perché non siamo ancora una USE united states of europe? Cosa hanno oltreoceano che noi non abbiamo? Tralasciamo il fatto che al di là del mare non hanno avuto la Storia che abbiamo avuto noi, non hanno mai conosciuto le divisioni che abbiamo conosciuto noi, i nazionalismi debilitanti e le due guerre mondiali che ci hanno prima allontanato e poi riavvicinato. Eppure siamo qui, con un’Europa, un’UE che arranca, che si è unita economicamente ma che manca di legami politici forti e coesi ( e dio solo sa quanto noi italiani lo vorremmo). Ci ritroviamo ancora per le strade delle grandi città europee a chiederci “Where are you from?” “Italy (risata, ah si berlusconi, bunga bunga.. e via a spiegargli che il Berlusca è stata una parentesi di solo 20 anni.)” “France” “German” “UK” e via dicendo. Cosa manca all’Europa? Coesione, ma più semplicemente, identità. Ecco cosa ci manca, cosa noi non abbiamo che negli Stati Uniti hanno da più di 200 anni.

Come si crea un’identità? La consapevolezza di far parte di un gruppo che ci definisca, che ci renda parte e che ci renda fieri di esserlo?

In tempi di crisi è normale tagliare e potare e falciare e risparmiare ,però, ci devono essere dei limiti, delle definizioni di priorità. Una di queste secondo me deve essere una JOINT ACTION, un’azione che unisca due diversi obiettivi, la necessità di far crescere le giovani menti e quella di lanciarle in mezzo all’Europa che cambia, senza isolarli nei propri Paesi. Questo deve essere il futuro: una mobilità i massa che ci permetta di inserirci in un’unico grande Stato, di permearne i sistemi economici, politici, scolastici ecc ecc. Ed ecco che arriviamo al vero punto che mi interessa toccare, il progetto che ha fatto correre di qua e di là di confini europei più di 3 milioni di studenti: l’ERASMUS.

Questo progetto, che dura da più di 25 anni, è oggi a rischio di estinzione e le istituzioni si stanno mobilitando per chiedere ai governi di mettere insieme 9 miliardi di euro per poterlo salvare e salvare con esso altri progetti interstatali di pari opportunità.

Un’ondata di indignazione ha colpito il web quando la notizia ha fatto il giro dei social network; non è possibile lasciar cadere così una delle più valenti risorse che abbiamo per garantirci un futuro, parlando in maniera comune e non singolarmente, perché se da un lato arricchisce il curriculum personale, dall’altro salda quei legami che i governanti cercano di creare sa mezzo secolo attraverso leggi ed accordi, e ad una spesa minima. Gli accordi internazionali possono avere valore ma se manca la base, un’identità comune, questi accordi hanno lo stesso valore che può avere un marco tedesco del 1923.

Non resta altro da fare che attendere l’anno nuovo e il bilancio annuale, per vedere se saranno stanziati i fondi necessari oppure se verrà barbaramente eliminato ciò che ha fatto sognare studenti da 25 anni a questa parte.

Ecco a voi lettori un link correlato a ciò di cui parliamo ed un’opportunità per farvi un’esperienza all’estero: http://www.scambieuropei.info/

Luca Ghilardi

IO NON RICERCO, IO TROVO

Venerdì 28 settembre, ore 23.00,Venezia. Una moltitudine di ragazzi, studenti universitari per lo più, si distacca dal proprio bighellonare sornione in giro per i campielli veneziani e dalle sorsate di lunghi spritz arancioni per imboccare lentamente le tortuose callette, alla volta comune di Palazzo Foscari. Il perché è presto detto. E’ la “notte europea dei ricercatori”, l’evento ormai immancabile, promosso dalla Commissione europea dal 2005, con l’intento di permettere un avvicinamento fra il grande pubblico di ogni età e i ricercatori, in differenti città europee, nella stessa data di fine estate: il quarto venerdì di settembre. Anche quest’anno il Veneto ha partecipato con successo al bando europeo “The Researchers’ Night”, nell’ambito del Settimo Programma del Quadro per la Ricerca e lo Sviluppo Tecnologico. I partner coinvolti sono l’Università di Padova (Coordinatore 2012), l’Università Ca’ Foscari, l’Università Iuav di Venezia, l’Università di Verona, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, Unioncamere del Veneto.

Attraverso innumerevoli eventi, itinerari lagunari, concerti, cacce al tesoro, laboratori, mostre, video conferenze, visite guidate ed il susseguirsi di ospiti illustri e non, dalle 17.00 del pomeriggio, sino a tarda serata, Venezia si è accesa di quelle musiche girovaghe e di quella magica arte nascosta che in qualche modo ne intessono da sempre la natura stessa. L’ospite di cui volevo parlare questa sera era in programma per le 23.00 a Palazzo Foscari, la sede centrale dell’ omonima università. Fin da subito, varcando gli alti ed avviluppati cancelli in ferro battuto che celano l’entrata alla splendida costruzione gotica affacciata sul Canal Grande, siamo stati accolti da una folla di ragazzi disposta a semicerchio. I pochi che erano riusciti ad accaparrarsi una sedia erano attorniati da una distesa di persone seduta per terra, a loro volta chiusi dagli spettatori in piedi. Gli sguardi erano rivolti ad un piccolo palco vuoto, incorniciato da quattro grandi ritratti alla Andy Warhol .Dopo qualche minuto di attesa si sente un applauso. Il critico d’arte e conduttore televisivo Philippe Daverio si fa annunciare, attraverso il colonnato adiacente al palco, da uno sgargiante papillon rosso fuoco, chiuso in un doppiopetto ricamato in oro, giacca scura e camicia bianca a scacchi. Gli applausi dei presenti hanno accompagnato tutta la sua entrata in scena, aspetto che lo ha sicuramente sorpreso al di là delle usuali parole con cui ha esordito “Non mi aspettavo un’ accoglienza del genere”. E da questo momento comincia uno show che non ha minimamente deluso le aspettative iniziali. Bicchiere d’acqua ghiacciata in mano, in piedi davanti ad un pubblico fremente, estrae il proprio orologio da taschino dall’ inusuale doppiopetto alla Berchet, riponendolo sul leggio e affiancandolo al suo iphone. “Una lezione che possa definirsi interessante non può durare più di 45 minuti, ci vuole coraggio per mettere alla prova le potenziali anchilosi e gli sbadigli sguscianti che cominciano a farsi sentire dopo tre quarti d’ ora di lezione”. Risate generali. E poi comincia. In un interessantissimo discorso ricco di riferimenti storici ed escursioni che sfrecciavano dalla musica, all’arte, alla fisica, alla filosofia, alla matematica, Daverio inchioda il proprio pubblico sul tema della dicotomia tra Ricercatore e Trovatore. Chi sono queste due figure? “Picasso”, incalza, “ha affermato: io non ricerco, io trovo.” Se la figura dell’ Intellettuale, prosegue, nasce fra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX con il famoso “J’accuse” del caso Dreyfus, il processo costruttivo, che nel 1898 portò Emile Zolà a pubblicare il famoso editoriale in difesa dello sfortunato Alfred Dreyfus, nasce molto tempo addietro, per influenzare in profondità, di li in poi, l’intera storia dell’umanità. E’ un processo che, pur personificandosi storicamente in molte vicende (Daverio ci conduce a braccetto attraverso il genio di Antonio Vivaldi che scrisse “Il cimento dell’ armonia e dell’ invenzione”, danzando leggiadro sul buio drammatico del suicida Arthur Koestler, passando dal microbo di Pasteur, all’ “umana” incomprensione di Guglielmo II di fronte alla clamorosa scoperta del motore di Rudolf Diesel, per giungere ai modernissimi quesiti di micro e macrofisica che attanagliavano la mente di Focault) vede affondare le proprie radici precisamente nella storiografia greca. Il tempo che fu rischiarato dal genio dei lumi Parmenidei, Platonici, Aristotelici e Pitagorici è un momento di grande rottura, un momento nel quale vengono gettati i semi dell’ odierna ossessione squisitamente occidentale che ruota attorno al concetto di “ricerca”. La differenza rispetto alle altre culture del tempo (si pensi ai riti vedici induisti, o alle profezie messianiache delle grandi religioni monoteistiche) appare palese. Citando il “Not common sense” di A.Kreiman, Philippe Daverio si schiera a favore dell’ epistemologo nell’ affermare che la natura qualitativa del suddetto cambiamento, che ha pervaso questo senso di umana ricerca di fronte al grande Quid della realtà, nasce proprio nella tendenza, progressivamente radicatasi, del contrapporre alla realtà “assunta” della rivelazione profetica, la costante incompiutezza e famelica insoddisfazione del filosofo. Un filosofo che da allora diviene schiavo della propria arroganza, ne viene condannato e schiacciato, un filosofo caduto e costretto all’ esilio errabondo. Ma allo stesso tempo è proprio nell’ impressione di una fine turbolenta e polverosa che una nuova istanza prende forma, che, ancora una volta, la Macchia Primigenia dona vita attraverso una confutazione. Chi viene alla luce è un figlio dell’ Agapè neoplatonica, figlio della convinzione, figlio della lotta brutale contro il molteplice cangiare del reale, scopritore di mondi sconosciuti, figlio della ragion sufficiente ed amante perduto dei conturbanti universi numerici.E’ l’ iperuranio platonico.Il Cosmos aristotelico. L’ Essere perfetto di Parmenide e la Matematica pitagorica. “L’iniziazione esoterica (tipica di quel periodo oltretutto)” continua Daverio “è semplicemente l’ accettazione spirituale delle proprie scelte. Chi spia il mistero nascosto dal velo, ne diviene anche il custode, smettendo di accettare la realtà e dovendosela fabbricare. Questo è l’ inizio della scienza moderna; più che una disciplina, un approccio cosciente, costretto per propria natura ad abbandonare la profezia e condannato a trovare,vagando. E dunque ora è possibile avvicinarsi un po’ di più a ciò che s’intendeva inizialmente parlando di dicotomia fra Ricercatore e Trovatore. Essi non sono nient’altro che la duplice espressione di uno stesso baricentro, il prodotto plastico di un’ aspirazione armonica, la concretizzazione d’ una innata disposizione dialettica al rito misterico, la subcosciente intesa reciproca volta all’ invenzione. Ma poiché i quarantacinque minuti stavano volgendo al termine, Daverio conclude con un esperimento pensato il giorno stesso in treno. Pastrocchiando impacciatamente con il cellulare, carica una sonata di Frescobaldi che rimette al giudizio del pubblico. Le strane note invadono la tiepida nottata stellata, aleggiando lente fra gli sguardi assorti dei presenti. Mentre la melodia prosegue l’ istrione ci guarda di sottecchi, fra il serio e il faceto, scrutandoci e ricercando con lo sguardo l’ intesa che gli abbiamo conferito con l’ applauso iniziale. “Avete appena sperimentato l’ impressione del ricercare.” arguisce a musica finita, ”Vedete, la musica (pensiamo a Beethoven) generalmente ha un prima e un dopo, ma la nostra forza mnemonica con Frescobaldi è spaesata. Le toccate e partite improvvisate, le continue scale ascendenti e discendenti, i trilli, gli abbellimenti e i virtuosismi di sorta definiscono un genere completamente nuovo, di cui Frescobaldi è il fondatore e che vede nell’ utilizzo del contrappunto fiammingo la propria base melodica.” La sua ideologia è infatti ascrivibile ad un nuovo modo di concepire la musica come arte filosofico-matematica (detta seconda pratica monteverdiana), che vuole evocare gli affetti e le emozioni degli ascoltatori, tenendo conto principalmente dell’ atto esecutivo ed improvvisativo piuttosto che dell’ atto compositivo. “E’ qui che emerge il Ricercatore”, conclude, ” alla perenne ricerca di un centro di gravità in un percorso potenzialmente infinito e costantemente ciclico, che è bello di per sé. Eppure il senso del viaggio, una volta passato nelle mani della “nemesi” (il Trovatore), non si esaurisce nella sostanza, ma muta nella forma. Esso viene spezzato, riequilibrato, concluso e, dunque, reinventato”.

Philippe Daverio lo trovi anche qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Philippe_Daverio

http://www.passepartout.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-feff8fd3-1f0f-4fd1-99a4-7ff5cd026ab1.html?homepage

Romano Bianchi