TRA FACCE DA POKER E TERREMOTI SISTEMICI

-cronaca di ordinaria amministrazione-

Le ingarbugliate matasse globali hanno visto oggi, 26 settembre, a New York un nuovo nodo d’intenso dibattito comune alla 67esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ogni lungo ed intrecciato filo ha condotto sé stesso ed il proprio frastagliato mosaico interno all’autoemersione condivisa nel dialogo reciproco. E se ieri gli occhi del mondo sono stati puntati sul Segretario generale Ban-Ki-Moon e sul discorso del presidente americano Barack Obama, oggi l’attenzione è stata catturata principalmente dal triplice discorso, tutto mediterraneo, del Presidente italiano Mario Monti (intervenuto alle 19.45 italiane), del nuovo Presidente egiziano Mohammed Morsi (che ha parlato nella mattinata) e da Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano. Un incontro importante quello odierno, ricco di temi bollenti e di forte interesse generale. Nella susseguente alternanza di nomi figurano: il presidente del Guatemala Otto Fernando Pérez Molina, che nei mesi passati ha avanzato l’ipotesi di legalizzare la droga per sconfiggere la piaga del narcotraffico; il capo di Stato colombiano Juan Manuel Santos, che aperto dopo anni di guerra civile a una speranza di negoziati con le Farc; il presidente di Haiti Michel Joseph Martelly, che sta guidando il Paese caraibico nella difficile ripresa post-terremoto; il capo di Stato ucraino Viktor Yanukovych, contestato negli ultimi mesi per la questione dei diritti umani, in merito alla detenzione della rivale politica Yulia Tymoshenko, riconosciuta colpevole di abuso d’ufficio; e quindi il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe. Da segnalare infine un fuori programma interessante: l’intervento in un evento a margine dell’Assemblea di Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, che si è collegato in videoconferenza con il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patino, direttamente da Londra, per discutere della sua vicenda.

Nel suo primo intervento da Presidente, davanti all’Assemblea Generale, Mario Monti si attiene al sobrio ed austero dress-code da professore volto all’enunciazione di un discorso mai sopra le righe, come gli è consono. Certo si potrebbe dire una facciata alquanto diversa rispetto a come si presentano gli “interni” della nobile Domus italica negli ultimi tempi, costellata ancora una volta da ingordi banchetti ai quali nessun tragicomico attore rinuncia (non sia mai!) d’ingozzarsi. E se dunque Monti si ritrova a far buon viso all’ umiliante gioco di una telenovela che pare infinita (solo per citare le eufemisticamente stravaganti “puntate” degli ultimi giorni abbiamo assistito a copie malriuscite di erBatman scontrarsi con rimpasti disperati di polveriniana fattura, conditi dai grugniti scalpitanti d’irriducibili Porcellum e da esacerbanti condanne riversate a destra e a manca-di cui Sallusti è solo l’odierna ma non ultima vittima-che definiscono quanto mai bene la chiassosa baracca che è il nostro Bel Paese anche in momenti in cui ci si aspetterebbe ben altri comportamenti),è proprio qui che assistiamo allo scontro più duro con la realtà dei fatti: l’inamovibilità. Il Professore ha infatti chiosato, come d’uopo, sullo scrupoloso impegno italiano nel non sottrarsi alle proprie responsabilità internazionali, nel panorama certo estremamente complicato della “crisi più profonda e peggiore della storia dell’Unione Europea”. Senza cercare applausi ha semplicemente arguito “quanto sia essenziale una valida Europa che possa affrontare sfide economiche globali” e che “avere più Europa” è interesse generale. Ha poi fatto presente: ”Non possiamo trascurare l’importanza delle misure adottate a livello di UE per rafforzare la governance e l’integrazione fiscale” e che “i governi europei saranno all’altezza delle esigenze nazionali”. E, a dirla tutta, la fitta agenda europea che va da ottobre a dicembre non sembra, visti anche i passi fatti in passato, riconoscere le radicali richieste di cambiamento di cui l’Europa necessita. La vera domanda, il nocciolo duro della questione, va infatti molto al di là della ricercata pacatezza di parole rassicuranti.

La verità è che oggi stesso l’incontrollato Valzer europeo ha di nuovo provocato un terremoto generale di vasta portata, incendiando tutte le Borse e carbonizzandone i mercati. Madrid, Milano, Londra, Francoforte e Parigi hanno chiuso tutte in rosso(raggiungendo il -4%),vaporizzando nel complesso 133 miliardi e calciando gli spread nuovamente alle stelle. Le basi economiche e politiche spagnole tremano come mai di fronte alla volatilità ineffabile dei mercati, tanto che Rajoy ha già annunciato un probabile ricorso all’Esm (European stability mechanism) nel caso le tensioni non vengano placate. Gli stessi capocannonieri dell’eurozona hanno oggi segnato diverse autoreti: Germania, Olanda e Finlandia (a cui s’è aggiunta la tripla A austriaca)hanno fortemente risentito dello sdrucciolamento economico, non riuscendo a centrare le stime auspicate nel piazzamento dei propri titoli di Stato.

Lo stesso premio Nobel Paul Krugman (ma di certo non serviva lui per accorgersene)intervenendo a Milano al convegno sui mercati finanziari sulla tenuta dell’euro, ha manifestato grande incertezza. ”Alcuni mesi fa l’avrei data al 50%, anche solo una settimana fa ero più ottimista. Ora si è tornati a una brutta impasse. ”Spiega infatti l’economista liberale, che se è necessario che la Bce metta un tetto ai tassi d’interesse per i paesi debitori, questo avrebbe come unico effetto di evitare una “crisi a catena” dagli effetti immediati, senza però risolvere alla radice il problema della svalutazione nei paesi periferici, che sono il cuore del problema. Fa eco anche George Soros, sostenendo che la Germania “sia allo stesso tempo la chiave e l’ostacolo principale”, perché il punto è che una maggiore flessibilità nelle richieste dei paesi debitori darebbe speranza al sud Europa, “ma la Germania è contraria”.

-l’altra faccia allo specchio-

Nell’aula del palazzo di vetro di New York, si è assistito al debutto anche del neo presidente egiziano Mohammed Morsi, capo dell’a sua volta neoeletto partito dei Fratelli Musulmani. Nella stessa location in cui Barack Obama e il premier britannico Cameron avevano annunciato il proprio sostegno alle “rivoluzioni arabe”, ecco che i figli di queste tempeste primaverili si affacciano in pompa magna allo scenario internazionale. Tutti presenti, nessuno escluso: Egitto, Libia, Yemen e Tunisia. Freschi di elezioni, non è stata fatta menzione dei paradossali scenari interni che, squassando con ondate di scoraggiante violenza in questi giorni i popoli medio orientali, stanno in realtà definendo e portando alla luce rapporti di dominanza importanti sulle aree strategiche interessate. Accontentandosi e volendo battere senza indugi sul ferro caldo delle neo avvenute elezioni rigorosamente democratiche, i suddetti presidenti hanno giocato la (anch’essa!) rassicurante carta delle credenziali moderate e della delineazione della nuova politica estera dei rispettivi governi. Sia il presidente Morsi, che lo yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi, che sono riusciti ad oscurare il discorso del presidente iraniano Ahmadinejad, hanno puntato su uno snodo comune: il problema palestinese. Morsi ha definito “vergognosi” gli insediamenti israeliani nei territori colonizzati ed ha proseguito augurandosi la “costruzione di uno Stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme”. Altro grande tema trattato all’unanimità è stato quello siriano. “Il massacro e la crisi umanitaria in Siria vanno fermati” ha affermato sempre Morsi, dicendosi oltretutto “contrario ad un intervento militare internazionale in Siria”, rinnovando il suo sostegno ai ribelli. Quando sul podio è salito Ahmadinejad, il clima è mutato celermente con un abbandono dell’aula da parte della delegazione americana ed israeliana(ufficialmente assente per l’osservanza dello Yom Kippur) in segno di protesta. Il discorso del presidente iraniano è stato definito “meno delirante del previsto”, ma comunque non astenuto dallo scagliarsi contro i “sionisti incivili” e “i poteri egemonici che intimidiscono l’Iran e cercano d’imporre le proprie idee al resto del mondo”, insultando persino chi lo ospitava.

Romano Bianchi

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