IL RANTOLO DELL’EUROPA

Sassi e bottiglie lanciati contro la polizia, teste fasciate con bende sporche di sangue e urlatori in piedi su di improvvisati pulpiti. Scene a cui la “primavera araba” ci ha abituato a partire da quel famoso gennaio 2011, in cui piazza Tahrir è esplosa e poi seguita a ruota da tutto il bacino sud-orientale del mediterraneo. Noi eravamo lì, fissi di fronte a schermi di costosi pc, di televisori da 32 pollici, di tecnologici tablet o micropotenti smartphone. Noi dalle nostre comodità occidentali sporgevamo la testa verso quell’angolo dimenticato di mondo che ci ricordava della sua esistenza soltanto in caso di attentati terroristici e di favolosi ed esotici luoghi di villeggiatura.

Oggi la tv ci ripropone le stesse immagini ma non esattamente identiche, qualcosa è cambiato, gli sfondi sono cambiati, le caotiche e strette vie del Cairo e di Tunisi hanno lasciato il posto a scenari a noi ben più noti delle principali piazze europee.

L’Europa è in fermento, non eravamo più abituati a vederla così, l’idea stessa del vecchio continente pacificato nel suo strato sociale sedimentato dopo secoli di lotte e guerre è crollata. Sotto l’impulso delle pressioni economiche la vecchia Europa è tornata a mostrare il suo lato rivoluzionario.

A partire dal 2011 molti quartieri irlandesi son rimasti a metà, case abbandonate, parchi giochi spopolati, e negozi vuoti nel cui cielo svettano immobili e silenziose gru. Il boom economico che investì la tigre celtica lasciò ben presto il suo marchio su banche, proprietari indebitati e costruttori con case invendute che si ritrovarono nei guai fino al collo quando la bolla dell’euro scoppiò in mille scintillii nel vento. Da allora, il governo irlandese ha cominciato a pesare sui propri cittadini sempre più tasse finchè questi, il 31 Luglio 2012, guidati dal partito Sinn Fein non si sono rifiutati di pagare quello che è la loro IMU. La motivazione, semplice ma efficace, è “non paghiamo perché non abbiamo soldi”. Il governo centrale stesso ha chiesto una dilazione sul pagamento dei prestiti da parte della BCE che non ha potuto che concederla.

La Grecia è sull’orlo della bancarotta, pressata dalle onerose richieste della banca centrale europea, la quale esige tagli al bilancio e riforme volte al rientro del debito in un range accettabile ha chiesto, anch’essa, un rinvio dei pagamenti.

Il programma di austerity del governo prevede un taglio alla spesa pubblica di 11,5 miliardi di euro, necessari per poter sbloccare il prestito da 31 miliardi e il rinvio del risanamento pubblico al 2016 ha portato ad uno sciopero generale il 26 Settembre che ha paralizzato il paese e che è degenerato, in piazza Sintagma, ad Atene in uno scontro con le forze di polizia che annoveravano tra le fila 5000 effettivi.

Come l’Irlanda, anche la Grecia chiede una dilazione dei pagamenti e la BCE le ha concesso tempo fino al 15 Settembre, rimandato poi al 15 Novembre con un comunicato sentenza che la impegnerà al pagamento degli interessi. Non è ben chiaro perchè la Troika abbia richiesto una dilazione fino al 15 Novembre, forse perché spera in un qualche cambiamento sul piano politico-economico dopo le elezioni degli USA, la presunta e supposta caduta di Chavez e l’abbandono della politica economica Keyneniana del Giappone. Forse ad Atene sperano in un cambiamento sostanziale negli assetti mondiali, intanto però la capitale e con essa il resto del paese sono allo stremo delle forze ed in preda all’isteria generale. Scene di violenza e di sommosse scuotono la coscienza collettiva in tutta Europa, lanci di bombe molotov e poliziotti in assetto antisommossa che picchiano la gente e reciproci lanci di lacrimogeni come non eravamo più abituati mostrano, a noi spettatori quanto i greci siano disperati e esausti della situazione che pervade il paese, disillusi dal loro governo e scettici per il futuro.

Il Portogallo si trova ad affrontare anch’esso una collera popolare collettiva alimentata dal piano di austerity dell’esecutivo, criticato anche dalla chiesa e dall’esercito che ha portato a manifestazioni nelle città più importanti. Le riforme economiche prevedono l’aumento dell’IVA necessaria per poter accedere, analogamente alla Grecia, al fondo prestiti di 78 miliardi di Euro da parte della BCE. Lisbona ha puntato inoltre su una ridistribuzione del peso fiscale, spostando parte degli oneri dei contributi sociali dalle imprese ai lavoratori, sperando di incentivare le assunzioni e riportare entro un limite accettabile la disoccupazione che sfiora il 15%. La popolazione non ci sta e come fan notare si ritrovano con uno stipendio diminuito mentre gli imprenditori non riescono in ogni caso ad assumere nuova manodopera.

La vicina Spagna invece si trova ad affrontare due diversi problemi, uno è quello delle insurrezioni cittadine che hanno interessato Madrid e l’altro è quello del ritemprato spirito indipendentistico catalano, i quali vedono Madrid non più come epicentro del regno ma come la pedina di Bruxelles e Berlino e chiedono la separazione.

Madrid nel frattempo è teatro di scontri, cominciati ieri notte da una iniziale manifestazione pacifica. Gli indignados si son ritrovati di fronte alla sede del parlamento spagnolo per chiedere le dimissioni dell’esecutivo e indire una nuova costituente. Più di diecimila manifestanti si son ritrovati in piazza fino a sera quando son scoppiati i disordini che han portato, nella notte, a 64 feriti e 35 arresti.

Mentre l’Europa trema sotto i colpi della BCE e dei movimenti di piazza l’Italia dov’è?

L’Italia è stata sempre seconda, raramente è arrivata prima, tranne per il fascismo che tra l’altro è stato rinnegato per decenni, ha sempre seguito gli altri, le mode europee, sperando di poter passare per una di loro. Eppure questa volta no, non vuole immischiarsi negli affari degli altri, noi che nonostante il malcontento e l’abisso economico ci riteniamo fortunati perché ancora al limite di sicurezza dell’euro.

Consci della situazioni ma confusi sul da farsi ci affidiamo ancora ai nostri esponenti politici che nonostante le critiche e le minacce restano ben saldi sulle loro poltrone a Roma. Sicuri del loro posto non si preoccupano e non si sono mai preoccupati delle chiacchiere degli italiani che propugnano una rivoluzione, di bruciare e cacciare ma che comunque non fanno nulla, troppo intenti ad accusarsi l’un l’altro, ad accusare il lento e buontempone Sud Italia, ad accusare Berlusconi di essere un donnaiolo e Monti di essere un lacchè della Merkel. E intanto il resto d’Europa prosegue con la sua sfida ai propri demoni mentre noi li osserviamo e speriamo che qualcuno faccia il primo passo, ma che questo non metta in discussione quel poco che abbiamo guadagnato con il sudore della fronte. Come se agli altri lo avessero regalato.

Luca Ghilardi

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