Le leggi del mercato delle idee

La libertà religiosa e di espressione non può vivere in virtù di una Santa Alleanza o di tutele privilegiate, ma solo grazie a una rivoluzione culturale in nome della tolleranza

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di Giorgio Sacerdoti, ordinario di diritto internazionale presso il Dipartimento di studi giuridici della Bocconi

I tumulti e le violenze seguite in alcuni paesi islamici al film su Maometto diffuso in rete dall’America poche settimane fa hanno proposto il tema dell’ipersensibilità diffusa nel mondo musulmano alla critica e a quelle che sono percepite come offese alle fondamentali credenze dell’Islam. Sentimenti facili da sfruttare per finalità politiche e per esacerbare le incomprensioni, destabilizzare i governi e rendere la convivenza più difficile a livello internazionale e all’interno di quegli Stati, sempre più numerosi, in cui crescono minoranze islamiche non autoctone.

Solo pochi estremisti e provocatori non sono d’accordo in Occidente a deplorare questi attacchi gratuiti alle credenze religiose. Non è questo però il punto fondamentale. Una cosa è l’auspicio al senso di responsabilità, altro è l’esercizio della libertà di espressione anche in materia religiosa, una delle libertà fondamentali su cui si è costruito il mondo moderno, una libertà che è baluardo dei cittadini rispetto alla invadenza dello Stato, alle prepotenze della politica, alle repressioni dei regimi totalitari.

La libertà di espressione del proprio pensiero e di opinione non può essere limitata al diritto di critica ragionata e rispettosa: chi decide che Salman Rushdie ha diritto di critica ma che filmini e vignette sono inammissibili? Torneremmo alla censura? Senza dimenticare che solo il bavaglio assoluto soddisferebbe gli islamisti che si pretendono offesi.
 n verità anche nei paesi democratici si riconoscono dei limiti alla libertà di espressione, ma questi non giungono al punto di vietare le espressioni ritenute offensive per le credenze religiose. Non a caso anche in Italia si è giunti finalmente, ma solo con una legge del 2006 dopo molti pronunciamenti della Corte costituzionale, ad abolire il reato introdotto dal fascismo del “vilipendio della religione”. Esso è stato sostituito dalla “pubblica offesa a una confessione religiosa, mediante vilipendio di chi la professa”. Il limite alla manifestazione delle proprie opinioni è dunque nell’ingiuria al singolo non alla credenza
Persino la pubblica apologia dei crimini di genocidio e contro l’umanità (quali il negazionismo degli sterminii nazisti) è punita secondo la decisione dell’Unione Europea del 2008 in materia, peraltro non ancora attuata dall’Italia, solo in quanto tale da istigare alla violenza o all’odio nei confronti di persone o di gruppi, per esempio minoritari.
Ancora più rigorosa la tutela della libertà di espressione negli Stati Uniti, pressoché assoluta in base al primo emendamento della Costituzione, salvo la provocazione che porti al pericolo concreto e immediato di aggressione.
È chiaro che l’offesa alle credenze religiose o altre non può giustificare in sé limiti alla libera espressione di chi non crede. Certo non solo agli islamici piacerebbe che vi fossero restrizioni per legge. Anche la Chiesa non lesina le critiche ai film che deridono le credenze fondamentali del cristianesimo e così altre religioni alla derisione delle loro credenze. La libertà religiosa va difesa contro chi la impedisce o discrimina quelli che non praticano il culto della maggioranza, come avviene troppo speso ai danni dei cristiani proprio in paesi musulmani. A livello internazionale la pur blanda dichiarazione Onu del 1981 contro intolleranza e discriminazione in materia religiosa lo afferma chiaramente. Ma questa libertà non può godere di una tutela privilegiata, né si potrebbe accettare una sorta di Santa Alleanza tra le religioni per chiudere la bocca alle critiche, specie se radicali, in quanto “blasfeme”, fosse anche in nome della “pacifica convivenza tra i popoli”. Nel mercato mondiale delle idee e delle fedi, l’educazione alla tolleranza e il libero confronto sono le uniche vie praticabili, anche se l’impresa è ardua.
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