TUMORE: NUOVA MOLECOLA CONTRO PK-M

Roma, 31 ottobre 2012 – Nella lotta al cancro, la ricerca delle cura potrebbe aver segnato un passo importante. I ricercatori dello statunitense Cold Spring Harbor Laboratory hanno scoperto una molecola che “obbliga” le cellule tumorali a suicidarsi.  Gli studiosi hanno esaminato diversi tipi di tumore al cervello.

Come riporta il quotidiano spagnolo El Mundo, le cellule malate presentavano una mutazione di un gene denominato Pk-M il quale produce una proteina che stimola la crescita cellulare ad una velocità molto maggiore rispetto alle cellule sane.

Perché un tumore proliferi e sopravviva ha dunque bisogno di  una grande quantità di questa proteina: i ricercatori sono riusciti a mettere a punto una molecola in grado di inibirne l’azione, facendo in modo che le cellule tumorali si comportino come quelle sane e dunque subiscano l’apoptosi, o morte programmata.

Tuttavia, l’indagine si trova a uno stadio iniziale e saranno necessari studi su animali e valutazioni dei possibili effetti secondari prima che si possa parlare di applicazioni cliniche.

Fonte: quotidiano.net

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ISRAELE FRA OBAMA E ROMNEY

La maggior parte degli israeliani sarebbe rassicurato se Mitt Romney vincesse le elezioni presidenziali degli Stati Uniti della prossima settimana, sentendo di avere un amico incondizionato alla Casa Bianca piuttosto che un critico spassionato.

Ma qualsiasi cambiamento sarebbe probabilmente una questione di stile sulla sostanza, dicono gli analisti, con un’amministrazione repubblicana che dovrebbe seguire il percorso già tracciato dal presidente Barack Obama, quando si tratta di Iran e palestinesi.

“C’è una grande  continuità nella politica estera”, ha detto Zalman Shoval, ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti e membro del governo conservatore Likud. “Le cose non cambiano durante la notte se un nuovo presidente prende il potere.”

Obama, un democratico, non si è mai innamorato del popolo israeliano, né del il loro primo ministro, Benjamin Netanyahu.

Il leader degli Stati Uniti è stato accusato d’intimidazione nei confronti d’ Israele,, in particolare per fermare la costruzione d’ insediamenti nella Cisgiordania occupata, e nella condanna del rifiuto israeliano rispetto all’ ostacolamento sul progetto atomico iraniano.

Mentre Obama ha anche rilanciatoo l’ importanza dei legami militari sempre più stretti con la propria controparte, gli israeliani hanno ricordato le offese percepite – come la sua incapacità di trovare il tempo per vedere Netanyahu quando è volato a New York il mese scorso per far fronte alle Nazioni Unite.

Obama è stato anche denigrato per non aver visitato Israele come presidente. Anche in questo caso, solo quattro degli ultimi 11 presidenti degli Stati Uniti sono riusciti a fare il viaggio.

SOTTO IL BUS

Romney ha certamente cercato di giocare sulle contraddizioni della politica Obama in Medio Oriente, più volte accusando il suo rivale di gettare Israele “sotto un autobus” e suggerendo che egli avrebbe adottato una linea più dura con l’Iran.

Ma nel loro dibattito sulla politica estera la scorsa settimana,fra i due uomini è apparso in un ampio accordo su una serie di questioni, ponendosi addirittura in concorrenza tra loro per mostrare il loro sostegno a Israele e rendere chiara l’importanza della reciproca partnership in una regione tormentata.

Essi hanno inoltre adottato una linea simile per l’ Iran – la promessa di evitare che Teheran raffini armi nucleari e impegnandosi a ricorrere alla forza militare se necesario.

It is … essential for us to understand what our mission is in Iran, and that is to dissuade Iran from having a nuclear weapon through peaceful and diplomatic means” Romney said.

Il linguaggio di Romney ha colpito molto Israele, sollevando anche questioni su quanto possa essere possibile che un’amministrazione repubblicana, ancora sanguinante per le ferite riportate nell’ Iraq dell’ex presidente George W. Bush, abbia lo stomaco per un nuovo, scoraggiante conflitto in Medio Oriente.

Secondo tale teoria, se qualcuno può inviare gli aerei da guerra,quello è il democratico Obama, che è riuscito a convincere la Russia e la Cina a riproporre dure sanzioni contro l’Iran e viene visto con meno sospetto in tutto il mondo rispetto a Romney.
Ma Dore Gold, presidente del Jerusalem Center for Public Affairs, confidente Netanyahu, ha suggerito che il tipo di missione militare previsto per l’Iran, incentrato sulla forza aerea, saprebbe scacciare i fantasmi del pantano iracheno.”Nessuno vuole un’altra guerra in Medio Oriente, ma c’è una grande differenza tra una guerra di terra con un impegno maggiore di truppe che marciano in una capitale araba, e lo spettro di opzioni che esistono attualmente. Alcuni di loro possono coinvolgere solo assetti aerei o la cooperazione di intelligence “, ha detto.

HEAVEN OR HELL

L’esistenza o meno di una differenza sostanziale fra le due potenziali politiche americane nell’ area, non vi può essere alcun dubbio che il conservatore Netanyahu si sentirebbe più a suo agio con il repubblicano Romney.

Nei suoi due mandati come primo ministro, Netanyahu ha sempre e solo affrontato presidenti democratici – prima Bill Clinton e ora Obama. Egli è spesso citato per aver detto: “Io parlo repubblicano” e le sue relazioni con Obama erano congelate.

“Se vince Romney, (Netanyahu) sarà in paradiso. Se vincerà Obama, sarà l’inferno”, ha detto un ex assistente, che ha lavorato a fianco di Netanyahu per un tratto del suo secondo stint in carica.

Alcuni democratici hanno accusato Netanyahu di interferire nelle elezioni degli Stati Uniti, cercando di costringere Obama a fissare linee rosse per l’Iran.I palestinesi sperano di ottenere la propria rivincita da un secondo mandato Obamiano, puntando sulla prosecuzione del processo di pace e sulle forti pressioni su Israele per le concessioni sul territoriali.

Mentre Israele è stato menzionato 34 volte nel dibattito della scorsa settimana, i palestinesi hanno ottenuto solo una menzione, sottolineando quanto in basso nell’ordine del giorno del mondo siano caduti.

Fonte: Reuters

Traduzione: Romano Bianchi

ITALIA: PROVINCE RIDOTTE A 51

Si al  riordino: Province ridotte a 51

La “nuova Italia” conta 51 Province. Ne ridisegna la mappa (guarda) il Consiglio dei ministri, che ha approvato il decreto legge di riforma, completando così il percorso di riordino avviato nel mese di luglio. Il decreto prevede la riduzione del numero delle Province a statuto ordinario: si passa da 86 a 51, comprese le città metropolitane. La riforma sarà attiva a partire dal 2014 e a novembre del 2013 si terranno invece le elezioni per decidere i nuovi vertici.

L’ASSETTO – Dal prossimo primo gennaio verranno meno le giunte provinciali. Nella fase di transizione sarà possibile per il presidente delegare non più di tre consiglieri. E questo fino a quando il sistema non andrà a regime nel 2014. Il riassetto non prevede comunque che siano nominati dei commissari nella fase di transizione. Solo da un eventuale inadempimento dell’obbligo nei termini potrebbe scattare la nomina di un commissario ad acta per garantire i passaggi intermedi funzionali alla transizione. Il decreto prevede inoltre il divieto di cumulo di emolumenti per le cariche presso gli organi comunali e provinciali e l’abolizione degli assessorati. Quanto agli organi politici, questi dovranno avere sede esclusivamente nelle città capoluogo.

STATUTO SPECIALE – Del riordino delle Province delle Regioni a statuto speciale, il governo si occuperà «in seguito», ha spiegato il ministro Patroni Griffi a Palazzo Chigi, «visto che la legge sulla spending concedeva a queste realtà 6 mesi di tempo in più».

LA MAPPA – Di seguito la nuova mappa delle Province dopo l’approvazione del decreto legge relativo al loro riordino:
PIEMONTE: Torino, Cuneo, Asti-Alessandria, Novara-Verbano-Cusio-Ossola, Biella-Vercelli.
LIGURIA: Imperia-Savona, Genova, La Spezia.
LOMBARDIA: Milano-Monza-Brianza, Brescia, Mantova-Cremona-Lodi, Varese-Como-Lecco, Sondrio, Bergamo, Pavia.
VENETO: Verona-Rovigo, Vicenza, Padova-Treviso, Belluno, Venezia.
EMILIA ROMAGNA: Piacenza-Parma; Reggio Emilia-Modena, Bologna, Ferrara, Ravenna-Forlì-Cesena-Rimini.
TOSCANA: Firenze-Pistoia-Prato, Arezzo, Siena-Grosseto, Massa Carrara-Lucca-Pisa-Livorno.
MARCHE: Ancona, Pesaro-Urbino, Macerata-Fermo-Ascoli Piceno.
UMBRIA: Perugia-Terni. – LAZIO: Roma, Viterbo-Rieti, Latina-Frosinone.
ABRUZZO: L’Aquila-Teramo, Pescara-Chieti.
MOLISE: Campobasso-Isernia.
CAMPANIA: Napoli, Caserta, Benevento-Avellino, Salerno.
PUGLIA: Bari, Foggia-Andria-Barletta-Trani, Taranto-Brindisi, Lecce.
BASILICATA: Potenza-Matera.
CALABRIA: Cosenza, Crotone-Catanzaro-Vibo Valentia, Reggio Calabria.
Fonte: Corriere della sera

“COSI MIO FIGLIO MUORE DUE VOLTE”

PALERMO – Il padre di Norman Zarcone, il giovane palermitano di 27 anni che si tolse la vita poco più di due anni fa buttandosi dal terrazzo del settimo piano della Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo per protestare contro le «baronie universitarie», ha presentato un esposto alla procura contro il ministro del Lavoro Elsa Fornero. Claudio Zarcone, 55 anni, dipendente regionale in pensione, si è scagliato contro la dichiarazione di poche settimane fa nella quale il ministro ha usato l’aggettivo «choosy» – schizzinosi, difficili da accontentare – riferendosi ai giovani. «Non è più concepibile – dice Zarcone – che esponenti del governo continuino ad usare tale terminologia riferendosi ai nostri giovani, poiché viene offeso il percorso individuale, umano e professionale di un’intera generazione di talenti che non godono di particolari garanzie o di un nome altisonante». «In questo modo – continua – mio figlio viene ucciso ripetutamente. Tutta la sua generazione viene delegittimata, frustrata e mortificata».LA STORIA – Il figlio Norman si era laureato in Filosofia della conoscenza e della comunicazione con il massimo dei voti presso la facoltà di Lettere a Palermo e stava per conseguire anche il dottorato in filosofia del Linguaggio. Il padre subito dopo la morte del figlio aveva parlato senza mezzi termini di «omicidio di Stato», perché il figlio non vedeva nessuna certezza nel mondo del lavoro. Al giovane Zarcone, un anno fa, è stata intitolata un’aula della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo.

..aggiungo un commento che ci ha colpiti:

Basta con il “mito” della “laurea utile”!

La laurea di “Filosofia della conoscenza e della comunicazione” sarebbe inutile come una laurea in Lettere, in Filosofia, in Scienze Naturali, … e non so quante altre? Beh, andate a dirlo in paesi dal sistema meritocratico come gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Germania oppure il Giappone, solo per citarne alcuni. In quei paesi vi diranno che NESSUNA laurea e NESSUNA forma di conoscenza è inutile! Il paradosso è che il aperse che di se stesso afferma di possedere il 90% del patrimonio culturale di tutta l’umanità considera inutile le lauree che premiano la CONOSCENZA piuttosto che quelle lauree che premiano solo il tornaconto personale. Grama fine del paese che si fregia di ospitare la prima università per data di fondazione (Bologna). Una persona dalla “laurea inutile” in un paese VERO che INVESTE sia nel progresso che nella propria “heritage” (uso la parola inglese in quanto il paese della laurea “utile” non merita più nulla). Non per nulla ormai i maggiori esperti di storia, letteratura ed archeologia della terra italica si trovano in Germania o in Inghilterra, ma anche in Giappone e negli USA …. non di certo nella terra in cui l’arroganza utilitaristica distingue fra “lauree utili” e “lauree inutili” … (PS chi scrive ha laurea e dottorato in campi oggi considerati “utilissimi” dal punto di vista scientifico ed industriale … per il sottoscritto un clonaggio genico non presenta nessun mistero!
Fonte: Corriere della Sera

 

31/10/2012 – America

Mentre il bilancio delle vittime sale a 55 (oltre il centinaio, se si considerano anche le vittime ai Caraibi e ad Haiti), si contano le case andate in fiamme a Breezy Point nel Queens, si cerca di asciugare le villette di Long Island e Staten Island e si calcolano i danni arrecati alla più celebre Jersey Shore. In tutto questo, metà Manhattan è ancora al buio, con la centrale conEdison di 13th Street completamente fuori uso. Il conto degli utenti senza corrente sulla Costa Est è sceso da 8 milioni a 6,5 questa mattina, ma per il ripristino del servizio si prevedono diversi giorni di lavoro.

Il passaggio dell’uragano Sandy ha lasciato una scia di danni e devastazione che imporrà agli abitanti della Grande Mela intere settimane di disagi, a cominciare da stamattina.

SI AL DDL ANTICORRUZIONE

CHE COS’E’

Dopo mesi di discussioni, trattative e polemiche, il disegno di legge sulla corruzione è stato definitivamente approvato dal Parlamento. La Camera lo ha votato oggi, dopo aver votato ieri la fiducia al governo; il Senato lo aveva approvato il 17 ottobre. La Lega ieri ha votato no alla fiducia ma oggi ha votato a favore della legge, Italia dei Valori invece ha votato contro sia ieri che oggi. I partiti che sostengono il governo Monti hanno votato tutti a favore, i Radicali si sono astenuti.

Il testo ha una lunga storia parlamentare alle spalle: fu infatti discusso in commissione parlamentare al Senato a partire dal maggio 2010, poi arrivò in aula (oltre un anno dopo) e fu approvato dal Senato, in prima lettura, il 15 giugno 2011. Poi la Camera lo modificò, ampliandolo parecchio. Il titolo completo è “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione” ed è nato come un provvedimento del governo Berlusconi (i primi firmatari del ddl originale erano Alfano, Maroni, Bossi, Calderoli e Brunetta), per quanto nel tempo abbia subito numerose e radicali modifiche e infine una sostanziale riscrittura da parte del governo Monti.

I provvedimenti principali sono:

– l’istituzione di una nuova Autorità nazionale anticorruzione, con compiti di controllo e indagine sulla pubblica amministrazione, oltre che di presentare relazioni annuali al Parlamento;
– responsabili per la lotta contro la corruzione in tutti gli enti pubblici, enti locali inclusi; in questi enti è anche stabilita una «rotazione» – con criteri da definire successivamente – delle cariche nei settori più a rischio;
– maggiore chiarezza e trasparenza dell’attività delle amministrazioni pubbliche e precisazioni per quanto riguarda gli appalti e gli incarichi in società controllate dal pubblico;
– inasprimento delle pene per i reati coinvolti e nuova definizione di alcuni reati, tra cui la concussione (materia molto delicata, in cui in alcuni casi viene ridotta la pena), oltre alla creazione di uno nuovo, previsto dalle normative europee: il “traffico di influenze”, in pratica chi fa da intermediario tra il funzionario pubblico e chi vuole ottenere favori, che verrebbe punito con la reclusione da 1 a 3 anni;
– incentivi e garanzie per i dipendenti pubblici che denuncino episodi di corruzione.

Il ddl dà anche una delega al governo perché si occupi di fare una nuova legge sulla incandidabilità a cariche pubbliche dei condannati per reati connessi alla corruzione: il ministro Severino ha detto che il governo se ne occuperà entro un mese, precisando che l’idea del governo è quella di rendere incandidabili solo i condannati con sentenza definitiva. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha detto che il ddl è il primo intervento organico in materia di corruzione dalle grandi inchieste di Mani Pulite dei primi anni Novanta.

È il caso poi di ricordare un piccolo caso di fact checking su una cifra che viene ripetuta da settimane a proposito dei costi della corruzione. Ormai da mesi, in quasi tutti i servizi televisivi e giornalistici sul tema, si cita una stima attribuita alla Corte dei Conti secondo cui il costo della corruzione per l’Italia è di 60 miliardi di euro l’anno.

La cifra è venuta fuori per la prima volta a febbraio 2012, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Ma nella relazione scritta presentata dalla Corte dei Conti per quell’occasione, il costo di 60 miliardi è citato per dichiararlo poco attendibile. La relazione dice infatti (il passaggio è a pagina 100) che la stima complessiva del costo della corruzione nell’UE è di 120 miliardi di euro. Pensare quindi che la metà, 60 miliardi di euro, sia il costo della corruzione soltanto in Italia è «invero esagerato», scrive la relazione, che però non fornisce stime più realistiche. 60 miliardi di euro sono oltre il 3,5 per cento del prodotto interno lordo italiano, secondo i dati della Banca mondiale del 2011.

FONTE: il post.it

UNA RIFORMA INESISTENTE?

Le riforme, contestabili o no, ci sono. È un dato. Peccato, però, siano lettere morte. Finora inapplicate. Il cambiamento, insomma, se c’è stato non si è concretizzato, ma è rimasto sulla carta dei tanti provvedimenti presi ma mai realmente attuati. È quanto emerge da un’indagine condotta alcuni giorni fa da Il Sole 24 ore secondo cui ben l’80% delle decisioni prese dall’esecutivo guidato da Mario Monti non avrebbero avuto alcun effetto. Il motivo? Semplicemente perché non sono mai state attuate.

In altre parole, ai molti provvedimenti del governo mancano i decreti attuativi che li rendano effettivi. Per alcune riforme, addirittura, nonostante siano state approvate mesi fa, mancano tutti i decreti attuativi previsti. È il caso, ad esempio, della tanto discussa riforma sul lavoro del ministro Elsa Fornero: 0 decreti attuativi sui 37 previsti. Tanto rumore, insomma, per nulla dato che niente è cambiato poiché tutto è rimasto come prima.

Non va tanto meglio per le altre riforme che il governo Monti, in dieci medi di attività, ha concepito. In particolare al decreto Salva Italia, primo provvedimento dell’esecutivo, mancano 51 decreti attuativi su 73, sebbene sia diventato legge il 22 dicembre 2011. Al Cresci Italia ne mancano 46 su 53, al Dl Semplificazione 47 su 49, al Dl Semplificazione fiscale 25 su 31, al Dl Sviluppo 50 su 51.

Curioso il caso anche della spending review. Su 104 decreti previsti, solo 2 sono stati già presi. Quali? La nomina di Enrico Bondi a supercommissario e l’istituzione del comitato interministeriale per la revisione della spesa pubblica. In pratica, due decreti antecedenti alla spending review stessa. Nessuno, invece, che ne sia stato conseguenza.

Tanto rumore si è fatto, ad esempio, sulla soppressione delle province. Ma, come Infiltrato.it ha già dimostrato tempo fa, prima che nei fatti si arrivi alla cancellazione degli enti, passerà molto tempo, dato che – addirittura – qui non occorre nemmeno un decreto, bensì “un atto legislativo di natura esecutiva”. Ovvero un disegno di legge presentato dall’esecutivo che, in quanto tale, seguirà il normale iter parlamentare (discussione ad una delle due Camere – approvazione – discussione all’altra Camera – approvazione). Col rischio palese, insomma, che i tempi previsti dal provvedimento stesso non vengano rispettati.

Fino ad ora, in altre parole, non sono mancate le riforme. Peccato però che – contrariamente a quanto si possa pensare – abbiano inciso poco dato che gran parte dei provvedimenti è rimasta sulla carta. Inattuata. E intanto il governo, nel primo cdm dopo la pausa estiva, ha dato il via alla seconda fase: dopo il rigore è il momento della crescita, si è detto. Si è parlato ancora di lavoro, di piano giovani, di digitalizzazione, di sviluppo economico.

Tante buone intenzioni, insomma. Ma, per il momento, a vedere questi dati ci sono solo quelle.

FONTE: http://www.infiltrato.it

TIRIAMOCI SU CON IL FEDERALISMO

Un paio di settimane fa ero a Madrid, nei giorni delle manifestazioni contro il governo e degli scontri con la polizia, di cui hanno ampia- mente riferito i nostri giornali e le nostre televisioni, talora esagerandone – specialmente sullo schermo – la portata e la violenza. Trovandomi per caso in una delle zone calde, ho provato un sentimento non di paura – pensavo a dimostrazioni ben più inquietanti, da quelle a Trieste nell’immediato dopoguerra a quelle degli anni Settanta o alle battaglie per le strade a Genova nel 1960 o in occasione del G8 – ma di sconforto, uno sconforto che sconfinava in un vago timore sovrapersonale, in un vero malessere.

Proprio i comprensibili motivi all’origine della protesta – le condizioni di vita sempre più dure per un numero sempre più vasto di persone, le crescenti difficoltà di far fronte alle esigenze fondamentali della popolazione (sanità, assistenza sociale, pensioni, lavoro) – incutevano una plumbea, smarrita tristezza, facevano sentire fisicamente l’incombere di un futuro di grigiore e di vita grama e umiliata. Davano un senso di insicurezza, evocato recentemente da Bauman.

Questo sentimento di un futuro frustrante ed opaco non preoccupa direttamente la mia generazione; come ai vecchi di Svevo, a noi non interessa personalmente il futuro, il nostro universo è il presente, da afferrare e godere o da scansare quando ci fa soffrire. La gente della mia età non è immalinconita dalle incertezze e dal possibile squallore del futuro; abbiamo già, in generale, estratto da tempo le carte al nostro tavolo da gioco, carte che ci danno una buona probabilità di cavarcela abbastanza bene per il tempo che ci interessa. Ma chi si apre oggi alla stagione della vita in cui si decidono l’esistenza, la sua qualità e il suo significato, si sente impedito nelle sue esigenze di sbocciare, di costruire il proprio mondo, di far valere il proprio diritto alla felicità proclamato dalla Dichiarazione americana. E allora lo sgomento prende pure chi non teme per se stesso e, se fosse per lui, continuerebbe a spassarsela vuotando la dispensa per lui ancora più che sufficiente; lo sgomento lo afferra e non solo perché teme per altri che gli stanno a cuore almeno come se stesso – figli, nipoti – ma perché siamo tutti responsabili del destino di tutti e non si può essere felici se si è circondati dalla tristezza, non si può essere veramente vivi in un mondo spento.

Nelle stesse ore, i giornali a Madrid parlavano dei fermenti di separatismo sempre più intensi in Catalogna e dell’involuzione e della paralisi che ne derivano alla politica dell’intero Paese, di quel grande e vitale Paese che è la Spagna, e dell’Europa in generale. C’è nell’aria la sensazione di un crepuscolo dell’Europa. Quelle dimostrazioni – simili a quelle di tante altre regioni europee – non apparivano l’espressione di una ribellione politica, di un progetto alternativo, magari discutibile o inaccettabile, ma pur sempre progetto di futuro; non evocavano l’immagine di un esercito all’attacco, ma piuttosto di reparti che marciano per la cerimonia dell’ammainabandiera.

L’Unione Europea – con le sue commissioni, i suoi bizantinismi, le sue cautele, le sue necessità di compromesso, il paralizzante incrociarsi dei veti dei suoi Stati membri, le sue infinite mediazioni sempre più simili a situazioni di stallo – sembrava, sembra lontana come l’imperatore della celebre parabola kafkiana, il cui messaggio risolutivo è per strada ma non arriva mai. E intanto, alimentati dalla crisi economica, si diffondono i miasmi dei nazionalismi, dei particolarismi, dei localismi, delle ottuse e rancorose velleità separatiste, nell’assurda smania che ogni nazionalità o etnia, che devono ovviamente potersi sviluppare pienamente, debba o possa divenire uno Stato (la Svizzera dovrebbe quindi spaccarsi in quattro Stati, cosa che gli svizzeri non sembrano vogliosi di fare) e che la chiusura in un’astiosa separatezza possa risolvere la crisi economica.

La nostra unica realtà possibile, l’unica che possa garantire sicurezza e stabilità, è l’Europa. Uno Stato europeo, un vero Stato – federale, decentrato, ma con una sua coesione e una sua cogente autorità, come gli Stati Uniti d’America – un’Europa di cui gli attuali Stati nazionali diventino regioni, ognuna con la sua autonomia ma nessuna delle quali abbia ad esempio diritto di veto in merito alle decisioni politiche di un governo che realmente governi né diritto di darsi leggi e tantomeno costituzioni in contrasto con i principi della Costituzione europea. Uno Stato europeo la cui autorità si affidi non ad avvertimenti o a moniti, ma all’effettività di un vero diritto.

Un reale Stato europeo è l’unica possibilità di un nostro futuro dignitoso. Oggi i problemi non sono più nazionali, riguardano tutti; è ridicolo ad esempio avere leggi diverse, nei diversi Paesi, riguardo all’immigrazione, come sarebbe ridicolo avere a questo proposito leggi diverse a Bologna e a Genova. Un autentico Stato europeo potrebbe inoltre ridurre molti costi, ad esempio le spese per tutte le infinite commissioni, rappresentanze e istituzioni parassitarie. L’Europa è, in sé, una grande potenza ed è penoso vederla spesso ridotta a litigiosa o, peggio, cauta e impotente assemblea condominiale. Per essere all’altezza di se stessa, per diventare veramente Europa, l’Unione Europea dovrebbe essere governata con decisione e autorità, senza vaporosi ecumenismi né paura di mettere in riga, a seconda dei casi, chi vuol tener pulita casa propria gettando le immondizie in quella del vicino. Probabilmente l’Unione Europea non è in grado di agire con robusta fermezza, ma se continuerà a non esserlo sarà la sua fine, un progressivo spegnersi di luci in un cinema che si vuota. Per la prima volta nella Storia, si cerca di costruire una grande comunità politica senza lo strumento della guerra. Proprio il rifiuto della guerra esige un’autorità che funzioni; la titubanza non è democrazia, ma la sua morte.

Se si ha la sensazione che l’Europa unita stia scricchiolando e sfilacciandosi, è naturale, per chi crede in essa, provare quel senso di disagio e depressione di quella sera a Madrid. Naturalmente ciò non significa arrendersi alla malinconia; non siamo al mondo per indulgere ai nostri stati d’animo, alle malinconie delle nostre animucce che talvolta derivano da una cattiva digestione. Disagio o no, si continua a lavorare come si può per ciò che si ritiene giusto o il meno peggio, nella testarda convinzione che «non praevalebunt». Il malessere e la stanchezza pessimista sono un male da combattere, tanto più quanto più essi sono, come oggi, sempre più diffusi. Certo, a leggere i grandi documenti così pieni di fede, dei padri fondatori dell’idea di un’Europa unita, come ad esempio il Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni ci si accorge che, in quell’epoca orrenda – come diceva Karl Valentin, geniale cabarettista e ispiratore di Brecht – il futuro era migliore.

FONTE: Presseurop

differenti commenti a confronto:

gerrytheberry: “The American federation is as strong as it is because the people deeply believe in it, and in its values. That belief was established by a civil war between pro and anti forces when the Union was founded.(..) In the end, a United Europe will firstly be a state of mind, a persuasion.”

gast64: ” (..)There were a lot of people that used to argue like that, by the way. They too tried to unite Europe, or the UDSSR or Yugoslavia. It always ended with a bloodbath, oppression or misery or allof those for the common people. (..) It is time to stop this experiment as long as it will “only” be a devastating economical blow and not civil war or worse. Beware of politicians with grand visions. It does not end well.

dankazi: “Integration must occur. The sooner, the better. Are the people of Europe ready for such change? Yes. Not only ready, but eager. Just ask anyone and look at the numbers from polls. Once The EU becomes more united, we will start seeing more and more small businesses and investors in Europe.”

leonardolmp: “It is a true pleasure to read such an intelligent article and writer.”

THE HURRICANE OF THE CENTURY

VIDEO SHOCK DA “REPUBBLICA”

http://video.repubblica.it/dossier/uragano-sandy/la-potenza-di-sandy-l-albero-sradicato-in-pochi-secondi/109418?video=&ref=HREC1-2

FONTE: CBSNEWS

http://www.cbsnews.com/video/watch/?id=50134102n

30 OTTOBRE- L’uragano Sandy è un evento meteorologico estremo indotto dal cambiamento climatico e senza un radicale cambiamento di rotta nelle politiche energetiche, fenomeni di questo tipo sono destinati a moltiplicarsi, a divenire sempre più distruttivi, a colpire zone del pianeta tradizionalmente estranee a calamità del genere. Lo fa sapere Greenpeace, sottolineando che uragani di questa intensità e a quelle latitudini, sono una novità degli ultimi anni: gli Stati e le contee costiere del nord degli Stati Uniti rientrano oramai nella dinamica di fenomeni tipicamente tropicali.

Lo scorso settembre la temperatura dell’oceano al largo delle coste del medio Atlantico era di 1,3°C superiore alla media: solo in un altro caso questo record è stato superato da quando si dispone di questo tipo di dati. L’anomalia si è prolungata fino ad ottobre, consentendo a Sandy di alimentarsi di molta più energia dall’oceano di quanto accada di solito per gli uragani autunnali.

Il riscaldamento dei mari causa inoltre molta più evaporazione, e quindi Sandy è più piovoso della norma: ha già scaricato su Haiti 250 millimetri di pioggia e sta facendo registrare precipitazioni record anche negli Stati Uniti. Secondo le stime della Kinetic Analysis Corp, lo scorso anno Irene aveva causato circa 7 miliardi di dollari di danni. Ora Sandy, al di là del costo incommensurabile delle vite umane perse ne sta causando molti di più.

Gli impatti generali del cambiamento climatico sulle nostre economie vanno ovviamente ben oltre: la compagnia di assicurazioni Munich Re ha stimato che lo scorso anno i danni associati a disastri naturali sono stati pari a 380 miliardi di dollari e che il 90% di queste calamità è dovuto a eventi metereologici estremi che hanno provocato almeno 27.000 morti. Dal 1980 a oggi la frequenza di inondazioni gravi è triplicata, quella delle tempeste raddoppiata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La nostra prima preoccupazione è per le vite che l’uragano Sandy sta mietendo e rischia ancora di mietere – dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia – Dobbiamo prepararci al fatto che eventi di questo genere, nel mondo, si andranno intensificando, divenendo sempre più violenti. Il cambiamento climatico è qui, ora: non possiamo più pensare si tratti ‘solo’ di scioglimento dei ghiacci artici, o di qualche isola tropicale minacciata dall’innalzamento dei mari”.

La comunità scientifica internazionale, fa sapere Greenpeace, è unita nel riconoscere come queste dinamiche siano causate dalle emissioni di gas serra, principalmente di Co2 che deriva dalla combustione di fonti energetiche fossili, soprattutto carbone e petrolio.

Per questo serve un cambio di rotta drastico e immediato nel modo in cui produciamo e consumiamo energia. L’International Energy Agency sottolinea come, in mancanza di un simile cambiamento, proseguendo sulla strada attuale, l’innalzamento medio delle temperature globali, a fine secolo, dovrebbe raggiungere i 6° centigradi.

In più, l’uragano Sandy sta colpendo aree dove si concentrano diverse centrali nucleari. La Reuters ne ha contate almeno una dozzina nella traiettoria dell’uragano. La centrale di Oyster Creek, non lontano da Atlantic City dove Sandy ha distrutto tutto, è la più vecchia del Paese ed è dello stesso tipo di quella di Fukushima: attualmente si trova sotto 2 metri d’acqua.

”Il cambiamento climatico è ovunque: la siccità di quest’estate è costata, in Italia, un miliardo di euro di soli danni all’agricoltura e tutti abbiamo ancora ben vivo l’impatto delle alluvioni dello scorso inverno – conclude Boraschi – D’altra parte l’Italia rifiuta un ruolo di prima fila nella lotta ai cambiamenti climatici e progetta invece nuove centrali a carbone e perforazioni petrolifere off shore”.

fonte: ADNKRONOS

Ancora combattimenti in Siria e il fallimento della diplomazia

Caccia siriani hanno colpito postazioni dei ribelli intorno alla città di Homs, mentre l’inviato internazionale nominato per cercare di risolvere la crisi si prepara a tenere colloqui in Cina.

Due combattenti ribelli sono stati uccisi e 10 feriti, ​Martedì ad al-Mubarkiyeh, un villaggio 6 km a sud di Homs, dove i combattenti hanno assediato un compound a guardia di un impianto di manutenzione di carri armati, così come riportato da attivisti in loco.

Gli attacchi sono avvenuti metre Lakhdar Brahimi, inviato dell’ONU e della lega araba, giunto a Pechino per una visita di due giorni e parte di un tentativo per ottenere il sostegno da parte degli alleati della Siria prima del colloquio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il prossimo mese.

Brahimi ha programmato il colloquio con Yang Jiechi, ministro degli esteri cinese, seguito da  un incontro con Sergey Lavrov, Lunedì, ministro degli Esteri Russo.

Dopo quell’incontro, Brahimi ha affermato che la guerra civile in Siria sta peggiorando e che era “terribilmente dispiaciuto” per il fallimento del cessato il fuoco da lui proposto.

Sia la Cina che la Russia sono alleati del presidente Bashar al-Assad e hanno posto il veto a tre risoluzioni in seno al Consiglio di Sicurezza per la condanna del regime siriano. Entrambi i paesi si oppongono a qualsiasi intervento nella guerra.

La Cina aveva sostenuto il fallimentare tentativo di Brahimi per una tregua di tre giorni, concordata dal governo siriano con i ribelli per la scorsa settimana, in vista delle festività dell’ Eid al-Adha.

Il cessate il fuoco è stato violato non appena entrato in vigore ed entrambi, ribelli e truppe governative, hanno iniziato scontri a fuoco subito dopo l’inizio della festa.

Combattimenti ad Aleppo:

Martedì, attivisti riportato di pesanti combattimenti e raid aerei nella provincia settentrionale di Aleppo, dove i ribelli hanno circondano una zona in cui è situata la sede dell’intelligence della forza aerea.

Gli attivisti hanno inoltre riferito di raid aerei per il secondo giorno consecutivo sulle aree della periferia di Damasco.

Altri scontri hanno riportato di 130 morti, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani.

Un’esplosione nei pressi di un panificio in un quartiere sud-est di Damasco controllata da forze fedeli ad Assad, ha ucciso almeno 11 persone, tra cui donne e bambini, secondo attivisti e agenzia di stampa statale Sana.

Una seconda esplosione è stata riportata in al-Hajar nel quartiere di al-Aswar.

Gli attivisti riportano che un raid aereo delle forze governative ha colpito un autobus e ha lasciato almeno 10 persone a terra. La TV di stato ha successivamente controbattuto che sarebbe stato un attentato “terroristico”.

L’opposizione sostiene che almeno 32.000 persone sono state uccise da quando la rivolta contro il regime di Assad ha avuto inizio nel marzo dello scorso anno. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite nei paesi vicini.

Accusa del Qatar

In una intervista televisiva dopo la violenza di Lunedi, lo sceicco Hamad bin Jassim Al Thani, primo ministro del Qatar, ha accusato il governo di Assad di condurre una “guerra di sterminio” contro il suo popolo.

La guerra, secondo lo sceicco Hamad, è stata condotta “con licenza di uccidere, sostenuto in primo luogo da parte del governo siriano e in secondo luogo da parte della comunità internazionale”.

Ma ha anche affermato che il Qatar aveva ancora fiducia in Brahimi, che dovrà recarsi a tenere banco al Consiglio di Sicurezza nel mese di novembre con nuove proposte per spingere al colloquio tra Assad e opposizione.

Secondo Brahimi le Nazioni Unite non considerano l’opzione dell’ invio di una forza armata di pace in Siria, anche se i funzionari competenti stanno pianificando una possibile soluzione nel caso in cui il Consiglio di Sicurezza ordini una tale missione.

E ‘altamente improbabile con la Russia e la Cina appongano il veto.

Il Qatar, insieme ad altri paesi arabi del Golfo, è ritenuto di essere il braccio finanziare e principale sostenitore dei ribelli combattenti contro le forze di Assad. I media sostengono che Turchia e Stati Uniti stiano fornendo informazioni utili per il sostegno di tali sforzi.

Fonte: Al- Jazeera