L’impero cinese

NEW YORK – La famiglia del primo ministro cinese, Wen Jiabao, ha accumulato un patrimonio colossale all’ombra del suo potere politico: 2,7 miliardi di dollari. Lo rivela uno scoop del New York Times, che squarcia il velo di omertà e le cortine di segreti dietro cui si proteggono i potenti della nomenclatura comunista. Molti parenti di Wen, inclusi il figlio, la figlia, un fratello più giovane e un cognato, sono diventati “incredibilmente ricchi” nel periodo in cui lui governava la Repubblica Popolare. Alcuni di questi parenti, inclusa la moglie del premier, avrebbero rivelato “uno spiccato talento per l’aggressività affaristica”.

Che i gerarchi del partito comunista cinese non abbiano fatto “voto di povertà”, che anzi siano i primi ad avere beneficiato della transizione al capitalismo, non è una scoperta di oggi. Ma è rarissimo avere le prove concrete di questa “accumulazione primitiva del capitale”, come l’avrebbe definita Karl Marx. Il New York Times è riuscito a mettere le mani su documenti riservati che descrivono “stratificazioni di società finanziarie che coinvolgono amici, colleghi di lavoro, partner nel business”. Si tratta di un’indagine insolitamente dettagliata sui meccanismi interni del potere ai vertici della nazione più popolosa del pianeta: dietro le quinte della leadership comunista, l’autorità politica risulta quindi strettamente legata alla formazione di grandi patrimoni privati, nelle stesse

mani dei dirigenti di governo e della loro stretta cerchia di “famigli”.

E’ una vera e propria ragnatela di partecipazioni finanziarie, un impero privato, quello che il New York Times ricostruisce attorno alla figura di Wen. Ciò che sorprende è che il premier era riuscito a costruirsi in Cina una immagine “di sinistra”. Questo suo profilo politico riformista risale ai tempi del movimento democratico di Piazza Tienanmen, quando Wen si schierò dalla parte di quei leader illuminati che volevano dare una risposta positiva alle domande degli studenti in termini di libertà d’espressione e pluralismo. Più di recente, una volta salito fino al secondo posto nella piramide gerarchica – dietro il presidente della Repubblica e segretario di partito, Hu Jintao – Wen era spesso apparso come un migliore comunicatore del numero uno. Veniva chiamato “nonno Wen” per la sua capacità di immergersi fra le folle e partecipare dei problemi della gente comune.
Ora questo scoop del New York Times gli creerà dei problemi in patria? Wen è ormai a pochi giorni dal pensionamento: all’inizio di novembre si svolgeranno le assise del partito che daranno il via a un avvicendamento generazionale. Sia lui che Hu devono lasciare i loro posti. Ma questi alti gerarchi conservano dei feudi personali, delle reti di alleanze e di influenze anche quando hanno cessato di avere incarichi formali (è così anche per Jiang Zemin che lasciò il posto a Hu Jintao ma rimane un personaggio potente, nell’ombra). Le rivelazioni sulla smisurata ricchezza del clan di Wen possono nuocergli. Potrebbero anche essere state pilotate da un clan avverso che vuole metterlo in cattiva luce. Dopotutto, non si è ancora spento il clamore provocato dalla caduta ignominiosa di un altro potente, Bo Xilai che comandava il partito a Chongqin. Lui è stato travolto dalla condanna per omicidio inflitta alla moglie 1 e oggi è stato rimosso dal suo seggio al Congresso nazionale del popolo, il Parlamento cinese. Ma sullo sfondo c’era anche per lui una vicenda di arricchimento personale, con tanto di figlio a Harvard, fotografato al volante di una Ferrari o in party goderecci e decadenti.
Dopo la pubblicazione delle rivelazioni, le autorità cinesi hanno bloccato l’edizione online del New York Times. A darne notizia è lo stesso sito del quotidiano americano, raggiungibile tramite servizi che permettono di sfuggire alla censura cinese (le stesse vpn che permettono di visualizzare siti bloccati in Cina come Facebook e Youtube).
Impossibili anche i collegamenti tra il giornale americano e il premier cinese sul Twitter cinese.

fonte: Repubblica.it

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