IO NON RICERCO, IO TROVO

Venerdì 28 settembre, ore 23.00,Venezia. Una moltitudine di ragazzi, studenti universitari per lo più, si distacca dal proprio bighellonare sornione in giro per i campielli veneziani e dalle sorsate di lunghi spritz arancioni per imboccare lentamente le tortuose callette, alla volta comune di Palazzo Foscari. Il perché è presto detto. E’ la “notte europea dei ricercatori”, l’evento ormai immancabile, promosso dalla Commissione europea dal 2005, con l’intento di permettere un avvicinamento fra il grande pubblico di ogni età e i ricercatori, in differenti città europee, nella stessa data di fine estate: il quarto venerdì di settembre. Anche quest’anno il Veneto ha partecipato con successo al bando europeo “The Researchers’ Night”, nell’ambito del Settimo Programma del Quadro per la Ricerca e lo Sviluppo Tecnologico. I partner coinvolti sono l’Università di Padova (Coordinatore 2012), l’Università Ca’ Foscari, l’Università Iuav di Venezia, l’Università di Verona, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, Unioncamere del Veneto.

Attraverso innumerevoli eventi, itinerari lagunari, concerti, cacce al tesoro, laboratori, mostre, video conferenze, visite guidate ed il susseguirsi di ospiti illustri e non, dalle 17.00 del pomeriggio, sino a tarda serata, Venezia si è accesa di quelle musiche girovaghe e di quella magica arte nascosta che in qualche modo ne intessono da sempre la natura stessa. L’ospite di cui volevo parlare questa sera era in programma per le 23.00 a Palazzo Foscari, la sede centrale dell’ omonima università. Fin da subito, varcando gli alti ed avviluppati cancelli in ferro battuto che celano l’entrata alla splendida costruzione gotica affacciata sul Canal Grande, siamo stati accolti da una folla di ragazzi disposta a semicerchio. I pochi che erano riusciti ad accaparrarsi una sedia erano attorniati da una distesa di persone seduta per terra, a loro volta chiusi dagli spettatori in piedi. Gli sguardi erano rivolti ad un piccolo palco vuoto, incorniciato da quattro grandi ritratti alla Andy Warhol .Dopo qualche minuto di attesa si sente un applauso. Il critico d’arte e conduttore televisivo Philippe Daverio si fa annunciare, attraverso il colonnato adiacente al palco, da uno sgargiante papillon rosso fuoco, chiuso in un doppiopetto ricamato in oro, giacca scura e camicia bianca a scacchi. Gli applausi dei presenti hanno accompagnato tutta la sua entrata in scena, aspetto che lo ha sicuramente sorpreso al di là delle usuali parole con cui ha esordito “Non mi aspettavo un’ accoglienza del genere”. E da questo momento comincia uno show che non ha minimamente deluso le aspettative iniziali. Bicchiere d’acqua ghiacciata in mano, in piedi davanti ad un pubblico fremente, estrae il proprio orologio da taschino dall’ inusuale doppiopetto alla Berchet, riponendolo sul leggio e affiancandolo al suo iphone. “Una lezione che possa definirsi interessante non può durare più di 45 minuti, ci vuole coraggio per mettere alla prova le potenziali anchilosi e gli sbadigli sguscianti che cominciano a farsi sentire dopo tre quarti d’ ora di lezione”. Risate generali. E poi comincia. In un interessantissimo discorso ricco di riferimenti storici ed escursioni che sfrecciavano dalla musica, all’arte, alla fisica, alla filosofia, alla matematica, Daverio inchioda il proprio pubblico sul tema della dicotomia tra Ricercatore e Trovatore. Chi sono queste due figure? “Picasso”, incalza, “ha affermato: io non ricerco, io trovo.” Se la figura dell’ Intellettuale, prosegue, nasce fra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX con il famoso “J’accuse” del caso Dreyfus, il processo costruttivo, che nel 1898 portò Emile Zolà a pubblicare il famoso editoriale in difesa dello sfortunato Alfred Dreyfus, nasce molto tempo addietro, per influenzare in profondità, di li in poi, l’intera storia dell’umanità. E’ un processo che, pur personificandosi storicamente in molte vicende (Daverio ci conduce a braccetto attraverso il genio di Antonio Vivaldi che scrisse “Il cimento dell’ armonia e dell’ invenzione”, danzando leggiadro sul buio drammatico del suicida Arthur Koestler, passando dal microbo di Pasteur, all’ “umana” incomprensione di Guglielmo II di fronte alla clamorosa scoperta del motore di Rudolf Diesel, per giungere ai modernissimi quesiti di micro e macrofisica che attanagliavano la mente di Focault) vede affondare le proprie radici precisamente nella storiografia greca. Il tempo che fu rischiarato dal genio dei lumi Parmenidei, Platonici, Aristotelici e Pitagorici è un momento di grande rottura, un momento nel quale vengono gettati i semi dell’ odierna ossessione squisitamente occidentale che ruota attorno al concetto di “ricerca”. La differenza rispetto alle altre culture del tempo (si pensi ai riti vedici induisti, o alle profezie messianiache delle grandi religioni monoteistiche) appare palese. Citando il “Not common sense” di A.Kreiman, Philippe Daverio si schiera a favore dell’ epistemologo nell’ affermare che la natura qualitativa del suddetto cambiamento, che ha pervaso questo senso di umana ricerca di fronte al grande Quid della realtà, nasce proprio nella tendenza, progressivamente radicatasi, del contrapporre alla realtà “assunta” della rivelazione profetica, la costante incompiutezza e famelica insoddisfazione del filosofo. Un filosofo che da allora diviene schiavo della propria arroganza, ne viene condannato e schiacciato, un filosofo caduto e costretto all’ esilio errabondo. Ma allo stesso tempo è proprio nell’ impressione di una fine turbolenta e polverosa che una nuova istanza prende forma, che, ancora una volta, la Macchia Primigenia dona vita attraverso una confutazione. Chi viene alla luce è un figlio dell’ Agapè neoplatonica, figlio della convinzione, figlio della lotta brutale contro il molteplice cangiare del reale, scopritore di mondi sconosciuti, figlio della ragion sufficiente ed amante perduto dei conturbanti universi numerici.E’ l’ iperuranio platonico.Il Cosmos aristotelico. L’ Essere perfetto di Parmenide e la Matematica pitagorica. “L’iniziazione esoterica (tipica di quel periodo oltretutto)” continua Daverio “è semplicemente l’ accettazione spirituale delle proprie scelte. Chi spia il mistero nascosto dal velo, ne diviene anche il custode, smettendo di accettare la realtà e dovendosela fabbricare. Questo è l’ inizio della scienza moderna; più che una disciplina, un approccio cosciente, costretto per propria natura ad abbandonare la profezia e condannato a trovare,vagando. E dunque ora è possibile avvicinarsi un po’ di più a ciò che s’intendeva inizialmente parlando di dicotomia fra Ricercatore e Trovatore. Essi non sono nient’altro che la duplice espressione di uno stesso baricentro, il prodotto plastico di un’ aspirazione armonica, la concretizzazione d’ una innata disposizione dialettica al rito misterico, la subcosciente intesa reciproca volta all’ invenzione. Ma poiché i quarantacinque minuti stavano volgendo al termine, Daverio conclude con un esperimento pensato il giorno stesso in treno. Pastrocchiando impacciatamente con il cellulare, carica una sonata di Frescobaldi che rimette al giudizio del pubblico. Le strane note invadono la tiepida nottata stellata, aleggiando lente fra gli sguardi assorti dei presenti. Mentre la melodia prosegue l’ istrione ci guarda di sottecchi, fra il serio e il faceto, scrutandoci e ricercando con lo sguardo l’ intesa che gli abbiamo conferito con l’ applauso iniziale. “Avete appena sperimentato l’ impressione del ricercare.” arguisce a musica finita, ”Vedete, la musica (pensiamo a Beethoven) generalmente ha un prima e un dopo, ma la nostra forza mnemonica con Frescobaldi è spaesata. Le toccate e partite improvvisate, le continue scale ascendenti e discendenti, i trilli, gli abbellimenti e i virtuosismi di sorta definiscono un genere completamente nuovo, di cui Frescobaldi è il fondatore e che vede nell’ utilizzo del contrappunto fiammingo la propria base melodica.” La sua ideologia è infatti ascrivibile ad un nuovo modo di concepire la musica come arte filosofico-matematica (detta seconda pratica monteverdiana), che vuole evocare gli affetti e le emozioni degli ascoltatori, tenendo conto principalmente dell’ atto esecutivo ed improvvisativo piuttosto che dell’ atto compositivo. “E’ qui che emerge il Ricercatore”, conclude, ” alla perenne ricerca di un centro di gravità in un percorso potenzialmente infinito e costantemente ciclico, che è bello di per sé. Eppure il senso del viaggio, una volta passato nelle mani della “nemesi” (il Trovatore), non si esaurisce nella sostanza, ma muta nella forma. Esso viene spezzato, riequilibrato, concluso e, dunque, reinventato”.

Philippe Daverio lo trovi anche qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Philippe_Daverio

http://www.passepartout.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-feff8fd3-1f0f-4fd1-99a4-7ff5cd026ab1.html?homepage

Romano Bianchi

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