TUTTO IL CASO SALLUSTI

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«Ho paura di vivere in un paese dove ci si permette di arrestare le idee» A. Sallusti

di Romano Bianchi

“Una adolescente di Torino è stata costretta dai genitori a sottomettersi  al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con  qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via.

Lei proprio non voleva. Si divincolava. Non sapeva rispondere alle  lucide deduzioni di padre e madre sul suo futuro di donna rovinata.
Lei non sentiva ragioni perché più forte era la ragione dei cuore infallibile di una madre.”

parte 1: COME TUTTO EBBE INIZIO

Qui l’ articolo in calce

E’ il 21 settembre 2012 quando Vittorio Feltri firma la prima pagina de Il Giornale, titolante: “Stanno per arrestare il direttore del Giornale”. Fu quello il momento in cui scoppiò in mano al 55enne Alessandro Sallusti la latente vicenda giudiziaria per diffamazione aggravata (di cui lui fu messo al corrente soltanto il 26 settembre, giornata dell’ ultimo grado di giudizio per una condanna di un anno e due mesi di carcere) , a causa di un articolo pubblicato nel 2007 quando egli era ancora direttore di Libero.

La notizia riguardava la triste vicenda gravante attorno al giudice tutelare Giuseppe Cocilovo e ad una ragazza (che tutti chiameranno Valentina) di 13 anni, che il tribunale di Torino aveva autorizzato ad abortire e che poi aveva avuto bisogno di un ricovero in una clinica psichiatrica per le conseguenze della vicenda. La notizia fu scoperta e riportata dalla Stampa e ripresa poi il giorno successivo, con grandi polemiche, da alcuni quotidiani tra cui appunto Libero. Quest’ultimo pubblicò insieme al proprio articolo, firmato da Andrea Monticone, il relativo commento (vero imputato della vicenda) al quale fu apposta la pseudonima firma di  “Dreyfus”. La fiammeggiante (ed esagerata) conclusione del celebre protagonista dell’ omonimo affaire fu: “se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza,questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice”.

QUI le differenze fra la versione di Libero e quella degli altri giornali (Fonte: Corriere.it)

La sfortuna volle che il travestimento funzionò soltanto parzialmente e, poichè il mondo dell’ editoria non permette artifici mascherati, a seguito della querela avanzata dal giudice tutelare (mai citato nominalmente nel testo) , venne dato avvio ad una disinteressata (come di norma in questi casi) caccia al volto imputato di diffamazione. Il responsabile, ma non il reale agente, fu identificato nell’ allora direttore di Libero Alessandro Sallusti.
Questi venne  dapprima condannato a risarcire  5mila euro al magistrato, ma, a seguito del ricorso, si andò in appello. Qui le cose si complicarono. La pena divenne carceraria (14 mesi) e la condanna emessa il 17 giugno 2012 riguardava l’ omissione di controllo e la diffamazione aggravata a mezzo stampa (ma, come detto sopra, sembra che Sallusti ne sia venuto a conoscenza soltanto molto tempo dopo). Quanto al cronista Andrea Monticone, fu condannato in secondo grado ad un anno di carcere, sospeso con la condizionale.

Per un’ analisi più tecnica della vicenda giudiziaria, leggete qui il Post.

parte 2: CONFLITTO PENALE E CIVILE

Nei giorni successivi si assistette ad una difesa a tutto campo e a messaggi di solidarietà per il direttore da parte di molteplici settori sociali italiani. Dalla politica (principalmente destroide) con Roberto Formigoni, Sandro Bondi, Franco Frattini ecc, al mondo del giornalismo (si vedano in particolare le dichiarazioni espresse da Marco Travaglio, raccolte dal Corriere della sera), tutti hanno espresso parole di biasimo per la legge che potrebbe mandare in carcere Sallusti. Lo stesso Vittorio Feltri, che pure in passato ha avuto spesso attriti con Sallusti, scrisse un articolo sdegnato in sua difesa, attaccando la legislazione attuale, i politici che non l’hanno modificata e dicendo che «un giornalista in carcere per motivi professionali è la negazione della democrazia». Feltri dice che l’Italia è l’unico paese «occidentale» in cui i reati che riguardano la stampa sono valutati dalla giustizia penale e non civile, prevedendo quindi anche pene carcerarie oltre che risarcimenti. Attacca poi tutti i governi – Berlusconi incluso – che non hanno modificato queste norme «fasciste».

parte 3: MASK’ S OUTING

Ma fu nel giorno 27 settembre che avvenne il clamoroso colpo di scena. Dreyfus decise di togliersi la maschera davanti a tutta l’ Italia.
«Intervengo per un obbligo di coscienza. Se Sallusti conferma la sua intenzione di rendere esecutiva la sentenza accadrà un duplice abominio: sarebbe sancito con il carcere l’esercizio del diritto di opinione e Sallusti finirebbe in prigione per errore giudiziario conclamato. Quel testo a firma Dreyfus l’ho scritto io e me ne assumo la piena responsabilità morale e giuridica».

Le parole che risuonarono nell’ aula della Camera il 27 settembre appartengono a Renato Farina, 58 anni, deputato del Pdl, confermando le indiscrezioni circolate nei giorni scorsi sull’articolo che ha portato alla condanna del direttore. Farina, che per anni ha firmato i propri articoli con uno pseudonimo, in quanto radiato dall’ Ordine dei giornalisti in seguito ad un’ inchiesta (su Abu Omar) in cui erano emerse relazioni retribuite con i servizi segreti, si scusa davanti a tutta Italia.

Dichiarazioni che giungono, ahimè, troppo tardi, come attestò il tweet inviperito di Enrico Mentana: «Oramai è tardi, infame» e che sembrano fuoriuscire costrette dall’ intervento di Vittorio Feltri a Porta a Porta la sera prima. L’ex direttore di Libero, nelle ultimissime battute del programma tv, si era detto amareggiato e personalmente deluso da Farina. «L’ho difeso tutta la vita, speravo che avesse un minimo di coraggio, invece è un vigliacco» aveva detto.

Tuttavia, lo stesso giorno si ebbe una seconda svolta. Nella mattinata Giorgio Napolitano incontrò il Ministro della Giustizia Paola Severino convenendo sulla necessità di modifiche normative in materia di diffamazione a mezzo stampa, in concomitanza con le indicazioni della Corte Europea di Strasburgo. Senza escludere potenziali ricadute sul caso Sallusti.

parte 4: LA VERSIONE DEL GIUDICE GIUSEPPE COCILOVO

Ciò che emerge chiaramente da quanto detto sino ad ora è la nitidezza dello scontro. Da una parte abbiamo il buono, forse un po’ svampito, forse vuole soltanto farcelo credere, Alessandro Sallusti che sta capeggiando una rivolta (appoggiata quasi all’ unanimità dal settore giornalistico) in qualche modo etica, in quanto concernente il concetto di libertà di espressione e delle implicazioni ad esso congiunte nell’ atto divulgativo. In contrasto abbiamo il “viscido” Farina, personificazione del vigliacco (cosi come più volte è stato definito) e, soprattutto, il Giudice tutelare. Questi, con la lama affilata della giustizia, sembra aver colto (a torto o a ragione) la prima occasione presentatasi per passare da parte a parte (forse per lucrarci sopra? Forse per garantirsi l’ affossamento di personalità scomode? non facciamoci prendere dalla smania del gossip) l’ uomo che, dalla strada, si è permesso di guardarlo storto. E da qui è facile compiere il salto (cosi spesso effettuato, nella realtà) all’ interno del bacino dei “contro la magistratura” o dei contro qualsiasi organo di potere che dovrebbe essere garante della giustizia, ma che viene considerato come socialmente fraudolento e tendenziosamente fazioso. So per certo (o meglio lo spero) che l’ immagine qui dipinta non coincide se non infinitesimalmente con la realtà e sono conscio anche del fatto che un’ esagerazione quasi favolosa di tal fatta vada lasciata vivere a ben altri personaggi  piuttosto che agli attori che fanno parte della tessitura sociale, politica e informativa del nostro paese. Ma forse esagerare può talvolta far emergere le tendenze sopite degli uomini.
A questo proposito pubblico un articolo del Corriere.it che potrebbe risultare interessante in quanto, nell’ affrontare la vicenda fin qui riportata, ha l’ ardire d’assumere la prospettiva del nostro “antagonista”.

parte 5: ITER DEL DDL SULLA DIFFAMAZIONE

Comincia il 27 settembre il contorto e contestato cammino del decreto che modificherebbe le norme sulla diffamazione a mezzo stampa. Un percorso contrassegrato naturalmente da durissimi botta e risposta fra le parti interessate.
Il 24 ottobre, in extremis, al termine di una tavola rotonda di svariate ore, la maggioranza trova un accordo : niente carcere per chi diffama e la sanzione massima sarà di 50mila euro. Sul fronte del web, le rettifiche saranno imposte a tutte le testate giornalistiche pubblicanti. Nessun obbligo di rettifica, invece, per i commenti. Questi, in sintesi, i contenuti dell’accordo raggiunto nella riunione:

-NIENTE CARCERE
-SANZIONI MENO SALATE (tra i 5 e i 50mila euro)
-RETTIFICA ONLINE
-RETTIFICA, STESSO SPAZIO DIFFAMAZIONE – La rettifica sui media normali, invece, dovrà avere lo stesso spazio e dovrà essere inserita nella stessa pagina «occupata» dall’articolo diffamatorio.
-GIUDIZIO IMMEDIATO
-RECIDIVA – Nessun raddoppio della pena in caso di recidiva. Se si torna a delinquere si applicherà la norma del codice già prevista per i recidivi. Non ci sarà, poi, l’obbligo dell’interdizione dalla professione giornalistica. Il giudice potrà o meno ma senza alcun obbligo particolare.
-NO CONDANNE PER EDITORI
-NO RISCHI PER CONTRIBUTI

Il 25 ottobre (il giorno seguente all’ approvazione del ddl) è già tutto da rifare. ll Senato tradisce l’ accordo raggiunto: il Pdl riesce a bloccare alcune correzioni volute dal PD e dunque vengono approvate le relative modifiche per il testo elencate di seguito.

CONTRIBUTI – In caso di condanna i giornali dovranno restituire i contributi per l’editoria.
ARCHIVI DIGITALI – Accettato ‘emendamento Rutelli-Bruno (Api) che impone al gestore di un archivio digitale di una testata editoriale on line l’integrazione o l’aggiornamento, su richiesta dell’interessato, della notizia che lo riguarda alla luce di un’avvenuta rettifica. RETTIFICA – Obbligatoria non solo per i giornali veri e propri, ma anche per tutte le testate web.
QUERELE INTIMIDATORIE – L’aula del Senato ha poi bocciato due emendamenti che intendevano limitare la pratica delle richieste risarcitorie intimidatorie contro la stampa.

Il 7 novembre la capogruppo del Pd in Commissione Giustizia Silvia Della Monica si è dimessa da relatrice del ddl attualmente all’esame dell’Aula del Senato. Rimando QUI all’ articolo del Corriere.it che ne approfondisce le ragioni.

Il 13 novembre si assiste ad un nuovo colpo di scena. Con 131 voti favorevoli il Senato fa passare l’ emendamento voluto dalla Lega per un clamoroso “sì” al carcere per i giornalisti che diffamano.

20 novembre. Il ping pong pare infinito. Il presidente della Commissione Giustizia del Senato, Filippo Berselli, presenta un emendamento al ddl: il carcere deve essere imposto solo al giornalista, il direttore sarà invece multato dai 5 ai 50mila euro.

Il 26 novembre  L’aula del Senato, con voto segreto polverizza l’emendamento di Berselli. I no all’articolo 1 del ddl, che conteneva il carcere per i giornalisti (ma non per i direttori), sono stati 123, i sì 29 e 9 gli astenuti. Il Pdl aveva annunciato che si sarebbe astenuto ufficialmente. L’iter del ddl è cosi virtualmente bloccato.

parte 6: UN FINALE (?) ALL’ ITALIANA

Dopo la condanna a 14 mesi per diffamazione il direttore del Giornale ha deciso di rifiutare gli arresti domiciliari e si è rivolto al procuratore Edmondo Bruti Liberati: «Mi mandi i carabinieri e mi traducano in carcere. Se così non fa si rende lui responsabile del mio reato di evasione. Io mi sono preso le mie e non mi sottraggo alla pena. È impossibile che la magistratura continui a comportarsi in questo modo senza mai pagare». Non avrebbe potuto lavorare. In caso contrario avrebbe dovuto fare una richiesta formale al giudice. Ma Sallusti ha affermato di non voler chiedere nessun permesso» e ha ripetuto l’intenzione di «continuare a lavorare» e di aver chiesto «a Nicola Porro di prendere un vicariato nella direzione del Giornale». E la promessa: «Appena mi portano a casa per i domiciliari tornerò subito a lavorare qui al Giornale», commettendo in questo modo il reato di evasione.
La sera del 30 novembre, la sede del Giornale deve aver vissuto dei momenti sicuramente atipici. Alcuni agenti di polizia sono giunti all’ appuntamento con Sallusti, che li aspettava davanti alla porta della propria casa editoriale ove aveva passato la notte. Lo devono portare in cella. Scrive su twitter pochi momenti prima il direttore: «Voi non violate la sede de Il Giornale, io mi consegno a San Vittore e poi fate quel che volete».

Le dichiarazioni di Feltri fanno da cornice agli ultimissimi avvenimenti di questa vicenda. «L’ho pregato di recedere dalle sue decisioni, ma lui ha le sue buone ragioni per pensare che il carcere sia la dimostrazione finale e plateale che è stata commessa un’ingiustizia. Sicuramente ha ragione, ma purtroppo il prezzo è troppo alto».

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2 thoughts on “TUTTO IL CASO SALLUSTI

  1. Lascio a gente più intelligente di me il vanto delle opinioni. Cercando di analizzare i fatti pero’ mi pare emerga una situazione quantomai strana per la quale si è detto preoccupato lo stesso Nils Muiznieks, il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Non mi è piaciuto il voto segreto dei 131 leghisti che hanno decretato la possibilità di carcerazione per i giornalisti diffamanti. Sarebbe da approfondire il perchè l’ Italia risulti l’ unico paese dell Unione che non dispone solo di pene amministrative e ma anche penali nel campo della stampa. Ci sono poi alcuni punti della vicenda poco chiari, come le inverosimili dichiarazioni “a caldo” di Sallusti quando si è detto all’ oscuro del fatto che le querelle andava avanti da diversi anni. D’altro canto non mi piace neanche la tendenza a trincerarsi ideologicamente dall’ una o dall’ altra parte, perchè di solito in questi movimenti si seguono principalmente informazioni a metà o retrograde preconvinzioni di sorta.Il punto credo stia nel chiedersi a quanto possa servire la punizione carceraria in queste situazioni. E, forse ancora prima, come limitare con effettività la diffusione di notizie fasulle o settarie che possano (come in questo caso) lenire altre persone. Ma credo sia un argomento troppo lungo da affrontare qui

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