SUB SPECIE AETERNITATIS

“LA RELIGIONE DI UNO SCETTICO” di JOHN COWPER POWYS

Oggi ho voluto consigliarvi una lettura. Forse più che una lettura, una riflessione o, patrocinata da entrambe, la possibilità di coinvolgere in un attimo il fuoco scorticante di un ambiguo saltimbanco: John Cowper Powys. Personaggio atipico, definito “il più anarchico scrittore britannico” fu il primo della “cascata” degli undici figli del vicario John. Erede eretico del Thomas Hardy romanziere e così “personale” da incontrare fanatici seguaci e rabbiosi detrattori, ha scritto romanzi debordanti, a partire dalla voluminosità, per ricchezza e originalità di temi, personaggi, luoghi e situazioni. Non mi spingo a voler qui sviscerare le motivazioni che mi hanno portato a scrivere un articolo su questo autore. Ma, volendo far della concisione la sostanza di questa introduzione, ammetto che ne sono rimasto drammaticamente colpito. Mi ha colpito la sfrontatezza intellettuale con cui s’è addentrato in un argomento a me così caro: la disperata ricerca umana d’ autoindividuazione cosciente nell’ infinito caos della propria spiritualità. Mi ha colpito la sua dimostrata incapacità di risparmiarsi anche laddove lo spunto verbale diviene impercettibilmente inadatto al proprio ruolo espressivo, dove tutto il ricorso ad una supposta carica retorica si dimostra inefficace. E’ commovente come, proprio nel momento ove la massimizzazione lessicale non è più in grado di contenere l’ esacerbanza emotiva, laddove la maggior parte delle persone concluderebbe con rassegnazione, ecco che giunge la poesia; ecco che la parola diviene melodia; il messaggio lacrima; il furore fuoco vivo. Mi ha colpito l’ esplosione titanica racchiusa in un così piccolo spazio fisico (il libro consta di appena 83 pagine), quasi a dimostrazione che, pur nel soggiacere alla propria nemesi immanente, la trascendenza riverbera irriducibile nel crepuscolo prenatale del mondo e lo pervade, definendolo, conferendogli le parti da recitare, nascondendosi schiva, quasi intimidita, ma scalzando la sua presunta pavidità attraverso il caricarsi di tutto lo splendore della tragedia umana.

Ma non voglio annoiarvi oltre. Ho di seguito tratto alcuni punti salienti del libro, certamente insufficienti per addentrarsi appieno nell’ universo qui appena tratteggiato. Lascio la parola alla bellezza che un altro, molto meglio di quanto sarei in grado io, è riuscito a distillare sotto forma di ipnotico sortilegio.

” (…) Che cosa,infatti,ci resta da fare in questo crollo di ogni credibile visione soprannaturale? Ridurci a un’ insolente indifferenza di fronte allo svanire delle antiche osservanze?Ignorare completamente le ben radicate pietre miliari con cui i nostri antenati diedero dignità e misura ai loro giorni?
Io non posso crederlo.
Nella scomparsa di ogni giustificazione razionale per i dogmi della fede, ci è dato tuttavia di saper apprezzare l’ ardita poesia; ci è dato di poterli usare- senza che il nostro intelletto sia narcotizzato dalla loro seduzione- come un modo naturale e decente di lumeggiare l’ inevitabile successione degli eventi umani sulla terra.
(…) Per il razionalista integrale qualunque fede è una frottola;e rimarrà sempre questione apertissima se il razionalista non abbia ragione! Ma, ragione o torto, (…) è solo mettendo in crisi lo scetticismo del razionalista con uno scetticismo ancor più radicale, che noi diventiamo liberi di godere della bellezza di queste idee senza negare loro un qualche possibile residuo di realtà.
Le persone religiose semplici di spirito, dalla cui pietà dipende per intero il sussistere di tutto questo, sono pronte a scommettere la propria fede personale contro ogni discussione.
(…) Soltanto quando uno scetticismo di questa sorta va alla radice della questione nasce quella consapevolezza di tipo particolare, grave, tenera, misericordiosa, distaccata, alla quale si rivela la vera bellezza immaginativa della religione. Nulla di ciò vedono i pietisti che danno la propria fede per scontata. Nulla di ciò vedono i Modernisti che criticano l’ uno o l’ altro dogma.
(…) Considerare la religione come mitologia non la rende meno importante: anzi, le dà un fascino nuovo e soave. Le restituisce l’ incanto che essa aveva all’ inizio, quando i suoi dogmi non avevano ancora perduto la propria poesia naturale nel laboratorio della speculazione teologica.(…) Perchè in definitiva, come il nostro scettico medio sa bene, è stato il genere umano a inventare la figura di Cristo e tutti i misteri ad essa connessi.
(…) Il nostro Cristo non sarà nè il mistico Figlio del Cielo della teologia ortodossa, nè il generoso filantropo dell’ ereticale culto dell’ eroe. Sarà un dio autentico e naturale, creazione non già della devozione e men che mai della filosofia, bensì della poesia e dell’ immaginazione. (…) Non appena si lasciano gli aridi scogli dell’ argomentazione affermativa o negativa; non appena ci si avvicina ai margini ombrosi della concreta sensibilità umana, tutto ciò che ho cercato di esprimere prende posto tra quelli che potremmo definire “i silenzi dell’ anima”. Di fatto l ‘ umanità non può adorare null’ altro che la magia dell’ universo: le immagini tradizionali in cui questa magia è stata catturata e conservata avranno sempre un pathos loro proprio, che nessun argomento può giustificare o distruggere. E questo pathos, questa emanazione di bellezza, è cosa affatto diversa dalla fede e dalla non-fede.
(…)L’ arte ha questa proprietà di soddisfare in noi una brama che va oltre la sfera della spiegazione razionale. E i dogmi della Chiesa, le sue festività, sono l’ immagine dell ‘ Umanità, annerita dal fumo, sulle pareti del carro del suo lungo viaggio. (…) E’ come se contemplassimo in un vasto specchio opaco il cuore ferito di un universo rivoltato e lacero in un cataclisma di disperata pietà.
(…) La bella e malinconica atmosfera della religione di Cristo è cosa del tutto indipendente dalle parole di Gesù, del tutto indipendente dalle personalità di Gesù. Il sentimento che si produce in noi quando udiamo le parole: “ed ella dette alla luce il suo figlio primogenito, e lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia” è un sentimento che va ben al di là dell’ emozione suscitata dall’ idea di Gesù di Nazareth considerato unicamente come uomo buono e grande.In queste parole familiari è stato iniettato, come un’ indescrivibile essenza, tutto quell’ incanto fiabesco, redentore della sofferenza della vita, che solo possono dare certe forme di artigianato figlie della terra, piene di odore dell’ erba estiva e del fumo soave dei ceppi invernali. (…) E’ la riduzione della vita ai suoi più semplici termini; e poi la sua esaltazione con la mirra e la cassia della pura poesia. E’ una specie di diffusa Messa secolare, consacrante persino gli utensili di cucina, perfino il fango delle stalle, con un incanto domestico simile a quello delle fiabe dei Grimm, con una magia tenera come quella del primo amore.
(…)Non ci occorre la fedeltà dell’ ortodosso, non ci occorre la razionalità dell’ eterodosso, per comprendere, imbattendoci in queste parole, che nei dogmi della più semplice professione di fede c’è una poesia che sopravvivrà all’ ascesa e al declino di molte nazioni; una poesia che appartiene, per il solo fatto d’ essere apparsa al mondo, alle mani che ricevono il bambino dal grembo, alle teste che si chinano sulla fossa.”

Romano Bianchi

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