L’atollo di Riccione: ecco il progetto da un miliardo di euro

Il sogno della Riviera

Quasi 60 ettari a tre miglia da viale Ceccarini: un porto, hotel, appartamenti, negozi, spiagge e ristoranti

Una suggestiva immagine dell'isola artificiale di notte

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Riccione, 29 novembre 2012 – E SE L’ISOLA delle Rose, quell’utopia sessantottina al largo di Rimini risorgesse più grande, più bella al largo di Riccione? I sogni dovranno lasciare il posto ai project financing visto che si parla di una nuova Atlantide da un miliardo di euro (guarda le foto del progetto), ma è pur vero che è passato quasi mezzo secolo.

I soliti romagnoli, capaci di vendere l’ombra a peso d’oro?
«In effetti, quando ci siamo presentati ai ministeri romani colprogetto abbiamo temuto di non venire presi sul serio…».

Parola di Luca Emanueli, direttore di Sealine, il centro di ricerca per lo sviluppo dei sistemi costieri e del turismo del Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara. A quel sogno, che fu vagheggiato nel lontano 1977 da Arnaldo Tausani, lui e un gruppo di giovani architetti, affiancati da un team di specialisti multidisciplinare, stanno lavorando da quattro anni, seguiti passo passo dall’amministrazione comunale di Riccione e dagli altri Comuni della costa: Misano, Cattolica e Gabicce. Il progetto è un acronimo che poco ha di romagnolo: T.H.ER.E. cioè Touristi hub Emilia Romagna est.

In questa fase sono messe a confronto più alternative ma si lavora su atollo di quasi un chilometro di diametro a quasi 6 chilometri al largo di Riccione occupato per un terzo da un porto e per il resto da una laguna, un parco, attività turistiche, centri di ricerca, spazi pubblici, appartamenti esclusivi, hotel, ristoranti, centri benessere e soprattutto un terminal capace di accogliere le navi da crociere e i loro due-tremila ospiti in vena di shopping.

Un’opera del genere non si è mai vista in Italia.
«Esistono regole e legislazioni per i porti, le piattaforme petrolifere, i pontili, gli allevamenti di mitili… ma un’isola artificiale non è semplicemente contemplata», spiega Emanueli.
Basterebbe questo a immaginare indolenti dinieghi nei ministeri romani…
«Invece abbiamo avuto l’impressione che i funzionari delle Infrastrutture e dell’Ambiente, dopo secoli passati a fare le stesse cose, avessero finalmente voglia di affrontare una nuova sfida. Ci hanno aperto le porte, hanno abbattuto gli ostacoli fra un ministero e l’altro. C’è chi è arrivato a dirci che ‘solo perchè viene dall’Emilia Romagna lo prendiamo sul serio’».
Però a Roma non vi siete presentati ‘scalzi’.
«Abbiamo uno studio molto accurato che io definirei di ‘credibilità’. Molto vicino ad uno studio di fattibilità col quale andremo alla Valutazione di impatto ambientale».
Ma di questi tempi chi tira fuori un miliardo di euro?
«Ci sono fondi di investimento che sotto i 500 milioni non iniziano neppure a trattare. E i contatti già ci sono… Forse forse non sono i soldi il principale problema»
Fanno più paura i Verdi?
«In realtà l’isola è un territorio ipernaturale, cioè in grado di sincronizzarsi col resto del territorio e dell’ambiente, dove il vecchio e il nuovo si fondono».
Forse non basta a convincerli…
«La costa romagnola è quanto di più antropico si possa immaginare. Non solo la terraferma, ma anche il mare è urbanizzato: piattaforme, gasdotti, impianti di mitili, scogliere, barriere soffolte… Una qualsiasi funzione o edificio ha un’impronta sulla terraferma nettamente maggiore di quella che può avere in mare».
Se immaginiamo Dubai?
«Immaginatela e poi dimenticatela. Non c’entra nulla. Questo sarà un pezzo di territorio con la propria identità. Nel quale ritrovare quella voglia di sperimentare propria della Romagna che oggi si è perduta»
Diciamo almeno che sarà un’isola molto green.
«Totalmente autosufficiente, dall’acqua, all’energia elettrica ai rifiuti, con una gestione a ‘ciclo chiuso’. Una smart island»

FONTE: ilrestodelcarlino.it

GUARDA LA NOTIZIA SU: http://www.corriere.it/cronache/12_novembre_30/atollo-pagato-da-sceicchi-mare-davanti-riccione-francesco-alberti_fe4986ec-3ab7-11e2-b4fa-74f27e512bd0.shtml

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Uil: addio Natale, l’Imu si mangia la tredicesima

Uil: addio Natale, l'Imu si mangia la tredicesima (Corbis)

Dopo l’allarme lanciato dall’Anci ora arriva quello della Uil. Il saldo dell’Imu sarà “una stangata” con punte per la seconda casa fino a 1.209 euro. È quanto risulta anche da uno studio dall’Osservatorio periodico sulla fiscalità locale della Uil Servizio Politiche Territoriali, sulle delibere del totale dei Comuni (8.092), pubblicate sul sito del Ministero dell’Economia dal 10 al 28 Novembre 2012. Secondo la ricerca «le tredicesime sono a rischio» e saranno investite per assolvere la tassa sulla casa. Per quella di abitazione il saldo medio è136 euro con punte fino a 470.

Complessivamente, l’Imu sulla prima casa costerà, in media, 278 euro a famiglia con punte di 639 euro a Roma; di 427 euro a Milano; 414 euro a Rimini; 409 euro a Bologna; 323 euro a Torino. Per le seconde case, l’Imu peserà mediamente 745 euro, con punte di 1.885 euro a Roma; di 1.793 euro a Milano; di 1.747 euro a Bologna; di 1.526 euro a Firenze. 

La seconda casa più tartassata
Da questa analisi, spiega Guglielmo Loy, Segretario Confederale UIL, emerge che sono 6.169 i Comuni che hanno pubblicato le delibere dell’IMU sul sito del Ministero dell’Economia e, pertanto, il nostro studio non si basa su proiezioni ma su dati reali e,cioé, su un campione che rappresenta il 76,2% del totale dei Comuni italiani. Il 31,2% del campione (1.924 municipi) ha aumentato le aliquote per la prima casa, tra cui 41 Città capoluogo di provincia; il 62,2%(3.826 Comuni), ha confermato l’aliquota base del 4 per mille; soltanto il 6,8% (419 comuni) l’hanno diminuita e, tra questi, 8 Città capoluogo di Provincia. Il 62,6% del campione (3.863 comuni) ha aumentato l’aliquota per la seconda casa, tra questi 98 sono Comuni capoluogo di provincia; il 36% (2.221 comuni) ha deciso, invece, di confermare l’aliquota di base del 7,6 per mille; soltanto l’1,4% (85 Comuni, per lo più concentrati nel Sud) ha deciso di diminuirla.

Secondo la simulazione, con le aliquote deliberate dai Comuni e le relative detrazioni, il gettito complessivo, tra prima casa e altri immobili, ammonterebbe a fine anno a 23,2 miliardi di euro, di cui 3,8 miliardi di euro per la prima casa e 19,4 miliardi di euro per le seconde case. Di questi, 14,8 miliardi di euro saranno incassati dai Comuni, mentre lo Stato incasserà 8,4 miliardi di euro.

Fonte: Ilsole24ore

SAMSUNG E IL FUTURO DELLA “SMART TECHNOLOGY”

Si piegano, si avvolgono, si indossano. I vantaggi? Banalmente si potrà infilare il telefono in tasca senza rischio che si frantumi. I display flessibili per smartphone potrebbero essere sul mercato entro la prima metà del 2013. Dopo anni di sviluppo e di false anticipazioni sui siti di tutto il mondo, due fonti autorevoli come Wall Street Journal e Bbc si sono sintonizzate sull’annuncio: Samsung sarebbe pronta a dare il via alla produzione di massa di schermi flessibili, in plastica (anziché in vetro) per rendere i telefonini più leggeri, indistruttibili e, soprattutto, pieghevoli.

Anche LG, Philips, Sharp, Sony e Nokia stano lavorando su questo fronte, ma l’azienda coreana, che da tempo sta sfornando prototipi, sembra intenzionata a bruciare la concorrenza. E a mettere fuori gioco Apple, che ha già depositato una richiesta di brevetto per dispositivi elettronici con display flessibili.

SOTTILI E RESISTENTI – Diverse le tecnologie che consentono di ottenere il risultato: Samsung usa gli schermi Oled (Organic Light Emitting Diode), capaci di emettere luce propria – più sottili e leggeri del tradizionale Lcd, retroilluminato – molto sottili e compatibili con un supporto flessibile quale può essere la plastica o un foglio metallico, che garantirebbe, oltre alla flessibilità, anche la durata. Per i suoi schermi flessibili, Samsung ha registrato un novo marchio: «Youm». Invece del classico vetro, monta più strati di pellicola. Lo schermo, morbido e flessibile, diventa avvolgibile praticamente ovunque.

Al Consumer Electronic Show 2011, Samsung aveva già dimostrato questa tecnologia in uno schermo malleabile di 4.5 pollici, con uno spessore di 0.3 millimetri, suscettibile di essere piegato in forma cilindrica senza rompersi.

DAL FRIGORIFERO AL PARABREZZA – Un assaggio dei possibili impieghi è suggerito dal filmato visibile sul sito OLED-Display.net (clicca sul video sopra): frigoriferi con schermi interattivi, parabrezza che mostrano informazioni sul percorso, monitor trasparenti, display arrotolati in una penna.

I COSTI – La ricerca in questa direzione è partita negli ani ’60, quando sono comparsi sul mercato i primi pannelli solari pieghevoli. Il primo prototipo di display ripiegabile a tecnologia Oled l’ha presentato Philips nel 2005. Che cosa è cambiato da allora? L’azienda sudcoreana sembra aver individuato il punto di compromesso tra tecnologia e costi di produzione, anche se Samsung non ha detto al Journal quanto voglia davvero investire nei nuovi dispositivi flessibili. L’articolo riporta solo che «una persona che conosce la situazione» ha riferito che i dispositivi frutto di questa innovazione saranno presentati nella prima metà del 2013. Il Galaxy s4 – atteso per maggio – potrebbe essere il prossimo dispositivo «pieghevole» della storia.

GLI ALTRI – La Bbc fa il punto sullo stato dell’arte della tecnologia. E cita anche il primo e-reader, il Kindle Amazon, che impiega uno schermo di plastica, con tecnologia e-ink. Ma la scocca del dispositivo è rigida. Innovazioni a metà, frenate per una questione di costi. Un analista del settore hi-tech, Abhigyan Sengupta, della MarketsAndMarkets, che ha recentemente pubblicato uno studio sugli scrhermi pieghevoli, spiega che un prodotto interamente flessibile – fronte, retro, batterie, touchscreen – avrebbe ancora costi troppo elevati.

CARBONIO – Un altro materiale delle meraviglie è il grafene, un materiale cristallino, bidimensionale, costituito da un singolo strato di atomi di carbonio. Leggero, resistente (100 volte più dell’acciaio), flessibile (5 volte più dell’acciaio), trasparente, impermeabile, con ottima conducibilità (termica, elettrica ed elettronica). Scoperto dagli scienziati André Geim e Kostya Novoselov, premio Nobel per la fisica nel 2010, ha un campo di impieghi potenzialmente sterminato, in elettronica e in varie tecnologie come perfetto sostituito del silicio. L’asso nella manica di Andrea Ferrari, ricercatore dell’Università di Cambridge, che per la Nokia studia dispositivi pieghevoli: telefoni, tablet, pannelli solari e schermi tv.

FONTE: Corriere.it
Telefonino.net

L’opposizione israeliana

Israele, che non è riuscita a fermarne l’aggiornamento, cerca di minimizzare la candidatura palestinese alle Nazioni Unite. “Ci saranno fuochi d’artificio a Ramallah, tuttavia, gli insediamenti rimarranno al loro posto”.

Israele ha accettato di non poter impedire ai palestinesi di andare avanti con la loro offerta di aggiornamento alle Nazioni Unite. L’Assemblea generale è lanciata verso l’approvazione, chiesta da Mahmoud Abbas, dell’aggiornamento a status dell’Autorità palestinese come osservatore.

“Non vorrei sopravvalutare l’importanza del voto delle Nazioni Unite,” ha dichiarato un alt funzionario israeliano: “È vero, stiamo andando a vedere i fuochi d’artificio a Ramallah, ma gli insediamenti rimarranno esattamente dove sono e l’IDF (esercito israeliano) continuerà ad operare negli stessi settori.”

Nel frattempo, uno per uno i paesi europei, mercoledì, hanno annunciato il loro sostegno all’offerta palestinese. Spagna, Svizzera, Danimarca e Norvegia hanno rilasciato dichiarazioni annunciando che voteranno a favore del processo di aggiornamento dello status. Nel frattempo, la Germania e la Repubblica Ceca non approveranno l’offerta.

Martedì scorso, la Francia ha ufficialmente annunciato che appoggerà l’offerta palestinese. Si stima che la maggior parte delle nazioni asiatiche e africane, con l’eccezione del Malawi, Togo e Camerun, voteranno a favore del processo di aggiornamento di stato. La Gran Bretagna ha deciso di astenersi così come Italia, Australia e Germania. Funzionari israeliani stimano che oltre Israele stesso, gli Stati Uniti, Canada, Micronesia e Guatemala voteranno contro l’offerta.

Dopo aver realizzato che la battaglia è stata persa, i funzionari israeliani stanno cercando di minimizzare lo spostamento. “Non vogliamo essere passivi e stare semplicemente a guardare”,ha affermato un funzionario, “ma non c’è bisogno di rilasciare dichiarazioni. Risponderemo quando sarà il momento giusto.”

Anche se Israele accusa i palestinesi di violare grossolanamente gli accordi di Oslo ha annunciato che continuerà a onorarli lo stesso, unilateralmente.

Abbas lotta per una sopravvivenza personale
Nel frattempo, Israele sta intensificando le sue critiche ad Abbas. Un alto funzionario ha dichiarato martedì che il presidente palestinese non è più rappresentativo e che la sua candidatura delle Nazioni Unite ha lo scopo di garantire la sua personale sopravvivenza politica.
Abbas è un leader corrotto, ha continuato, che ha rinviato le elezioni in Cisgiordania per più di due anni, lui sa che perderà con Hamas.

Da Ramallah affermano che Abbas è sotto forte pressione da parte degli Stati Uniti e alcuni paesi europei per ritirare la sua offerta. “Ma lui non ha scelta, se avesse ritirato la sua offerta non sarebbe stata in grado di tornare a Ramallah e mantenere il suo posto.”

Il leader palestinese si sta dirigendo verso New York con il pieno appoggio di Hamas e del Jihad islamico.

La Francia a sostegno della candidatura Palestinese all’ONU

Laurent Fabius, Ministro degli Esteri francese, ha dichiarato che la Francia voterà a favore della candidatura dell’Autorità palestinese alle Nazioni Unite con lo status di osservatore non partecipante presso l’Assemblea Generale.

Martedì, il portavoce francese ha rilasciato una dichiarazione, in accordo alla quale avrebbe votato a favore della Palestina come “Stato non membro osservatore” presso le Nazioni Unite, aumentando così gli sforzi palestinesi per vedersi garantito un maggiore riconoscimento internazionale. Anche con questo status, tuttavia, uno Stato palestinese non sarà ancora essere un membro a pieno titolo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Secondo quanto Fabius ha riferito ai parlamentari, “Da anni la Francia si mete in primo piano nel riconoscimento di uno Stato palestinese”.

La dichiarazione del ministro degli esteri è stata accolta da un applauso nella Camera bassa francese, l’Assemblea nazionale. La Francia, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, è la prima grande potenza europea a esprimere la sua approvazione verso il movimento palestinese. Parigi ha anche rotto con i suoi più stretti alleati, l’anno scorso, quando ha votato a favore della piena adesione palestinesi all’agenzia culturale dell’ONU, l’UNESCO. Tuttavia, poco dopo il voto dell’Unesco, la Francia ha annunciato che si sarebbe astenuta dal voto sulla richiesta palestinese per lo stato membro a pieno titolo delle Nazioni Unite, citando l’opposizione degli Stati Uniti alla risoluzione.

La proposta di concedere lo status di NON MEMBRO OSSERVATORE, tuttavia, per molti, è un’implicito riconoscimento di uno Stato palestinese. In teoria potrebbe anche essere concesso l’accesso ad organismi come la Corte penale internazionale dell’Aja, dove i palestinesi potrebbe presentare reclami contro Israele.

Il leader dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, si è dichiarato domenica “fiducioso” in vista della nuova nomenclatura. “Stiamo andando verso la piena fiducia presso le Nazioni Unite. Avremo i nostri diritti, perché tu sei con noi”, ha urlato ad una folla di un migliaio di persone che dimostravano a sostegno dell’offerta francese. “Chiediamo una pace giusta, concordata dalla comunità internazionale, che ci darà il nostro stato con Gerusalemme Est come sua capitale. Senza questo, non c’è speranza”. Abbas ha inoltre affermato che il tentativo di ottenere lo status aggiornato è sostenuto da molti stati membri delle Nazioni Unite e da tutte le fazioni politiche palestinesi.

Sia Israele chee Washington si sono opposti alla nuova offerta,la quale però dovrebbe raggiungere facilmente la maggioranza richiesta in Assemblea generale per l’upgrade.

Alcune dichiarazioni dal mondo:

  • “una vittoria morale per la Palestina”
  • “Il sostegno francese e l’apprezzamento della proposta di upgrade da parte di molti membri ONU ha dimostrato l’isolamento di Israele e Stati Uniti”
  • “la francia è la voce di Abbas, alla ricerca di un portavoce autorevole occidentale”
  • “la rabbia di Israele è la rabbia di Washington”

L’Europa è divisa sulla questione. Svizzera e Portogallo hanno detto che voteranno per la misura, ma la Germania è tra i paesi che si oppongono a tale offerta ai Territori palestinesi. La posizione della Gran Bretagna rimane poco chiara, rimandando la decisione “a tempo debito”.

Fonte: France24

Camilleri: Perchè la nostra lingua sta scomparendo

La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue.E oggi siamo    sommersi da parole come “Devolution”, “premier”, “resettare”

 

Se all’estero la nostra lingua è tenuta in scarsa considerazione, da noi l’italiano viene quotidianamente sempre più vilipeso e indebolito da una sorta di servitù volontaria e di assoggettamento inerte alla progressiva colonizzazione alla quale ci sottoponiamo privilegiando l’uso di parole inglesi. E c’è di più. Un esempio per tutti. Mi è capitato di far parte, quale membro italiano, della giuria internazionale del Premio Italia annualmente indetto dalla Rai con sede a Venezia. Ebbene, il regolamento della giuria prevedeva come lingua ufficiale dei giurati quella inglese, senza la presenza di interpreti. Sicché uno svedese, un russo, un francese e un giapponese e un italiano ci trovammo costretti ad arrangiarci in una lingua che solo il rappresentante della BBC padroneggiava brillantemente.

Va da sé che la lingua ufficiale, in Francia, del Festival di Cannes è il francese, la lingua ufficiale in Germania del Festival di Berlino è il tedesco. E il Presidente del Consiglio, parlando di spread o di spending rewiew è il primo a dare il cattivo esempio. Monti però non fa che continuare una pessima abitudine dei nostri politici, basterà ricordare parole come «election day», «devolution», «premier» e via di questo passo. Oppure creando orrende parole derivate tipo «resettare». Tutti segni, a mio parere, non solo di autosudditanza ma soprattutto di un sostanziale provincialismo.

Piccola digressione. Il provincialismo italiano, antico nostro vizio, ha due forme. Una è l’esaltazione della provincia come centro dell’universo. E valgano i primi due versi di una poesia di Malaparte, «Val più un rutto del tuo pievano / che l’America e la sua boria»…, per dirne tutta la grettezza. L’altra forma è quella di credersi e di dimostrarsi non provinciali privilegiando aprioristicamente tutto ciò che non è italiano. Quante volte ho sentito la frase: «io non leggo romanzi italiani» o più frequentemente, «io non vado a vedere film italiani». Finita la digressione. Se poi si passa dalla politica al vivere quotidiano, l’invasione anglosassone appare tanto estesa da rendersi pericolosa. Provatevi a saltare da un canale televisivo all’altro (mi sono ben guardato dal dire «fare zapping»), vedrete che il novanta per cento dei titoli dei film o addirittura di alcune rubriche, sono in inglese. La stessa lingua parlano le riviste italiane di moda, di architettura, di tecniche varie. I discorsi della gente comune che capti per strada e persino al mercato sono spesso infarciti di parole straniere. In quasi tutta la strumentistica prodotta in Italia i sistemi di funzionamento sono identificati con parole inglesi.

A questo punto non vorrei che si cadesse in un equivoco e mi si scambiasse per un sostenitore dell’autarchia della lingua di fascistica memoria. Quando il celebre brano jazz «Saint Louis blues» diventava «Tristezze di san Luigi», il cognac «Arzente» e i cognomi della Osiris o di Rascel si dovevano mutare in Osiri e Rascele. Benvenuto Terracini sosteneva, e a ragione, che ogni lingua nazionale è centripeta, cioè a dire che si mantiene viva e si rinnova con continui apporti che dalla periferia vanno al centro. Un amico russo, molto più grande di me, andatosene via nel 1918 dalla sua patria e tornatovi per un breve soggiorno nel 1960, mi confidò, al suo rientro in Italia, che aveva incontrato molte difficoltà a capire il russo che si parlava a Mosca, tanto era infarcito di parole e di locuzioni operaie e contadine che una volta non avrebbero mai ottenuto cittadinanza nei vocabolari. Ma erano sempre e comunque parole russe, non provenienti da lingue straniere.

In sostanza, la lingua nazionale può essere raffigurata come un grande, frondoso albero la cui linfa vitale viene risucchiata attraverso le radici sotterranee che si estendono per tutto il paese. È soprattutto dal suo stesso terreno, dal suo stesso humus, che l’albero trae forza e vigore. Se però il dosaggio e l’equilibrio tra tutte le componenti che formano quel particolare terreno, quell’unico humus, vengono alterati attraverso l’immissione di altre componenti totalmente estranee, esse finiscono con l’essere così nocive che le radici, esattamente come avviene in natura, tendono a rinsecchire, a non trasmettere più linfa vitale. Da quel momento l’albero comincia a morire. Se comincia a morire la nostra lingua, è la nostra stessa identità nazionale che viene messa in pericolo. È stata la lingua italiana, non dimentichiamolo mai, prima ancora della volontà politica e della necessità storica, a darci il senso dell’appartenenza, del comun sentire. Nella biblioteca di un mio bisnonno, vissuto nel più profondo sud borbonico, c’erano La Divina commedia, l’Orlando furioso e i Promessi sposi tutti in edizione pre-unitaria. È stata quella lingua a farlo sentire italiano prima assai di poterlo diventare a tutti gli effetti. Una lingua formatasi attraverso un processo di assorbimento da parte di un dialetto, il toscano, vuoi dal primigenio volgare vuoi da altri dialetti. Dante non esitava a riconoscere il fondamentale apporto dei poeti «dialettali» della grande scuola siciliana, e ricordiamoci che è stato il siciliano Jacopo da Lentini l’inventore di quella perfetta macchina metrica che è il sonetto.

E in Boccaccio, in certe novelle geograficamente ambientate fuor da Firenze, non si coglie qua e là un’eco di quel dialetto parlato dove la novella si colloca? Perché da noi è avvenuta, almeno fino a una certa data, una felice coesistenza tra lingua nazionale e dialetti. Il padovano del Ruzante, il milanese di Carlo Porta, il veneziano di Goldoni, il romano di Belli, il napoletano di Di Giacomo, il siciliano dell’abate Meli hanno prodotto opere d’altissimo valore letterario che hanno arricchito la nostra lingua. La guerra che subito dopo l’Unità d’Italia si cominciò a combattere più o meno scopertamente contro i dialetti, e che raggiunse il suo apice negli anni del fascismo, è stata un’insensata opera di autodistruzione di un immenso patrimonio. Si è scioccamente visto il dialetto come un nemico della lingua nazionale, mentre invece esso ne era il principale donatore di sangue. Oggi paghiamo lo scotto di quell’errore. Abbiamo abbattuto le barriere e quei varchi sono rimasti pericolosamente senza difesa. La mia riflessione termina qui. Coll’augurio di non dover lasciare ai miei nipoti non solo un paese dal difficile avvenire ma anche un paese la cui lingua ha davanti a sé un incerto destino.

di Andrea Camilleri, da Repubblica, 15 novembre 2012 

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Museum of Curiosity – A Londra, il museo più curioso del mondo

 

Si chiama The Museum of Curiosity, ed è una collezione privata di ossa, teschi, occhi, protesi e denti, umane e animali. Le stranezze delle scienze naturali in mostra nella capitale britannica

 

 

 

Che Londra sia la città da cui provengono le idee più innovative e bizzarre è un dato di fatto, e che questa frenetica metropoli sia sempre in grado di soddisfare ogni curiosità è altrettanto assodato. Proprio di questo tratta l’ultima iniziativa sul fronte delle ‘stranezze londinesi’, ovvero l’apertura del museo delle curiosità: The Museum of Curiosity.

Inaugurato a novembre nel centralissimo quartiere di Soho, precisamente a Bateman Street, il Museum of Curiosity è un vero e proprio viaggio nelle stranezze della natura. Ossa e denti sono la specialità: qui potrete ammirare un teschio di rinoceronte, o quello di un pellicano con una deformità cranica impensabile, ma anche protesi ‘vintage’ come gambe e braccia del secolo scorso. Scatole piene di denti umani o animali, addirittura un portaoggetti contenente bulbi oculari che si guardano allegramente l’uno con l’altro. E ancora lo sproporzionato osso del pene di un tricheco, o la coda di un cobra gigante. L’ultimo arrivato nel museo delle curiosità unrarissimo struzzo imbalsamato, proveniente dall’Italia, e datato 1785, dell’altezza di oltre 2 metri!

Il creatore di questo museo, Mike Snell, è un collezionista con una vera e propria passione per tutto ciò che si può definire ‘strano’ e fuori dal comune. Una sorta di museo delle scienze naturali in versione bizzarra e con un tocco macabro. Il museo, tra un teschio di lupo dell’era glaciale e uno squalo imbalsamato, ospita anche opere di arte contemporanea, come ilDream Reliquary dello street artist americano Swoon, che ha raccolto e trascritto gli incubi di decine di persone provenienti da tutto il mondo. Si trova inoltre la collezione personale dello scultore Butch Antony.

Snell è un vero e proprio collezionista in stile 18esimo secolo, quando i ricchi gentiluomini amavano circondarsi delle meraviglie che provenivano dalle colonie, dai mondi sconosciuti, dalle popolazioni di altri emisferi. Con la stessa curiosità e passione per la conservazione, Snell ha accumulato negli anni questi incredibili esempi di natura bizzarra, o alcuni aspetti di essa comuni ma semplicemente sconosciuti ai più. E proprio come un collezionista d’altri tempi ha donato la sua collezione privata ad un museo, pratica assolutamente comune un paio di secoli fa. Un microcosmo racchiuso in una stanza, che si trova presso la Pertwee Anderson&Gold Gallery e, a scanso di proroghe, rimarrà aperto fino a fine dicembre.

 

stile.it/viaggi

Resort bianco e salato

 

 

Palacio de Sal, o Palazzo del sale, è un meraviglioso hotel costruito con blocchi di sale. Si trova ai margini del Salar de Uyuni, una delle più grandi saline del mondo, a 350 km a sud dalla capitale boliviana La Paz. La salina si trova nei pressi della cresta delle Ande, ad un’altitudine di 3656 metri: questo luogo, affollato di turisti, ha sempre richiesto un posto dove soggiornare, ma i materiali da costruzione erano davvero scarsi. La scelta era ovvia: bisognava erigere un hotel fatto di sale.

Le costruzioni del primo albergo iniziarono nel 1993 al centro del Salar de Uyuni, e nell’arco di pochi anni divenne una popolare destinazione turistica. Aveva 12 camere doppie, un bagno in comune, ma nessuna doccia. A causa di un grave problema nello smaltimento dei rifiuti, e di un successivo alto livello di degrado ambientale, l’hotel fu smantellato nel 2002.

Il nuovo hotel, l’attuale Palacio de Sal, fu costruito nel 2007, a 25 km dalla città di Uyuni. Per la sua realizzazione sono stati impiegati circa un milione di blocchi di sale di 35 centimetri, che furono utilizzati per il pavimento, per le pareti, per le sculture, per il soffitto. Ma anche per i mobili, compresi letti, tavoli e sedie. Lo straordinario albergo dispone anche di una sauna e di un bagno turco, di una piscina di acqua (salata) e varie vasche idromassaggio.

Come per il precedente, la regola da rispettare qui è unica e tassativa: vietato leccare le pareti, per evitarne il degrado. Siete stati avvisati.

 

viaggi.libero.it

Il nuovo faraone?

Il presidente egiziano Morsi difende la concessione di nuovi poteri illimitati a se stesso, affermando che serviranno per sradicare la corruzione dilagante nel paese.

 

Le proteste continuano per il secondo giorno in Egitto, come riportato dagli attivisti che hanno annunciato una settimana di sit-in in piazza Tahrir, al Cairo. Le manifestazioni, che sono state innescate dalla decisione del presidente egiziano Mohamed Morsi di concedere a se stesso controversi nuovi poteri che lo metterebbero al di sopra del potere giudiziario, sono iniziate di nuovo di sabato, anche se con solo poche centinaia di manifestanti. Scontri minori sono scoppiati quando i manifestanti su Mohamed Mahmoud Street, vicino a piazza Tahrir, hanno lanciato pietre contro le forze di sicurezza, le quali hanno risposto con gas lacrimogeni. Insistendo sulla necessità di sradicare quello che lui chiama “punteruoli che intaccano l’Egitto”, Mohamed Morsi ha dichiarato venerdì: “Non mi piace ricorrere a misure eccezionali, ma lo farò, se vedrò che il mio popolo, la mia nazione e la rivoluzione egiziana saranno messe in pericolo “.

Morsi, sostenuto dai recenti riconoscimenti per la mediazione della tregua tra Hamas e Israele, ha ordinato che un’assemblea costituente, giovedì, dominata dai Fratelli Musulmani scrivesse la nuova costituzione, inviolabile ne abrogabile da azioni legali. Membri liberali e laici hanno lasciato il gruppo in quanto la loro carica istituzionale avrebbe previsto l’imposizione di rigorose pratiche islamiche.

L’annuncio ha portato a scontri in diverse città tra sostenitori e oppositori del presidente egiziano, un chiaro segno della polarizzazione che affligge il paese.

Nel più grande raduno, venerdì, migliaia di manifestanti hanno cantato e ballato al Cairo, in piazza Tahrir, il cuore della rivoluzione del 2011, chiedendo a Morsi le dimissioni, accusandolo di “colpo di stato”. Migliaia di manifestanti si sono riuniti in piazza Tahrir dopo che i leader dell’opposizione hanno chiesto una “marcia di milioni di uomini” per protestare contro quello che dicono è un colpo di stato da parte di Morsi.

“Gli slogan scanditi a piazza Tahrir sono gli stessi che sono stati cantati durante la rivoluzione”, “Solo il nome del presidente è cambiato.” riportano gli inviati di varie testate internazionali. Tra i manifestanti era presente Mohamed El Baradei, ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Giovedi, El Baradei, che ha partecipato alle proteste del 2011, afferma “Morsi si è nominato nuovo faraone d’Egitto”.

Un certo numero di persone si sono accampate durante la notte nella piazza di quella che dicono sarà una settimana di sit-in, principalmente organizzati da liberali e sinistra egiziana. I manifestanti come Ahmed Moamen dicono di sentirsi traditi da Morsi. “Io non sono felice delle azioni dei Fratelli Musulmani e di Morsi”, ha detto alla Associated Press. “Io sono una delle persone che hanno votato per Morsi, ma sono stato deluso.”

Ad Alessandria, Port Said e Suez, le proteste diventata violenta.

Almeno 100 persone sono rimaste ferite in scontri tra sostenitori e oppositori del presidente. La sede del partito di Morsi, Libertà e Giustizia, con sede ad Alessandria è stata data alle fiamme dai manifestanti nel pomeriggio di venerdì. Gli uffici del partito sono stati attaccati in cinque città diverse.

‘Siamo tutti insieme’

Centinaia di sostenitori di Morsi si sono radunati fuori dal palazzo presidenziale del Cairo venerdì per esprimere sostegno nei suoi confronti. Nel suo discorso Morsi ha detto: “Non sarò mai contro nessun egiziani perché siamo tutti insieme e abbiamo bisogno di dare impulso alla libertà e alla democrazia.” Ha inoltre aggiunto “Mi piace l’idea secondo la quale sia possibile sostenere ciò che si vuole, di avere la stabilità e la sicurezza, la sicurezza della persona e la sicurezza della nazione.”

Il suo obiettivo è di raggiungere la stabilità sociale ed economica in Egitto. In questo modo, ha detto, si arriverà a “l’eliminazione degli ostacoli del passato”.

“Io non voglio avere tutti i poteri per me ma se vedrò che la mia nazione è in pericolo, agirò. Devo.”

Morsi, le cui radici sono inserite nei Fratelli Musulmani, si è anche dato ampi poteri che gli hanno permesso di licenziare l’impopolare procuratore che ha aperto la porta per un nuovo processo per Mubarak ed i suoi collaboratori.

Il decreto del presidente mirava a porre fine all’impasse giudiziario e spingere l’Egitto, la nazione più popolosa del mondo arabo, più rapidamente verso il suo percorso democratico.

Secondo alcune fonti, molti dei sostenitori di Morsi sono stati trasportati in autobus da diverse parti del paese per contrastare quelli rimasti delusi dal decreto del presidente. “Il presidente Morsi è apparso oggi parlando a tutti gli egiziani … ma ha parlato su un palco direttamente al suo collegio elettorale di fronte al palazzo presidenziale”, secondo Abdel-Hamid, inviato di Al-Jazeera. “Molte persone qui vi diranno che se lui fosse un presidente per tutti gli egiziani, avrebbe dovutoparlare alla nazione dal suo ufficio, non certo per il solo suo collegio elettorale.”

Ramificazioni enormi

Il decreto di Morsi solleva preoccupazioni molto gravi per i diritti umani, ha affermato un portavoce per i diritti umani delle Nazioni Unite, il commissario Navi Pillay. “Siamo molto preoccupati per le possibili ramificazioni enormi di questa dichiarazione sui diritti umani e sullo Stato di diritto in Egitto”, ha riferito Rupert Colville alle Nazioni Unite a Ginevra. “Abbiamo anche paura che questo potrebbe portare ad una situazione molto flessibile nel corso dei prossimi giorni.”

Hassan Nafaa, professore di scienze politiche all’Università del Cairo, ha riferito ad Al Jazeera che Morsi “sta erigendo se stesso a monarca assoluto”, dato che non ha consultato l’opposizione sulla decisione. “Il problema non riguarda il contenuto delle decisioni stesse, piuttosto per il modo in cui sono state prese”. “Questa è una situazione pericolosa per l’intero paese. E ‘molto confusa, perché non sappiamo se siamo in presenza di una dichiarazione costituzionale o di una legge o di soli decreti amministrativi” secondo Nafaa.

Fonte: AL Jazeera