Critica alla teoria economica dietro l’azione del governo Monti

Il fallimento delle politiche economiche messe in atto dal governo Monti è anche il fallimento delle teorie economiche che le hanno sostenute sul piano “scientifico”, e che possono essere ricondotte a due proposizioni: 1) La riduzione della spesa pubblica accresce i consumi. 2) La riduzione della spesa pubblica accresce gli investimenti privati

 

[Per approfondimenti consultare anche l’articolo sul “Punto di vista del Tesoro“, nota di KB]

Sul piano della politica economica, il bilancio del governo Monti non è particolarmente entusiasmante. Tre dati possono essere sufficienti per attestarlo: circa centomila individui hanno perso lavoro nel corso dell’ultimo mese, come rilevato nell’ultimo Rapporto ISTAT, con un tasso di disoccupazione giovanile (superiore al 30%) che ha raggiunto, in Italia, il suo massimo storico; è notevolmente aumentato il numero di fallimenti di imprese, con oltre cento crisi industriali in atto; il rapporto debito/PIL è aumentato di 6 punti percentuali nel corso dell’ultimo anno. In altri termini, appare sempre più evidente che ciò che viene definita “crisi” è oggi niente altro che l’inevitabile effetto di politiche fiscali restrittive attuate in un contesto di calo della domanda aggregata; politiche che questo Governo, più del precedente, ha perseguito con la massima tenacia.

L’argomento utilizzato dal Governo e dai suoi sostenitori del “cosa poteva accadere se” [non ci fosse stato Monti] è non dimostrato né probabilmente dimostrabile e, sebbene al prof. Monti vada riconosciuta un’autorevolezza incomparabilmente maggiore di quella del suo predecessore, non è dato riscontrare nessuna correlazione significativa fra “credibilità” di un Governo ed esposizione del Paese al rischio di fallimento. L’argomento del “ce lo chiede l’Europa” [di mettere in atto politiche di austerità] vale, al più, per delegittimare l’Unione Europea, non certo per accreditare la presunta necessità di ridurre drasticamente la spesa pubblica e di aumentare ancor più drasticamente l’imposizione fiscale.

Il fallimento delle politiche economiche messe in atto da questo Governo è anche il fallimento delle teorie economiche che le hanno sostenute sul piano “scientifico”, e che possono schematicamente essere ricondotte a due proposizioni.

1) La riduzione della spesa pubblica accresce i consumi. La riduzione della spesa pubblica pone i consumatori nella condizione di non essere costretti a risparmiare per far fronte al pagamento delle imposte. La ratio di questa proposizione risiede nella tesi in base alla quale l’indebitamento pubblico – derivante da aumenti della spesa pubblica – costituisce un trasferimento dell’onere fiscale sulle generazioni future. In quest’ottica, nel caso in cui il Governo decida di accrescere oggi la spesa pubblica, e che questo sia un segnale pubblicamente osservabile, le famiglie sanno che dovranno risparmiare oggi per pagare più tasse domani. Questa tesi – che rinvia alla c.d. equivalenza ricardiana – poggia su due ipotesi essenziali. In primo luogo, occorre assumere che gli individui abbiano perfetta capacità previsionale e che, dunque, sappiano quando la pressione fiscale aumenterà e di quanto aumenterà. Occorre poi assumere che gli individui siano altruisti nei confronti delle generazioni future, così che – conoscendo la tempistica e il futuro aumento della tassazione – trasmettano ai propri discendenti una quantità di risorse monetarie tale da consentire a questi ultimi di pagare le tasse. Posto in termini diversi e più facilmente comunicabili, si ritiene che un aumento dei nostri redditi oggi – nel caso in cui ciò derivi da un aumento dell’indebitamento pubblico – comporta impoverire i nostri figli.

Questa tesi è stata oggetto delle seguenti obiezioni. In primo luogo, si può rilevare che a maggior reddito disponibile oggi corrispondono maggiori lasciti ereditari e, dunque, maggior reddito disponibile a beneficio delle generazioni future. A ciò si può aggiungere che la decisione di aumentare l’imposizione fiscale è una decisione propriamente politica, così che non vi è nessuna ragione stringente che leghi l’aumento del debito pubblico oggi all’aumento della tassazione domani. In secondo luogo, come messo in evidenza, in particolare, in ambito keynesiano, le scelte individuali sono effettuate in condizioni di “incertezza radicale”, così che le aspettative non possono realisticamente essere assunte razionali, bensì dipendenti da ondate di ottimismo/pessimismo, da effetti di imitazione, consuetudini, abitudini.

2) La riduzione della spesa pubblica accresce gli investimenti privati. Ciò si verifica a ragione del fatto che la spesa pubblica ‘spiazza’ la spesa privata, sia perché sottrae quote di mercato agli operatori privati (il che accade soprattutto se lo Stato interviene mediante la produzione diretta di beni e servizi), sia perché l’aumento della spesa pubblica accresce i tassi di interesse e, per conseguenza, riduce gli investimenti. E poiché si assume che l’operatore privato è più efficiente dell’operatore pubblico, ne deriva che un’economia con la minima “interferenza” pubblica sia un’economia nella quale è massima l’efficienza produttiva (e, date le risorse disponibili, è massimo il tasso di crescita).

Si tratta, anche in questo caso, di una tesi molto controversa, suscettibile di una duplice critica. In primo luogo, le decisioni di investimento da parte delle imprese private non dipendono esclusivamente dai tassi di interesse, essendo profondamente influenzate dagli animal spirits degli imprenditori. In secondo luogo, si può dimostrare che fra spesa pubblica e spesa privata esistono semmai nessi di complementarietà, dal momento che la spesa pubblica, accrescendo i mercati di sbocco, accresce i profitti attesi e, di conseguenza, accresce gli investimenti. Questo è particolarmente significativo nel caso italiano e, ancor più, nel caso del Mezzogiorno, dal momento che la struttura produttiva italiana, con poche eccezioni, è costituita da imprese di piccole dimensioni, poco innovative e scarsamente internazionalizzate. In questo contesto, l’attuazione di politiche di austerità riduce i mercati di sbocco, potendo determinare – come, di fatto, si è determinato – riduzioni dei profitti e fallimenti.

La tesi governativa fa riferimento al fatto che, nelle condizioni istituzionali date, non è possibile fare diversamente, dal momento che la priorità dell’agenda di politica economica non può che essere la riduzione del rapporto debito pubblico/PIL. Il timore consiste nel fatto che – stando a questa impostazione – si ritiene che aumenti della spesa pubblica incentivino attacchi speculativi sui titoli del debito pubblico. Quelli che vengono definiti attacchi speculativi sono situazioni nelle quali un gran numero di investitori si muove di concerto vendendo titoli del debito pubblico di un Paese. A ciò fa seguito la riduzione del valore di quei titoli e la necessità di collocarli sul mercato con tassi di interesse più alti. In tali condizioni, il singolo Stato si trova nella condizione di dover pagare interessi crescenti per finanziare le proprie spese, fino ad arrivare a un limite oltre il quale occorre dichiarare fallimento, ovvero dichiarare di non essere più in grado di ripagare i debiti contratti. Anche in questo caso, si tratta di un argomento fallace sotto un duplice aspetto.

In primo luogo, l’evidenza empirica mostra inequivocabilmente che le politiche di austerità non riducono, ma semmai aumentano l’indebitamento pubblico, e, se si stabilisce una (presunta) correlazione fra variazioni del rapporto debito pubblico/PIL e attacchi speculativi, questi ultimi potrebbero essere (paradossalmente) generati proprio dalle politiche di austerità. Si può stabilire, sul piano teorico ed empirico, che gli attacchi speculativi sono mossi da fattori che non attengono alle dimensioni del debito pubblico né alle sue variazioni, e si può affermare che una condizione permissiva per l’attivarsi di attacchi speculativi è costituita dall’assenza di una Banca Centrale che svolga il ruolo di prestatore di ultima istanza. Si possono considerare, a riguardo, due casi. Il primo: l’attacco speculativo alla Grecia – nella primavera 2010 – è avvenuto in un contesto nel quale il rapporto debito/PIL in quel Paese superava di soli 2 punti percentuali quello italiano. Il secondo: la crisi del 2001 in Argentina è scoppiata quando il debito pubblico aveva raggiunto appena il 63% del reddito nazionale. Se, per contro, la Banca Centrale è posta nella condizione di acquistare titoli del debito pubblico, potendo di fatto produrre “moneta” senza vincoli di scarsità, nel momento in cui annuncia di volerlo fare, di fatto erge, per così dire, un “muro” nei confronti degli speculatori, modificandone le aspettative, i quali, per quanta ricchezza monetaria dispongano, non ne dispongono mai in una quantità paragonabile a quella di una Banca Centrale. Il caso giapponese – con un rapporto debito/PIL superiore che oscilla intorno al 230% – è emblematico in tal senso.

Posta la questione in questi termini, e nonostante quanto ripetutamente sottolineato dal prof. Monti, non vi è alcuna ragione per la quale non possiamo vivere “al di sopra delle nostre possibilità”, né vi è alcuna ragione per la quale il Governo dovrebbe reiterare politiche che non hanno altri effetti se non accentuare l’intensità della crisi.

Tratto da: Keynes blog
Micromega online

Il governo Monti a rischio

 

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Il governo Monti ha perso la maggioranza al senato. Il voto di fiducia sul decreto crescita ha ottenuto 127 sì e 17 no, mentre sono stati 23 gli astenuti.

Al partito di Silvio Berlusconi si rivolge il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: “Se c’è una maggioranza o meno bisogna chiederlo al Pdl. Non ho ancora capito se si tratta di un’astensione su questo voto o di un’astensione politica. Oggi incontrerò i nostri capigruppo e faremo il punto. Stasera sarà chiaro, in un senso o in un altro”.

E il presidente del senato Renato Schifani ha commentato duramente: “Oggi al senato è accaduto un fatto non indifferente: vedremo gli sviluppi. Terrò informato Napolitano del contenuto degli interventi che ci sono stati in aula, a cominciare da quello di Angela Finocchiaro”.

La senatrice Finocchiaro aveva dichiato poco prima commentando l’astensione del Pdl, che vale come un voto contrario in senato: “Se il governo non ha più la maggioranza che aveva nel momento in cui si è insediato, a questo punto credo che Monti si debba recare al Quirinale”.

Il Pdl è passato in una “posizione di astensione nei confronti del governo”, come aveva annunciato prima del voto il capogruppo Maurizio Gasparri in aula a palazzo Madama.

Il premier Mario Monti ha votato sì alla fiducia sul decreto crescita in aula al Senato. Il presidente del Consiglio è arrivato durante la seconda chiama. “Il governo è morto, bisogna prenderne atto, approvare a legge di stabilità e poi andare subito al voto”. È stato invece il lapidario commento del senatore della Lega Roberto Calderoli, riferendosi alla decisione del Pdl di non votare la fiducia posta dal governo sul decreto crescita in aula al Senato.

 

FONTE: internazionale.it/news/italia-europa

TUTTO IL CASO SALLUSTI

https://i1.wp.com/www.liberoquotidiano.it/resizer.jsp

«Ho paura di vivere in un paese dove ci si permette di arrestare le idee» A. Sallusti

di Romano Bianchi

“Una adolescente di Torino è stata costretta dai genitori a sottomettersi  al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con  qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via.

Lei proprio non voleva. Si divincolava. Non sapeva rispondere alle  lucide deduzioni di padre e madre sul suo futuro di donna rovinata.
Lei non sentiva ragioni perché più forte era la ragione dei cuore infallibile di una madre.”

parte 1: COME TUTTO EBBE INIZIO

Qui l’ articolo in calce

E’ il 21 settembre 2012 quando Vittorio Feltri firma la prima pagina de Il Giornale, titolante: “Stanno per arrestare il direttore del Giornale”. Fu quello il momento in cui scoppiò in mano al 55enne Alessandro Sallusti la latente vicenda giudiziaria per diffamazione aggravata (di cui lui fu messo al corrente soltanto il 26 settembre, giornata dell’ ultimo grado di giudizio per una condanna di un anno e due mesi di carcere) , a causa di un articolo pubblicato nel 2007 quando egli era ancora direttore di Libero.

La notizia riguardava la triste vicenda gravante attorno al giudice tutelare Giuseppe Cocilovo e ad una ragazza (che tutti chiameranno Valentina) di 13 anni, che il tribunale di Torino aveva autorizzato ad abortire e che poi aveva avuto bisogno di un ricovero in una clinica psichiatrica per le conseguenze della vicenda. La notizia fu scoperta e riportata dalla Stampa e ripresa poi il giorno successivo, con grandi polemiche, da alcuni quotidiani tra cui appunto Libero. Quest’ultimo pubblicò insieme al proprio articolo, firmato da Andrea Monticone, il relativo commento (vero imputato della vicenda) al quale fu apposta la pseudonima firma di  “Dreyfus”. La fiammeggiante (ed esagerata) conclusione del celebre protagonista dell’ omonimo affaire fu: “se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza,questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”.

QUI le differenze fra la versione di Libero e quella degli altri giornali (Fonte: Corriere.it)

La sfortuna volle che il travestimento funzionò soltanto parzialmente e, poichè il mondo dell’ editoria non permette artifici mascherati, a seguito della querela avanzata dal giudice tutelare (mai citato nominalmente nel testo) , venne dato avvio ad una disinteressata (come di norma in questi casi) caccia al volto imputato di diffamazione. Il responsabile, ma non il reale agente, fu identificato nell’ allora direttore di Libero Alessandro Sallusti.
Questi venne  dapprima condannato a risarcire  5mila euro al magistrato, ma, a seguito del ricorso, si andò in appello. Qui le cose si complicarono. La pena divenne carceraria (14 mesi) e la condanna emessa il 17 giugno 2012 riguardava l’ omissione di controllo e la diffamazione aggravata a mezzo stampa (ma, come detto sopra, sembra che Sallusti ne sia venuto a conoscenza soltanto molto tempo dopo). Quanto al cronista Andrea Monticone, fu condannato in secondo grado ad un anno di carcere, sospeso con la condizionale.

Per un’ analisi più tecnica della vicenda giudiziaria, leggete qui il Post.

parte 2: CONFLITTO PENALE E CIVILE

Nei giorni successivi si assistette ad una difesa a tutto campo e a messaggi di solidarietà per il direttore da parte di molteplici settori sociali italiani. Dalla politica (principalmente destroide) con Roberto Formigoni, Sandro Bondi, Franco Frattini ecc, al mondo del giornalismo (si vedano in particolare le dichiarazioni espresse da Marco Travaglio, raccolte dal Corriere della sera), tutti hanno espresso parole di biasimo per la legge che potrebbe mandare in carcere Sallusti. Lo stesso Vittorio Feltri, che pure in passato ha avuto spesso attriti con Sallusti, scrisse un articolo sdegnato in sua difesa, attaccando la legislazione attuale, i politici che non l’hanno modificata e dicendo che «un giornalista in carcere per motivi professionali è la negazione della democrazia». Feltri dice che l’Italia è l’unico paese «occidentale» in cui i reati che riguardano la stampa sono valutati dalla giustizia penale e non civile, prevedendo quindi anche pene carcerarie oltre che risarcimenti. Attacca poi tutti i governi – Berlusconi incluso – che non hanno modificato queste norme «fasciste».

parte 3: MASK’ S OUTING

Ma fu nel giorno 27 settembre che avvenne il clamoroso colpo di scena. Dreyfus decise di togliersi la maschera davanti a tutta l’ Italia.
«Intervengo per un obbligo di coscienza. Se Sallusti conferma la sua intenzione di rendere esecutiva la sentenza accadrà un duplice abominio: sarebbe sancito con il carcere l’esercizio del diritto di opinione e Sallusti finirebbe in prigione per errore giudiziario conclamato. Quel testo a firma Dreyfus l’ho scritto io e me ne assumo la piena responsabilità morale e giuridica».

Le parole che risuonarono nell’ aula della Camera il 27 settembre appartengono a Renato Farina, 58 anni, deputato del Pdl, confermando le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi sull’articolo che ha portato alla condanna del direttore. Farina, che per anni ha firmato i propri articoli con uno pseudonimo, in quanto radiato dall’ Ordine dei giornalisti in seguito ad un’ inchiesta (su Abu Omar) in cui erano emerse relazioni retribuite con i servizi segreti, si scusa davanti a tutta Italia.

Dichiarazioni che giungono, ahimè, troppo tardi, come attestò il tweet inviperito di Enrico Mentana: «Oramai è tardi, infame» e che sembrano fuoriuscire costrette dall’ intervento di Vittorio Feltri a Porta a Porta la sera prima. L’ex direttore di Libero, nelle ultimissime battute del programma tv, si era detto amareggiato e personalmente deluso da Farina. «L’ho difeso tutta la vita, speravo che avesse un minimo di coraggio, invece è un vigliacco» aveva detto.

Tuttavia, lo stesso giorno si ebbe una seconda svolta. Nella mattinata Giorgio Napolitano incontrò il Ministro della Giustizia Paola Severino convenendo sulla necessità di modifiche normative in materia di diffamazione a mezzo stampa, in concomitanza con le indicazioni della Corte Europea di Strasburgo. Senza escludere potenziali ricadute sul caso Sallusti.

parte 4: LA VERSIONE DEL GIUDICE GIUSEPPE COCILOVO

Ciò che emerge chiaramente da quanto detto sino ad ora è la nitidezza dello scontro. Da una parte abbiamo il buono, forse un po’ svampito, forse vuole soltanto farcelo credere, Alessandro Sallusti che sta capeggiando una rivolta (appoggiata quasi all’ unanimità dal settore giornalistico) in qualche modo etica, in quanto concernente il concetto di libertà di espressione e delle implicazioni ad esso congiunte nell’ atto divulgativo. In contrasto abbiamo il “viscido” Farina, personificazione del vigliacco (cosi come più volte è stato definito) e, soprattutto, il Giudice tutelare. Questi, con la lama affilata della giustizia, sembra aver colto (a torto o a ragione) la prima occasione presentatasi per passare da parte a parte (forse per lucrarci sopra? Forse per garantirsi l’ affossamento di personalità scomode? non facciamoci prendere dalla smania del gossip) l’ uomo che, dalla strada, si è permesso di guardarlo storto. E da qui è facile compiere il salto (cosi spesso effettuato, nella realtà) all’ interno del bacino dei “contro la magistratura” o dei contro qualsiasi organo di potere che dovrebbe essere garante della giustizia, ma che viene considerato come socialmente fraudolento e tendenziosamente fazioso. So per certo (o meglio lo spero) che l’ immagine qui dipinta non coincide se non infinitesimalmente con la realtà e sono conscio anche del fatto che un’ esagerazione quasi favolosa di tal fatta vada lasciata vivere a ben altri personaggi  piuttosto che agli attori che fanno parte della tessitura sociale, politica e informativa del nostro paese. Ma forse esagerare può talvolta far emergere le tendenze sopite degli uomini.
A questo proposito pubblico un articolo del Corriere.it che potrebbe risultare interessante in quanto, nell’ affrontare la vicenda fin qui riportata, ha l’ ardire d’assumere la prospettiva del nostro “antagonista”.

parte 5: ITER DEL DDL SULLA DIFFAMAZIONE

Comincia il 27 settembre il contorto e contestato cammino del decreto che modificherebbe le norme sulla diffamazione a mezzo stampa. Un percorso contrassegrato naturalmente da durissimi botta e risposta fra le parti interessate.
Il 24 ottobre, in extremis, al termine di una tavola rotonda di svariate ore, la maggioranza trova un accordo : niente carcere per chi diffama e la sanzione massima sarà di 50mila euro. Sul fronte del web, le rettifiche saranno imposte a tutte le testate giornalistiche pubblicanti. Nessun obbligo di rettifica, invece, per i commenti. Questi, in sintesi, i contenuti dell’accordo raggiunto nella riunione:

-NIENTE CARCERE
-SANZIONI MENO SALATE (tra i 5 e i 50mila euro)
-RETTIFICA ONLINE
-RETTIFICA, STESSO SPAZIO DIFFAMAZIONE – La rettifica sui media normali, invece, dovrà avere lo stesso spazio e dovrà essere inserita nella stessa pagina «occupata» dall’articolo diffamatorio.
-GIUDIZIO IMMEDIATO
-RECIDIVA – Nessun raddoppio della pena in caso di recidiva. Se si torna a delinquere si applicherà la norma del codice già prevista per i recidivi. Non ci sarà, poi, l’obbligo dell’interdizione dalla professione giornalistica. Il giudice potrà o meno ma senza alcun obbligo particolare.
-NO CONDANNE PER EDITORI
-NO RISCHI PER CONTRIBUTI

Il 25 ottobre (il giorno seguente all’ approvazione del ddl) è già tutto da rifare. ll Senato tradisce l’ accordo raggiunto: il Pdl riesce a bloccare alcune correzioni volute dal PD e dunque vengono approvate le relative modifiche per il testo elencate di seguito.

CONTRIBUTI – In caso di condanna i giornali dovranno restituire i contributi per l’editoria.
ARCHIVI DIGITALI – Accettato ‘emendamento Rutelli-Bruno (Api) che impone al gestore di un archivio digitale di una testata editoriale on line l’integrazione o l’aggiornamento, su richiesta dell’interessato, della notizia che lo riguarda alla luce di un’avvenuta rettifica. RETTIFICA – Obbligatoria non solo per i giornali veri e propri, ma anche per tutte le testate web.
QUERELE INTIMIDATORIE – L’aula del Senato ha poi bocciato due emendamenti che intendevano limitare la pratica delle richieste risarcitorie intimidatorie contro la stampa.

Il 7 novembre la capogruppo del Pd in Commissione Giustizia Silvia Della Monica si è dimessa da relatrice del ddl attualmente all’esame dell’Aula del Senato. Rimando QUI all’ articolo del Corriere.it che ne approfondisce le ragioni.

Il 13 novembre si assiste ad un nuovo colpo di scena. Con 131 voti favorevoli il Senato fa passare l’ emendamento voluto dalla Lega per un clamoroso “sì” al carcere per i giornalisti che diffamano.

20 novembre. Il ping pong pare infinito. Il presidente della Commissione Giustizia del Senato, Filippo Berselli, presenta un emendamento al ddl: il carcere deve essere imposto solo al giornalista, il direttore sarà invece multato dai 5 ai 50mila euro.

Il 26 novembre  L’aula del Senato, con voto segreto polverizza l’emendamento di Berselli. I no all’articolo 1 del ddl, che conteneva il carcere per i giornalisti (ma non per i direttori), sono stati 123, i sì 29 e 9 gli astenuti. Il Pdl aveva annunciato che si sarebbe astenuto ufficialmente. L’iter del ddl è cosi virtualmente bloccato.

parte 6: UN FINALE (?) ALL’ ITALIANA

Dopo la condanna a 14 mesi per diffamazione il direttore del Giornale ha deciso di rifiutare gli arresti domiciliari e si è rivolto al procuratore Edmondo Bruti Liberati: «Mi mandi i carabinieri e mi traducano in carcere. Se così non fa si rende lui responsabile del mio reato di evasione. Io mi sono preso le mie e non mi sottraggo alla pena. È impossibile che la magistratura continui a comportarsi in questo modo senza mai pagare». Non avrebbe potuto lavorare. In caso contrario avrebbe dovuto fare una richiesta formale al giudice. Ma Sallusti ha affermato di non voler chiedere nessun permesso» e ha ripetuto l’intenzione di «continuare a lavorare» e di aver chiesto «a Nicola Porro di prendere un vicariato nella direzione del Giornale». E la promessa: «Appena mi portano a casa per i domiciliari tornerò subito a lavorare qui al Giornale», commettendo in questo modo il reato di evasione.
La sera del 30 novembre, la sede del Giornale deve aver vissuto dei momenti sicuramente atipici. Alcuni agenti di polizia sono giunti all’ appuntamento con Sallusti, che li aspettava davanti alla porta della propria casa editoriale ove aveva passato la notte. Lo devono portare in cella. Scrive su twitter pochi momenti prima il direttore: «Voi non violate la sede de Il Giornale, io mi consegno a San Vittore e poi fate quel che volete».

Le dichiarazioni di Feltri fanno da cornice agli ultimissimi avvenimenti di questa vicenda. «L’ho pregato di recedere dalle sue decisioni, ma lui ha le sue buone ragioni per pensare che il carcere sia la dimostrazione finale e plateale che è stata commessa un’ingiustizia. Sicuramente ha ragione, ma purtroppo il prezzo è troppo alto».

L’atollo di Riccione: ecco il progetto da un miliardo di euro

Il sogno della Riviera

Quasi 60 ettari a tre miglia da viale Ceccarini: un porto, hotel, appartamenti, negozi, spiagge e ristoranti

Una suggestiva immagine dell'isola artificiale di notte

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Riccione, 29 novembre 2012 – E SE L’ISOLA delle Rose, quell’utopia sessantottina al largo di Rimini risorgesse più grande, più bella al largo di Riccione? I sogni dovranno lasciare il posto ai project financing visto che si parla di una nuova Atlantide da un miliardo di euro (guarda le foto del progetto), ma è pur vero che è passato quasi mezzo secolo.

I soliti romagnoli, capaci di vendere l’ombra a peso d’oro?
«In effetti, quando ci siamo presentati ai ministeri romani colprogetto abbiamo temuto di non venire presi sul serio…».

Parola di Luca Emanueli, direttore di Sealine, il centro di ricerca per lo sviluppo dei sistemi costieri e del turismo del Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara. A quel sogno, che fu vagheggiato nel lontano 1977 da Arnaldo Tausani, lui e un gruppo di giovani architetti, affiancati da un team di specialisti multidisciplinare, stanno lavorando da quattro anni, seguiti passo passo dall’amministrazione comunale di Riccione e dagli altri Comuni della costa: Misano, Cattolica e Gabicce. Il progetto è un acronimo che poco ha di romagnolo: T.H.ER.E. cioè Touristi hub Emilia Romagna est.

In questa fase sono messe a confronto più alternative ma si lavora su atollo di quasi un chilometro di diametro a quasi 6 chilometri al largo di Riccione occupato per un terzo da un porto e per il resto da una laguna, un parco, attività turistiche, centri di ricerca, spazi pubblici, appartamenti esclusivi, hotel, ristoranti, centri benessere e soprattutto un terminal capace di accogliere le navi da crociere e i loro due-tremila ospiti in vena di shopping.

Un’opera del genere non si è mai vista in Italia.
«Esistono regole e legislazioni per i porti, le piattaforme petrolifere, i pontili, gli allevamenti di mitili… ma un’isola artificiale non è semplicemente contemplata», spiega Emanueli.
Basterebbe questo a immaginare indolenti dinieghi nei ministeri romani…
«Invece abbiamo avuto l’impressione che i funzionari delle Infrastrutture e dell’Ambiente, dopo secoli passati a fare le stesse cose, avessero finalmente voglia di affrontare una nuova sfida. Ci hanno aperto le porte, hanno abbattuto gli ostacoli fra un ministero e l’altro. C’è chi è arrivato a dirci che ‘solo perchè viene dall’Emilia Romagna lo prendiamo sul serio’».
Però a Roma non vi siete presentati ‘scalzi’.
«Abbiamo uno studio molto accurato che io definirei di ‘credibilità’. Molto vicino ad uno studio di fattibilità col quale andremo alla Valutazione di impatto ambientale».
Ma di questi tempi chi tira fuori un miliardo di euro?
«Ci sono fondi di investimento che sotto i 500 milioni non iniziano neppure a trattare. E i contatti già ci sono… Forse forse non sono i soldi il principale problema»
Fanno più paura i Verdi?
«In realtà l’isola è un territorio ipernaturale, cioè in grado di sincronizzarsi col resto del territorio e dell’ambiente, dove il vecchio e il nuovo si fondono».
Forse non basta a convincerli…
«La costa romagnola è quanto di più antropico si possa immaginare. Non solo la terraferma, ma anche il mare è urbanizzato: piattaforme, gasdotti, impianti di mitili, scogliere, barriere soffolte… Una qualsiasi funzione o edificio ha un’impronta sulla terraferma nettamente maggiore di quella che può avere in mare».
Se immaginiamo Dubai?
«Immaginatela e poi dimenticatela. Non c’entra nulla. Questo sarà un pezzo di territorio con la propria identità. Nel quale ritrovare quella voglia di sperimentare propria della Romagna che oggi si è perduta»
Diciamo almeno che sarà un’isola molto green.
«Totalmente autosufficiente, dall’acqua, all’energia elettrica ai rifiuti, con una gestione a ‘ciclo chiuso’. Una smart island»

FONTE: ilrestodelcarlino.it

GUARDA LA NOTIZIA SU: http://www.corriere.it/cronache/12_novembre_30/atollo-pagato-da-sceicchi-mare-davanti-riccione-francesco-alberti_fe4986ec-3ab7-11e2-b4fa-74f27e512bd0.shtml

Uil: addio Natale, l’Imu si mangia la tredicesima

Uil: addio Natale, l'Imu si mangia la tredicesima (Corbis)

Dopo l’allarme lanciato dall’Anci ora arriva quello della Uil. Il saldo dell’Imu sarà “una stangata” con punte per la seconda casa fino a 1.209 euro. È quanto risulta anche da uno studio dall’Osservatorio periodico sulla fiscalità locale della Uil Servizio Politiche Territoriali, sulle delibere del totale dei Comuni (8.092), pubblicate sul sito del Ministero dell’Economia dal 10 al 28 Novembre 2012. Secondo la ricerca «le tredicesime sono a rischio» e saranno investite per assolvere la tassa sulla casa. Per quella di abitazione il saldo medio è136 euro con punte fino a 470.

Complessivamente, l’Imu sulla prima casa costerà, in media, 278 euro a famiglia con punte di 639 euro a Roma; di 427 euro a Milano; 414 euro a Rimini; 409 euro a Bologna; 323 euro a Torino. Per le seconde case, l’Imu peserà mediamente 745 euro, con punte di 1.885 euro a Roma; di 1.793 euro a Milano; di 1.747 euro a Bologna; di 1.526 euro a Firenze. 

La seconda casa più tartassata
Da questa analisi, spiega Guglielmo Loy, Segretario Confederale UIL, emerge che sono 6.169 i Comuni che hanno pubblicato le delibere dell’IMU sul sito del Ministero dell’Economia e, pertanto, il nostro studio non si basa su proiezioni ma su dati reali e,cioé, su un campione che rappresenta il 76,2% del totale dei Comuni italiani. Il 31,2% del campione (1.924 municipi) ha aumentato le aliquote per la prima casa, tra cui 41 Città capoluogo di provincia; il 62,2%(3.826 Comuni), ha confermato l’aliquota base del 4 per mille; soltanto il 6,8% (419 comuni) l’hanno diminuita e, tra questi, 8 Città capoluogo di Provincia. Il 62,6% del campione (3.863 comuni) ha aumentato l’aliquota per la seconda casa, tra questi 98 sono Comuni capoluogo di provincia; il 36% (2.221 comuni) ha deciso, invece, di confermare l’aliquota di base del 7,6 per mille; soltanto l’1,4% (85 Comuni, per lo più concentrati nel Sud) ha deciso di diminuirla.

Secondo la simulazione, con le aliquote deliberate dai Comuni e le relative detrazioni, il gettito complessivo, tra prima casa e altri immobili, ammonterebbe a fine anno a 23,2 miliardi di euro, di cui 3,8 miliardi di euro per la prima casa e 19,4 miliardi di euro per le seconde case. Di questi, 14,8 miliardi di euro saranno incassati dai Comuni, mentre lo Stato incasserà 8,4 miliardi di euro.

Fonte: Ilsole24ore

Camilleri: Perchè la nostra lingua sta scomparendo

La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue.E oggi siamo    sommersi da parole come “Devolution”, “premier”, “resettare”

 

Se all’estero la nostra lingua è tenuta in scarsa considerazione, da noi l’italiano viene quotidianamente sempre più vilipeso e indebolito da una sorta di servitù volontaria e di assoggettamento inerte alla progressiva colonizzazione alla quale ci sottoponiamo privilegiando l’uso di parole inglesi. E c’è di più. Un esempio per tutti. Mi è capitato di far parte, quale membro italiano, della giuria internazionale del Premio Italia annualmente indetto dalla Rai con sede a Venezia. Ebbene, il regolamento della giuria prevedeva come lingua ufficiale dei giurati quella inglese, senza la presenza di interpreti. Sicché uno svedese, un russo, un francese e un giapponese e un italiano ci trovammo costretti ad arrangiarci in una lingua che solo il rappresentante della BBC padroneggiava brillantemente.

Va da sé che la lingua ufficiale, in Francia, del Festival di Cannes è il francese, la lingua ufficiale in Germania del Festival di Berlino è il tedesco. E il Presidente del Consiglio, parlando di spread o di spending rewiew è il primo a dare il cattivo esempio. Monti però non fa che continuare una pessima abitudine dei nostri politici, basterà ricordare parole come «election day», «devolution», «premier» e via di questo passo. Oppure creando orrende parole derivate tipo «resettare». Tutti segni, a mio parere, non solo di autosudditanza ma soprattutto di un sostanziale provincialismo.

Piccola digressione. Il provincialismo italiano, antico nostro vizio, ha due forme. Una è l’esaltazione della provincia come centro dell’universo. E valgano i primi due versi di una poesia di Malaparte, «Val più un rutto del tuo pievano / che l’America e la sua boria»…, per dirne tutta la grettezza. L’altra forma è quella di credersi e di dimostrarsi non provinciali privilegiando aprioristicamente tutto ciò che non è italiano. Quante volte ho sentito la frase: «io non leggo romanzi italiani» o più frequentemente, «io non vado a vedere film italiani». Finita la digressione. Se poi si passa dalla politica al vivere quotidiano, l’invasione anglosassone appare tanto estesa da rendersi pericolosa. Provatevi a saltare da un canale televisivo all’altro (mi sono ben guardato dal dire «fare zapping»), vedrete che il novanta per cento dei titoli dei film o addirittura di alcune rubriche, sono in inglese. La stessa lingua parlano le riviste italiane di moda, di architettura, di tecniche varie. I discorsi della gente comune che capti per strada e persino al mercato sono spesso infarciti di parole straniere. In quasi tutta la strumentistica prodotta in Italia i sistemi di funzionamento sono identificati con parole inglesi.

A questo punto non vorrei che si cadesse in un equivoco e mi si scambiasse per un sostenitore dell’autarchia della lingua di fascistica memoria. Quando il celebre brano jazz «Saint Louis blues» diventava «Tristezze di san Luigi», il cognac «Arzente» e i cognomi della Osiris o di Rascel si dovevano mutare in Osiri e Rascele. Benvenuto Terracini sosteneva, e a ragione, che ogni lingua nazionale è centripeta, cioè a dire che si mantiene viva e si rinnova con continui apporti che dalla periferia vanno al centro. Un amico russo, molto più grande di me, andatosene via nel 1918 dalla sua patria e tornatovi per un breve soggiorno nel 1960, mi confidò, al suo rientro in Italia, che aveva incontrato molte difficoltà a capire il russo che si parlava a Mosca, tanto era infarcito di parole e di locuzioni operaie e contadine che una volta non avrebbero mai ottenuto cittadinanza nei vocabolari. Ma erano sempre e comunque parole russe, non provenienti da lingue straniere.

In sostanza, la lingua nazionale può essere raffigurata come un grande, frondoso albero la cui linfa vitale viene risucchiata attraverso le radici sotterranee che si estendono per tutto il paese. È soprattutto dal suo stesso terreno, dal suo stesso humus, che l’albero trae forza e vigore. Se però il dosaggio e l’equilibrio tra tutte le componenti che formano quel particolare terreno, quell’unico humus, vengono alterati attraverso l’immissione di altre componenti totalmente estranee, esse finiscono con l’essere così nocive che le radici, esattamente come avviene in natura, tendono a rinsecchire, a non trasmettere più linfa vitale. Da quel momento l’albero comincia a morire. Se comincia a morire la nostra lingua, è la nostra stessa identità nazionale che viene messa in pericolo. È stata la lingua italiana, non dimentichiamolo mai, prima ancora della volontà politica e della necessità storica, a darci il senso dell’appartenenza, del comun sentire. Nella biblioteca di un mio bisnonno, vissuto nel più profondo sud borbonico, c’erano La Divina commedia, l’Orlando furioso e i Promessi sposi tutti in edizione pre-unitaria. È stata quella lingua a farlo sentire italiano prima assai di poterlo diventare a tutti gli effetti. Una lingua formatasi attraverso un processo di assorbimento da parte di un dialetto, il toscano, vuoi dal primigenio volgare vuoi da altri dialetti. Dante non esitava a riconoscere il fondamentale apporto dei poeti «dialettali» della grande scuola siciliana, e ricordiamoci che è stato il siciliano Jacopo da Lentini l’inventore di quella perfetta macchina metrica che è il sonetto.

E in Boccaccio, in certe novelle geograficamente ambientate fuor da Firenze, non si coglie qua e là un’eco di quel dialetto parlato dove la novella si colloca? Perché da noi è avvenuta, almeno fino a una certa data, una felice coesistenza tra lingua nazionale e dialetti. Il padovano del Ruzante, il milanese di Carlo Porta, il veneziano di Goldoni, il romano di Belli, il napoletano di Di Giacomo, il siciliano dell’abate Meli hanno prodotto opere d’altissimo valore letterario che hanno arricchito la nostra lingua. La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue. Oggi paghiamo lo scotto di quell’errore. Abbiamo abbattuto le barriere e quei varchi sono rimasti pericolosamente senza difesa. La mia riflessione termina qui. Coll’augurio di non dover lasciare ai miei nipoti non solo un paese dal difficile avvenire ma anche un paese la cui lingua ha davanti a sé un incerto destino.

di Andrea Camilleri, da Repubblica, 15 novembre 2012 

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TAGLI RECORD IN MOLISE LAZIO E TRENTINO

(Franco Bolzoni)

ROMA – Trentamila letti in meno negli ospedali italiani. Assume concretezza la prospettiva, delineata dal decreto sulla revisione della spesa (spending review) della scorsa estate.
Entro il 31 dicembre le Regioni dovranno indicare dove e come effettueranno la riduzione. Si dovrà passare nel prossimo triennio 2013-2015 a un rapporto di 3,7 letti ogni mille abitanti dall’attuale 4,2, la media nazionale. Lo 0,7% devono essere dedicati a riabilitazione e lungodegenza di malati che hanno superato la fase acuta. Alcune Regioni, come Emilia Romagna, Veneto, Toscana o Lombardia, hanno già avviato questa operazione, altre invece devono cominciare quasi da zero e non a caso sono quelle con maggior deficit, sotto piano di rientro. Il Molise è quella che deve ridurre di più (-33,2%), seguita dalla Provincia autonoma di Trento (-20,9%) e Lazio (-19,9%). Si marcia dunque verso un sistema più moderno. Le parole chiave: meno ospedali (molto costosi e fonte di sprechi), più servizi territoriali, più appropriatezza.
I criteri in base ai quali procedere sono indicati in uno schema di regolamento sugli «standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell’assistenza ospedaliera». Salvo sorprese verrà esaminato la prossima settimana dalla Conferenza Stato-Regioni, per l’approvazione. Il documento è pronto, frutto del lavoro del ministero della Salute attraverso l’agenzia per i servizi sanitari (Agenas) diretta da Fulvio Moirano, che ha in mano anche il cosiddetto programma per la valutazione delle performance delle singole strutture.

Più che di sforbiciata, è corretto parlare di riconversione visto che i letti non verranno aboliti ma riutilizzati per funzioni diverse ad esempio residenze per anziani, lungodegenza. Il taglio non sarà attuato attraverso tanti piccoli interventi, un posto in meno lì, due in meno lì, secondo la logica della mediazione, specie nelle università.

Spariranno interi primariati-doppione (oggi si chiamano unità operative complesse) selezionati in base al bacino di utenza e al rendimento. Questo a garanzia dei pazienti. Più una struttura accumula esperienza e casistica, più è sicura, soprattutto per quanto riguarda le alte specialità. Centri trapianti, cardiochirurgia, neurochirurgia. In molte realtà sono troppi e lavorano poco perché devono spartirsi i malati, a discapito della qualità.

Per alcune specialità (ad esempio by pass coronarico)vengono fissati dei limiti al di sotto dei quali non si dovrebbe scendere: almeno 150 l’anno. A Roma, tanto per fare un esempio, solo una cardiochirurgia delle 8 presenti rispetta questo ritmo. In Lombardia 10 su 18.
«Chiudere i primariati? Un’impresa, spesso non ci si riesce, si incontrano molte resistenza politiche», racconta Giuseppe Zuccatelli, oggi subcommissario della Sanità abruzzese, intervenuto su questo tema al convegno organizzato a Roma da «Meridiano Sanità» sulla salute in Italia in tempo di crisi economica. «Bisogna raggiungere l’indicatore sui letti stabilito dal ministero attraverso l’eliminazione di reparti interi, unico modo per ottenere risultati duraturi ed efficaci sul piano economico e di recupero di personale. Infermieri e ausiliari da utilizzare altrove e per coprire il turn over», analizza Zuccatelli. Dunque non tagli lineari, ciechi o effetto di spinte e pressioni. Lo schema di regolamento suddivide gli ospedali in tre categorie (hub, spoke e integrativi) in base a grandezza e strutture. Si insiste sull’indice di occupazione dei posti letto che deve attestarsi su 80-90%: in reparti di 30 posti, ne devono essere occupati in media 26. Le misure antisprechi funzionano così.

FONTE: Corrirere.it

ROCCA CENCIA,ROMA.FRA COCAINA E RAME

ROMA – L’addetto all’impianto dell’Ama è accucciato di spalle a ridosso di una colonna, in uno dei posti di Roma dimenticati da Dio e dagli uomini. Indossa la divisa, è in orario di lavoro.

VIDEO: “LA COCA E LA DANZA”

http://video.corriere.it/dipendente-sniffa-cocaina-rocca-cencia/b1ebd7b6-2971-11e2-b082-5e60eba3a55f 

L’impianto di Rocca Cencia (Jpeg)

L'impianto di Rocca Cencia (Jpeg)

Rocca Cencia, estrema periferia est, due passi nell’inferno. Poco più in là, oltre il portellone che dovrebbe essere sigillato e invece è irresponsabilmente spalancato, c’è un capannone da cui proviene a folate tanfo irrespirabile. É il deposito Fos, la frazione organica scartata dal processo per la produzione di combustibile. Tonnellate di rifiuti, i nostri avanzi di tutti i giorni, in putrefazione. Concentrazione batteriologica spaventosa.

Il cocainomane porta le mani alla bocca. Sniffa, tira su col naso. Gesti usuali, meccanici. Due, tre volte. Poi si alza barcollando, va verso il magazzino. Entra alzando le braccia, ruota su se stesso. Balla e intona cori da stadio. La voce rimbomba, l’effetto è spettrale. Mentre dalla soglia, senza essere visto, qualcuno tiene il telefonino in funzione Rec e documenta tutto. «Chi non salta / giallorosso è / è…»

L’esagitato ora punta verso la montagna di monnezza, per un attimo sembra che voglia tuffarcisi dentro. Poi si ferma, si piega, raccoglie qualcosa… Lo stato d’alterazione è evidente, pericolosissimo: ma, buon per lui, in un baluginio di coscienza fa dietro front. Torna all’aperto, al riparo dai miasmi pestilenziali.
Pulp Ama. Degrado e sacche di emarginazione inimmaginabili. Nella municipalizzata al centro delle polemiche per le assunzioni familiari, le promozioni ai sindacalisti, gli appalti sospetti accade anche questo.

VIDEO: “FURTO DELL’ORO ROSSO”
Eccolo, uno dei video dello scandalo ambientati nellostabilimento di Rocca Cencia denominato «Ama 2», che tratta i rifiuti indifferenziati. A girare il filmato è stato, qualche settimana fa, un operaio di una quarantina d’anni scandalizzato da ciò che vedeva: le scene di violenza, ma anche l’abbandono di un servizio che necessita di altissimi standard di sicurezza. A tutela innanzitutto dei lavoratori, prime vittime del lassismo; compresi, naturalmente, i dipendenti con problemi di tossicodipendenza.

 

L'ingresso dello stabilimento Ama 2 di Rocca Cencia (Jpeg)

Adesso, all’appuntamento semi-clandestino in un bar sulla Casilina, a un paio di chilometri da Rocca Cencia, avviene lo scambio. Arrivano in tre, il «regista» e due colleghi solidali. «Ecco i filmati, fanne buon uso», sibila l’Uomo del telefonino, allungando il pugno con dentro la chiavetta Usb.
«É giusto scoperchiare il marcio di questa azienda – spiega -. I vertici devono sapere tutto, la smettano di tenere la testa nella sabbia». Lo fai anche per te? Una vendetta? Risposta immediata, quasi uno scatto d’orgoglio: «Diciamo che questi video, se un giorno uno di noi fosse ammazzato sul posto di lavoro, costituirebbero perlomeno un indizio…». Ma lo dice senza rancore, quasi con ironia: «La verità è che io, quando entrai in Ama, ci credevo, volevo dare un senso alla fatica quotidiana… É una questione di dignità: così non si può andare avanti».

 

Nel secondo filmato c’è anche la voce, dell’Uomo con il telefonino. La scena si sposta nel deposito per la selezione dei metalli portati dai nastri: parti meccaniche, utensili, pentole, ferri arrugginiti. Il cellulare torna in funzione Rec : «Questo è perché loro usano la mola per fare il rame, lo staccano dai motori e se lo rivendono, durante l’orario di lavoro», spiega una voce fuori campo: lui.
All’inizio sono inquadrati un frullino e un motore poggiati per terra. Poi, lento zoom su due addetti Ama alle prese con le operazioni di taglio: le scintille rosse dell’attrito con i metalli illuminano il capannone… «É mezz’ora che fanno il rame, con quel frullino. E qua non controlla nessuno!», prosegue implacabile la voce, in un misto di incredulità, sdegno, amarezza.
Rocca Cencia, estrema periferia est, due passi nell’inferno.

FONTE: Corriere.it

IL FUTURO DEL PDL SU UN TOVAGLIOLO

 

Non un autografo qualsiasi. Ma un disegno, con tanto di data e firma. Che traccia lo schema della prossima campagna elettorale del Pdl. Autore Silvio Berlusconi. Al termine di una cena al ristorante «Enoteca da Giovanni» a Montecatini, di cui dà notizia ilTirreno, l’ex premier non si è accontentato di lasciare in ricordo una semplice firma. Ma ha tracciato un piano cartesiano con alle estremità le categorie «vecchio-nuovo» e «sporco-pulito». Il Cavaliere ha unito poi i punti «nuovo» e «pulito», assegnando la percentuale del 50% (il consenso?) all’area delimitata dai due punti. Il tutto su un tovagliolo di carta. Titolo: «Prossima campagna elettorale».

POLEMICHE E MESSAGGIO – E così, mentre nel Pdl sale la tensione in vista delle primarie (con Cicchitto impegnato a smentire le voci di una contrapposizione tra una parte dei gruppi parlamentari e l’ex premier), Silvio Berlusconi, stando almeno alla foto pubblicata dal Tirreno, imprime su un tovagliolo il suo progetto elettorale. A interpretarlo bene, il disegno sembra suggerire: con volti nuovi e candidati puliti si può vincere.

 

Fonte: Corriere