IO NON RICERCO, IO TROVO

Venerdì 28 settembre, ore 23.00,Venezia. Una moltitudine di ragazzi, studenti universitari per lo più, si distacca dal proprio bighellonare sornione in giro per i campielli veneziani e dalle sorsate di lunghi spritz arancioni per imboccare lentamente le tortuose callette, alla volta comune di Palazzo Foscari. Il perché è presto detto. E’ la “notte europea dei ricercatori”, l’evento ormai immancabile, promosso dalla Commissione europea dal 2005, con l’intento di permettere un avvicinamento fra il grande pubblico di ogni età e i ricercatori, in differenti città europee, nella stessa data di fine estate: il quarto venerdì di settembre. Anche quest’anno il Veneto ha partecipato con successo al bando europeo “The Researchers’ Night”, nell’ambito del Settimo Programma del Quadro per la Ricerca e lo Sviluppo Tecnologico. I partner coinvolti sono l’Università di Padova (Coordinatore 2012), l’Università Ca’ Foscari, l’Università Iuav di Venezia, l’Università di Verona, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, Unioncamere del Veneto.

Attraverso innumerevoli eventi, itinerari lagunari, concerti, cacce al tesoro, laboratori, mostre, video conferenze, visite guidate ed il susseguirsi di ospiti illustri e non, dalle 17.00 del pomeriggio, sino a tarda serata, Venezia si è accesa di quelle musiche girovaghe e di quella magica arte nascosta che in qualche modo ne intessono da sempre la natura stessa. L’ospite di cui volevo parlare questa sera era in programma per le 23.00 a Palazzo Foscari, la sede centrale dell’ omonima università. Fin da subito, varcando gli alti ed avviluppati cancelli in ferro battuto che celano l’entrata alla splendida costruzione gotica affacciata sul Canal Grande, siamo stati accolti da una folla di ragazzi disposta a semicerchio. I pochi che erano riusciti ad accaparrarsi una sedia erano attorniati da una distesa di persone seduta per terra, a loro volta chiusi dagli spettatori in piedi. Gli sguardi erano rivolti ad un piccolo palco vuoto, incorniciato da quattro grandi ritratti alla Andy Warhol .Dopo qualche minuto di attesa si sente un applauso. Il critico d’arte e conduttore televisivo Philippe Daverio si fa annunciare, attraverso il colonnato adiacente al palco, da uno sgargiante papillon rosso fuoco, chiuso in un doppiopetto ricamato in oro, giacca scura e camicia bianca a scacchi. Gli applausi dei presenti hanno accompagnato tutta la sua entrata in scena, aspetto che lo ha sicuramente sorpreso al di là delle usuali parole con cui ha esordito “Non mi aspettavo un’ accoglienza del genere”. E da questo momento comincia uno show che non ha minimamente deluso le aspettative iniziali. Bicchiere d’acqua ghiacciata in mano, in piedi davanti ad un pubblico fremente, estrae il proprio orologio da taschino dall’ inusuale doppiopetto alla Berchet, riponendolo sul leggio e affiancandolo al suo iphone. “Una lezione che possa definirsi interessante non può durare più di 45 minuti, ci vuole coraggio per mettere alla prova le potenziali anchilosi e gli sbadigli sguscianti che cominciano a farsi sentire dopo tre quarti d’ ora di lezione”. Risate generali. E poi comincia. In un interessantissimo discorso ricco di riferimenti storici ed escursioni che sfrecciavano dalla musica, all’arte, alla fisica, alla filosofia, alla matematica, Daverio inchioda il proprio pubblico sul tema della dicotomia tra Ricercatore e Trovatore. Chi sono queste due figure? “Picasso”, incalza, “ha affermato: io non ricerco, io trovo.” Se la figura dell’ Intellettuale, prosegue, nasce fra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX con il famoso “J’accuse” del caso Dreyfus, il processo costruttivo, che nel 1898 portò Emile Zolà a pubblicare il famoso editoriale in difesa dello sfortunato Alfred Dreyfus, nasce molto tempo addietro, per influenzare in profondità, di li in poi, l’intera storia dell’umanità. E’ un processo che, pur personificandosi storicamente in molte vicende (Daverio ci conduce a braccetto attraverso il genio di Antonio Vivaldi che scrisse “Il cimento dell’ armonia e dell’ invenzione”, danzando leggiadro sul buio drammatico del suicida Arthur Koestler, passando dal microbo di Pasteur, all’ “umana” incomprensione di Guglielmo II di fronte alla clamorosa scoperta del motore di Rudolf Diesel, per giungere ai modernissimi quesiti di micro e macrofisica che attanagliavano la mente di Focault) vede affondare le proprie radici precisamente nella storiografia greca. Il tempo che fu rischiarato dal genio dei lumi Parmenidei, Platonici, Aristotelici e Pitagorici è un momento di grande rottura, un momento nel quale vengono gettati i semi dell’ odierna ossessione squisitamente occidentale che ruota attorno al concetto di “ricerca”. La differenza rispetto alle altre culture del tempo (si pensi ai riti vedici induisti, o alle profezie messianiache delle grandi religioni monoteistiche) appare palese. Citando il “Not common sense” di A.Kreiman, Philippe Daverio si schiera a favore dell’ epistemologo nell’ affermare che la natura qualitativa del suddetto cambiamento, che ha pervaso questo senso di umana ricerca di fronte al grande Quid della realtà, nasce proprio nella tendenza, progressivamente radicatasi, del contrapporre alla realtà “assunta” della rivelazione profetica, la costante incompiutezza e famelica insoddisfazione del filosofo. Un filosofo che da allora diviene schiavo della propria arroganza, ne viene condannato e schiacciato, un filosofo caduto e costretto all’ esilio errabondo. Ma allo stesso tempo è proprio nell’ impressione di una fine turbolenta e polverosa che una nuova istanza prende forma, che, ancora una volta, la Macchia Primigenia dona vita attraverso una confutazione. Chi viene alla luce è un figlio dell’ Agapè neoplatonica, figlio della convinzione, figlio della lotta brutale contro il molteplice cangiare del reale, scopritore di mondi sconosciuti, figlio della ragion sufficiente ed amante perduto dei conturbanti universi numerici.E’ l’ iperuranio platonico.Il Cosmos aristotelico. L’ Essere perfetto di Parmenide e la Matematica pitagorica. “L’iniziazione esoterica (tipica di quel periodo oltretutto)” continua Daverio “è semplicemente l’ accettazione spirituale delle proprie scelte. Chi spia il mistero nascosto dal velo, ne diviene anche il custode, smettendo di accettare la realtà e dovendosela fabbricare. Questo è l’ inizio della scienza moderna; più che una disciplina, un approccio cosciente, costretto per propria natura ad abbandonare la profezia e condannato a trovare,vagando. E dunque ora è possibile avvicinarsi un po’ di più a ciò che s’intendeva inizialmente parlando di dicotomia fra Ricercatore e Trovatore. Essi non sono nient’altro che la duplice espressione di uno stesso baricentro, il prodotto plastico di un’ aspirazione armonica, la concretizzazione d’ una innata disposizione dialettica al rito misterico, la subcosciente intesa reciproca volta all’ invenzione. Ma poiché i quarantacinque minuti stavano volgendo al termine, Daverio conclude con un esperimento pensato il giorno stesso in treno. Pastrocchiando impacciatamente con il cellulare, carica una sonata di Frescobaldi che rimette al giudizio del pubblico. Le strane note invadono la tiepida nottata stellata, aleggiando lente fra gli sguardi assorti dei presenti. Mentre la melodia prosegue l’ istrione ci guarda di sottecchi, fra il serio e il faceto, scrutandoci e ricercando con lo sguardo l’ intesa che gli abbiamo conferito con l’ applauso iniziale. “Avete appena sperimentato l’ impressione del ricercare.” arguisce a musica finita, ”Vedete, la musica (pensiamo a Beethoven) generalmente ha un prima e un dopo, ma la nostra forza mnemonica con Frescobaldi è spaesata. Le toccate e partite improvvisate, le continue scale ascendenti e discendenti, i trilli, gli abbellimenti e i virtuosismi di sorta definiscono un genere completamente nuovo, di cui Frescobaldi è il fondatore e che vede nell’ utilizzo del contrappunto fiammingo la propria base melodica.” La sua ideologia è infatti ascrivibile ad un nuovo modo di concepire la musica come arte filosofico-matematica (detta seconda pratica monteverdiana), che vuole evocare gli affetti e le emozioni degli ascoltatori, tenendo conto principalmente dell’ atto esecutivo ed improvvisativo piuttosto che dell’ atto compositivo. “E’ qui che emerge il Ricercatore”, conclude, ” alla perenne ricerca di un centro di gravità in un percorso potenzialmente infinito e costantemente ciclico, che è bello di per sé. Eppure il senso del viaggio, una volta passato nelle mani della “nemesi” (il Trovatore), non si esaurisce nella sostanza, ma muta nella forma. Esso viene spezzato, riequilibrato, concluso e, dunque, reinventato”.

Philippe Daverio lo trovi anche qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Philippe_Daverio

http://www.passepartout.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-feff8fd3-1f0f-4fd1-99a4-7ff5cd026ab1.html?homepage

Romano Bianchi

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PIANO 101

E Lawrence dov’è? E Lawrence dove sta? Non credo ci voglia una scienza per venire fino in piazza! Ecco che chiama. Ride. Non lo fanno venire in piazza, quattro taxi si sono rifiutati di portarlo qui. Alla fine per quelle 2 personcine che stanno manifestando.. Meno male che è intervenuto Dady che ha parlato con il taxista. Si siede vicino a me al tavolino dell’entrata della scuola. A volte mi sembra così stanco.

Gli chiedo quanto è durata la rivoluzione. 18 giorni mi ha detto. Inizia a raccontare e intanto mi viene in mente che ho parlato con i due giornalisti oggi proprio della rivoluzione. È proprio vero non si parla d’altro.

Un o degli italiani mi racconta che lui c’era. Paradossalmente e forse fortunatamente gli scontri si erano concentrati solo in pochi punti. Due strade più in la potevi trovare un bar gremito di vecchietti che guardavano in televisione quello che succedeva proprio dietro di loro. Un consiglio che mi ha dato; la situazione inizia a diventare critica quando iniziano a vendere maschere antigas in metropolitana e quando la gente smette di fumare la shisha davanti ai bar. Credo che me ne ricorderò!

Dady racconta. Mi dice che la situazione è degenerata quando la polizia ha iniziato ad attaccare i manifestanti. Ma anche se non sono equipaggiati come lo era la polizia i manifestanti a volte hanno la meglio. La polizia non è abituata a combattere contro la massa.

Di nuovo la situazione mi sembra surreale. Dady stanco semi accasciato sulla sedia che mi racconta come ha combattuto. Dietro di lui il ventilatore gira rumorosamente, la scuola ormai è vuota e in sottofondo sento gli slogan dei sostenitori di Morsi.

E poi c’è stato il piano 101. Dady mi spiega che è il piano finale del governo. L’ultima speranza per loro per riottenere un po’ di ordine. Il piano consisteva nel mandare a casa la polizia e aprire le porte delle prigioni. Di tutte le prigioni. Ora immaginatevi il terrore solo all’idea di avere un paese intero nella più completa anarchia con in circolazione l’elite della criminalità egiziana per le strade. Truffatori, assassini, ladri… tutti gentilmente a vostra disposizione!

Per incrementare il panico il governo faceva partire qualche colpo di qua e di là. La gente non sapeva cosa fare. A questo punto Dady si illumina. Ritrova tutte le energie e con un orgoglio smisurato mi dice “è qui che si vede la genetica degli egiziani”.

Si sono riuniti tutti, si sono uniti per salvare le proprie case (sembra una frase da propaganda ma credo ci si possa tenere al suo significato letterario). Dady mi racconta che tutti quelli del loro vicinato hanno fatto una riunione. Hanno chiesto chi potesse essere esperto in sicurezza e proprio vicino casa loro abitava un generale. Il generale ha fatto un piano. Chiuso il quartiere con legno e altri materiali, hanno interdetto l’accesso alle macchine e fatto un grande fuoco al centro del quartiere. Si sono organizzati turni di guardia e ognuno faceva la sua parte. Dady veniva prima in piazza Tahrir poi andava a fare i turni a casa.

E allora sorge spontanea la domanda; in Italia potrebbe mai succedere una cosa del genere, o l’anarchia regnerebbe sovrana? Noi non lo sapremo mai forse in un futuro.. come si dice? Ai posteri l’ardua sentenza..

È arrivato Lawrence, è giù che mi aspetta! Chiudo la porta della scuola, sono un po’ sotto shock, forse ancora non ho realizzato quanto importante è questo momento per gli egiziani, soprattutto ora. Intanto vado a fare due foto ai manifestanti anche se loro forse non saranno troppo d’accordo..

Ingrid Ganthaler

IL RANTOLO DELL’EUROPA

Sassi e bottiglie lanciati contro la polizia, teste fasciate con bende sporche di sangue e urlatori in piedi su di improvvisati pulpiti. Scene a cui la “primavera araba” ci ha abituato a partire da quel famoso gennaio 2011, in cui piazza Tahrir è esplosa e poi seguita a ruota da tutto il bacino sud-orientale del mediterraneo. Noi eravamo lì, fissi di fronte a schermi di costosi pc, di televisori da 32 pollici, di tecnologici tablet o micropotenti smartphone. Noi dalle nostre comodità occidentali sporgevamo la testa verso quell’angolo dimenticato di mondo che ci ricordava della sua esistenza soltanto in caso di attentati terroristici e di favolosi ed esotici luoghi di villeggiatura.

Oggi la tv ci ripropone le stesse immagini ma non esattamente identiche, qualcosa è cambiato, gli sfondi sono cambiati, le caotiche e strette vie del Cairo e di Tunisi hanno lasciato il posto a scenari a noi ben più noti delle principali piazze europee.

L’Europa è in fermento, non eravamo più abituati a vederla così, l’idea stessa del vecchio continente pacificato nel suo strato sociale sedimentato dopo secoli di lotte e guerre è crollata. Sotto l’impulso delle pressioni economiche la vecchia Europa è tornata a mostrare il suo lato rivoluzionario.

A partire dal 2011 molti quartieri irlandesi son rimasti a metà, case abbandonate, parchi giochi spopolati, e negozi vuoti nel cui cielo svettano immobili e silenziose gru. Il boom economico che investì la tigre celtica lasciò ben presto il suo marchio su banche, proprietari indebitati e costruttori con case invendute che si ritrovarono nei guai fino al collo quando la bolla dell’euro scoppiò in mille scintillii nel vento. Da allora, il governo irlandese ha cominciato a pesare sui propri cittadini sempre più tasse finchè questi, il 31 Luglio 2012, guidati dal partito Sinn Fein non si sono rifiutati di pagare quello che è la loro IMU. La motivazione, semplice ma efficace, è “non paghiamo perché non abbiamo soldi”. Il governo centrale stesso ha chiesto una dilazione sul pagamento dei prestiti da parte della BCE che non ha potuto che concederla.

La Grecia è sull’orlo della bancarotta, pressata dalle onerose richieste della banca centrale europea, la quale esige tagli al bilancio e riforme volte al rientro del debito in un range accettabile ha chiesto, anch’essa, un rinvio dei pagamenti.

Il programma di austerity del governo prevede un taglio alla spesa pubblica di 11,5 miliardi di euro, necessari per poter sbloccare il prestito da 31 miliardi e il rinvio del risanamento pubblico al 2016 ha portato ad uno sciopero generale il 26 Settembre che ha paralizzato il paese e che è degenerato, in piazza Sintagma, ad Atene in uno scontro con le forze di polizia che annoveravano tra le fila 5000 effettivi.

Come l’Irlanda, anche la Grecia chiede una dilazione dei pagamenti e la BCE le ha concesso tempo fino al 15 Settembre, rimandato poi al 15 Novembre con un comunicato sentenza che la impegnerà al pagamento degli interessi. Non è ben chiaro perchè la Troika abbia richiesto una dilazione fino al 15 Novembre, forse perché spera in un qualche cambiamento sul piano politico-economico dopo le elezioni degli USA, la presunta e supposta caduta di Chavez e l’abbandono della politica economica Keyneniana del Giappone. Forse ad Atene sperano in un cambiamento sostanziale negli assetti mondiali, intanto però la capitale e con essa il resto del paese sono allo stremo delle forze ed in preda all’isteria generale. Scene di violenza e di sommosse scuotono la coscienza collettiva in tutta Europa, lanci di bombe molotov e poliziotti in assetto antisommossa che picchiano la gente e reciproci lanci di lacrimogeni come non eravamo più abituati mostrano, a noi spettatori quanto i greci siano disperati e esausti della situazione che pervade il paese, disillusi dal loro governo e scettici per il futuro.

Il Portogallo si trova ad affrontare anch’esso una collera popolare collettiva alimentata dal piano di austerity dell’esecutivo, criticato anche dalla chiesa e dall’esercito che ha portato a manifestazioni nelle città più importanti. Le riforme economiche prevedono l’aumento dell’IVA necessaria per poter accedere, analogamente alla Grecia, al fondo prestiti di 78 miliardi di Euro da parte della BCE. Lisbona ha puntato inoltre su una ridistribuzione del peso fiscale, spostando parte degli oneri dei contributi sociali dalle imprese ai lavoratori, sperando di incentivare le assunzioni e riportare entro un limite accettabile la disoccupazione che sfiora il 15%. La popolazione non ci sta e come fan notare si ritrovano con uno stipendio diminuito mentre gli imprenditori non riescono in ogni caso ad assumere nuova manodopera.

La vicina Spagna invece si trova ad affrontare due diversi problemi, uno è quello delle insurrezioni cittadine che hanno interessato Madrid e l’altro è quello del ritemprato spirito indipendentistico catalano, i quali vedono Madrid non più come epicentro del regno ma come la pedina di Bruxelles e Berlino e chiedono la separazione.

Madrid nel frattempo è teatro di scontri, cominciati ieri notte da una iniziale manifestazione pacifica. Gli indignados si son ritrovati di fronte alla sede del parlamento spagnolo per chiedere le dimissioni dell’esecutivo e indire una nuova costituente. Più di diecimila manifestanti si son ritrovati in piazza fino a sera quando son scoppiati i disordini che han portato, nella notte, a 64 feriti e 35 arresti.

Mentre l’Europa trema sotto i colpi della BCE e dei movimenti di piazza l’Italia dov’è?

L’Italia è stata sempre seconda, raramente è arrivata prima, tranne per il fascismo che tra l’altro è stato rinnegato per decenni, ha sempre seguito gli altri, le mode europee, sperando di poter passare per una di loro. Eppure questa volta no, non vuole immischiarsi negli affari degli altri, noi che nonostante il malcontento e l’abisso economico ci riteniamo fortunati perché ancora al limite di sicurezza dell’euro.

Consci della situazioni ma confusi sul da farsi ci affidiamo ancora ai nostri esponenti politici che nonostante le critiche e le minacce restano ben saldi sulle loro poltrone a Roma. Sicuri del loro posto non si preoccupano e non si sono mai preoccupati delle chiacchiere degli italiani che propugnano una rivoluzione, di bruciare e cacciare ma che comunque non fanno nulla, troppo intenti ad accusarsi l’un l’altro, ad accusare il lento e buontempone Sud Italia, ad accusare Berlusconi di essere un donnaiolo e Monti di essere un lacchè della Merkel. E intanto il resto d’Europa prosegue con la sua sfida ai propri demoni mentre noi li osserviamo e speriamo che qualcuno faccia il primo passo, ma che questo non metta in discussione quel poco che abbiamo guadagnato con il sudore della fronte. Come se agli altri lo avessero regalato.

Luca Ghilardi

GIORNO UNO

Chiedo già scusa in anticipo per lo scarso entusiasmo. Probabilmente se avessi scritto questa lettera subito dopo essere scesa dall’aereo magari avreste letto qualcosa di diverso.

Si perché subito dopo il volo ero la persona felice ed ebete per eccellenza. Quando eravamo ancora per aria ho visto il Cairo. Forse non mi sono spiegata bene, Il Cairo. È una distesa inimmaginabile di case di cartapesta color sabbia. Stanno su per non so quale miracolo forse lo stesso che le fa sembrare vuote di giorno e sovraffollate di notte. Una distesa di edifici attaccati gli uni contro gli altri senza che abbiano un attimo di respiro, vicini come la vera Umma dovrebbe essere. Che bello! Non vedevo l’ora di scendere e scoprire il mondo. Quasi mi ero dimenticata del vecchietto che stava per tirare le cuoia in aereo. Se uno ha una bomboletta di ossigeno se fossi stata il pilota ma neanche sotto tortura l’avrei fatto salire! Infatti la conseguenza di tutto questo è stato il panico da parte di una ragazza in maglietta rosa, vitino da ape e lunghe ciglia di cammello (forse per chi ha in mente la bellissima letteratura pre Momo questi riferimenti rendono di più). E quasi mi stavo dimenticando del mio compagno di viaggi! Credo si possa definite un tipo particolare. Ha grandi obbiettivi nella vita e sembra trovarsi a suo agio in qualsiasi situazione. Può quasi sembrare una persona seria e carismatica e non so per quale motivo mi ricorda Lawrence d’Arabia!  Ma chi ce la fatto fare?  Un paio di chilometri più in la ed eravamo al mare, tranquilli e senza troppi problemi.

Si perché sta volta integrarsi mi riesce più difficile. Non per la famiglia! Loro sono la mulino bianco versione cappuccino! Mulino cappuccio. Scusate è il caldo.. Dady mi ha detto che oggi ce n’erano 40.

Proprio Dady mi è venuto a prendere. Scesi dall’aereo ci sono venuti a prendere con tanto di cartello! Io non capivo più nulla, non avevo chiuso occhio dalle 3 e finalmente c’ero anche io..

Subito ci hanno divisi. Ma non m’importava.. Dady mi parlava in inglese, che caldo penso io. Lungo il tragitto mi fa vedere un obelisco, mi racconta di 36 cugini che ha e che non ci stanno tutti in casa. Io gli racconto che ne ho due.. Mi dice altre mille cose che in questo momento non mi ricordo.. Qualcosa con il museo più grande del mondo e.. bè non importa perché l’immagine più bella ce lo fissa nella mente. CIAO PIRAMIDI due o addirittura tre! Dady dice che ormai loro sono abituati e non le notano neanche. Peccato però almeno io le vedrò tutti i giorni andando avanti e indietro dalla scuola!

Se scuola… Adesso ci arrivo…

Insomma mi porta a casa e c’è la Ummy (mamma) con i due pargoli. Facciamo le presentazioni – io intanto so di cacca di vacca – mi fanno vedere la camera. Due porte, una da sul “giardinino”. Un tavolino, un armadietto, un lettone a una piazza e mezza e una finestra. Il bagno tutto mio non era quello che mi immaginavo. Un water, un lavandino e una doccia ma senza cabina. Presumo serva per pulirsi dopo aver purgato tutte le colpe, ma se così fosse.. la doccia, dov’è? Mi laverò a pezzi per 6 settimane. Non è un problema.

Spacchetto tutto, mi preparano il…cibo.. Alle 5 di pomeriggio cosa si mangia? Pranzo molto in ritardo? Cena molto in anticipo? Merenda molto sostanziosa? Comunque ha fatto bene..

Da lì poi più il nulla.. Ho dormito fino al mattino seguente dove il mio entusiasmo è stato smorzato.

La mia scuola è composta da 3 stanze, il bagno e la cucina il cui stato riflette quello del Cairo. Faccio lezioni individuali perché non c’è nessun’altro a parte me. Non ho visto nessuno. Mi è stato detto poi in seguito che esistono altri studenti, in special modo altri 2 italiani.

Insomma ho passato la giornata a scuola facendo 6 ore di frontale arrivando a fine giornata distrutta.

Uscendo da scuola sono andata con Dady a prendere il Kushry (tipica pietanza egiziana con tutto) per cena (io mangio per i cavoli miei che la family non è tenuta a cibarmi) e poi al supermercato a prendere colazione e quaderni. Era molto divertente perché io vagavo da sola mentre Dady mi seguiva a 3 metri di distanza… sembrava un bodyguard… Ho appena scoperto che le mele egiziane sanno di mele nostre. Vi interessa? A me si..

Comunque nel bel mezzo della disperazione Allah ha voluto guardare in basso e vedere la sua pecorella smarrita un po’ più smarrita del solito e l’ha fatta chiamare dal suo amicone Lawcrence. Per fortuna si è fatto la sim egiziana e ho riacquistato un po’ di contatti con il mondo. Tuttavia quando ci siamo sentiti più tardi sembrava una scena tragicomica. Tutti e due eravamo nella desolazione più totale. Lawcrence è in appartamento con un possibile squilibrato mentale e siamo a 20 minuti mezzora l’uno dall’altro. Ci siamo chiesti tutti e due cosa ci facessimo qui.. Forse le nostre mele le importano dall’Egitto..

Comunque so che quello che più vi preme è la piazza.. Midan Tahrir (piazza Tharir) è al momento accessibile! Anche perché se non lo fosse io non ci arriverei a scuola. Ci sono ancora affissi striscioni con slogan ma l’unica forma di protesta che ho visto era quella di una donna e uomini sdraiati per terra. Per il resto la vita scorre normalmente. C’è anche da dire che sono due giorni in cui la gente va a votare e che quindi tutto è fermo. Si dice che se ci devono essere disordini allora sono previsti per lunedì.

La sensazione che mi sta dando ora è che se perde tutto. Nel caos che regna questa città si perde tutto e forse anche quel desiderio di libertà di cui porta il nome la piazza. Vedremo lunedì se il caldo e la pigrizia innata degli egiziani saprà calmare gli animi o se dovrò cambiare sede.

Ingrid Ganthaler

TRA FACCE DA POKER E TERREMOTI SISTEMICI

-cronaca di ordinaria amministrazione-

Le ingarbugliate matasse globali hanno visto oggi, 26 settembre, a New York un nuovo nodo d’intenso dibattito comune alla 67esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ogni lungo ed intrecciato filo ha condotto sé stesso ed il proprio frastagliato mosaico interno all’autoemersione condivisa nel dialogo reciproco. E se ieri gli occhi del mondo sono stati puntati sul Segretario generale Ban-Ki-Moon e sul discorso del presidente americano Barack Obama, oggi l’attenzione è stata catturata principalmente dal triplice discorso, tutto mediterraneo, del Presidente italiano Mario Monti (intervenuto alle 19.45 italiane), del nuovo Presidente egiziano Mohammed Morsi (che ha parlato nella mattinata) e da Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano. Un incontro importante quello odierno, ricco di temi bollenti e di forte interesse generale. Nella susseguente alternanza di nomi figurano: il presidente del Guatemala Otto Fernando Pérez Molina, che nei mesi passati ha avanzato l’ipotesi di legalizzare la droga per sconfiggere la piaga del narcotraffico; il capo di Stato colombiano Juan Manuel Santos, che aperto dopo anni di guerra civile a una speranza di negoziati con le Farc; il presidente di Haiti Michel Joseph Martelly, che sta guidando il Paese caraibico nella difficile ripresa post-terremoto; il capo di Stato ucraino Viktor Yanukovych, contestato negli ultimi mesi per la questione dei diritti umani, in merito alla detenzione della rivale politica Yulia Tymoshenko, riconosciuta colpevole di abuso d’ufficio; e quindi il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe. Da segnalare infine un fuori programma interessante: l’intervento in un evento a margine dell’Assemblea di Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, che si è collegato in videoconferenza con il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patino, direttamente da Londra, per discutere della sua vicenda.

Nel suo primo intervento da Presidente, davanti all’Assemblea Generale, Mario Monti si attiene al sobrio ed austero dress-code da professore volto all’enunciazione di un discorso mai sopra le righe, come gli è consono. Certo si potrebbe dire una facciata alquanto diversa rispetto a come si presentano gli “interni” della nobile Domus italica negli ultimi tempi, costellata ancora una volta da ingordi banchetti ai quali nessun tragicomico attore rinuncia (non sia mai!) d’ingozzarsi. E se dunque Monti si ritrova a far buon viso all’ umiliante gioco di una telenovela che pare infinita (solo per citare le eufemisticamente stravaganti “puntate” degli ultimi giorni abbiamo assistito a copie malriuscite di erBatman scontrarsi con rimpasti disperati di polveriniana fattura, conditi dai grugniti scalpitanti d’irriducibili Porcellum e da esacerbanti condanne riversate a destra e a manca-di cui Sallusti è solo l’odierna ma non ultima vittima-che definiscono quanto mai bene la chiassosa baracca che è il nostro Bel Paese anche in momenti in cui ci si aspetterebbe ben altri comportamenti),è proprio qui che assistiamo allo scontro più duro con la realtà dei fatti: l’inamovibilità. Il Professore ha infatti chiosato, come d’uopo, sullo scrupoloso impegno italiano nel non sottrarsi alle proprie responsabilità internazionali, nel panorama certo estremamente complicato della “crisi più profonda e peggiore della storia dell’Unione Europea”. Senza cercare applausi ha semplicemente arguito “quanto sia essenziale una valida Europa che possa affrontare sfide economiche globali” e che “avere più Europa” è interesse generale. Ha poi fatto presente: ”Non possiamo trascurare l’importanza delle misure adottate a livello di UE per rafforzare la governance e l’integrazione fiscale” e che “i governi europei saranno all’altezza delle esigenze nazionali”. E, a dirla tutta, la fitta agenda europea che va da ottobre a dicembre non sembra, visti anche i passi fatti in passato, riconoscere le radicali richieste di cambiamento di cui l’Europa necessita. La vera domanda, il nocciolo duro della questione, va infatti molto al di là della ricercata pacatezza di parole rassicuranti.

La verità è che oggi stesso l’incontrollato Valzer europeo ha di nuovo provocato un terremoto generale di vasta portata, incendiando tutte le Borse e carbonizzandone i mercati. Madrid, Milano, Londra, Francoforte e Parigi hanno chiuso tutte in rosso(raggiungendo il -4%),vaporizzando nel complesso 133 miliardi e calciando gli spread nuovamente alle stelle. Le basi economiche e politiche spagnole tremano come mai di fronte alla volatilità ineffabile dei mercati, tanto che Rajoy ha già annunciato un probabile ricorso all’Esm (European stability mechanism) nel caso le tensioni non vengano placate. Gli stessi capocannonieri dell’eurozona hanno oggi segnato diverse autoreti: Germania, Olanda e Finlandia (a cui s’è aggiunta la tripla A austriaca)hanno fortemente risentito dello sdrucciolamento economico, non riuscendo a centrare le stime auspicate nel piazzamento dei propri titoli di Stato.

Lo stesso premio Nobel Paul Krugman (ma di certo non serviva lui per accorgersene)intervenendo a Milano al convegno sui mercati finanziari sulla tenuta dell’euro, ha manifestato grande incertezza. ”Alcuni mesi fa l’avrei data al 50%, anche solo una settimana fa ero più ottimista. Ora si è tornati a una brutta impasse. ”Spiega infatti l’economista liberale, che se è necessario che la Bce metta un tetto ai tassi d’interesse per i paesi debitori, questo avrebbe come unico effetto di evitare una “crisi a catena” dagli effetti immediati, senza però risolvere alla radice il problema della svalutazione nei paesi periferici, che sono il cuore del problema. Fa eco anche George Soros, sostenendo che la Germania “sia allo stesso tempo la chiave e l’ostacolo principale”, perché il punto è che una maggiore flessibilità nelle richieste dei paesi debitori darebbe speranza al sud Europa, “ma la Germania è contraria”.

-l’altra faccia allo specchio-

Nell’aula del palazzo di vetro di New York, si è assistito al debutto anche del neo presidente egiziano Mohammed Morsi, capo dell’a sua volta neoeletto partito dei Fratelli Musulmani. Nella stessa location in cui Barack Obama e il premier britannico Cameron avevano annunciato il proprio sostegno alle “rivoluzioni arabe”, ecco che i figli di queste tempeste primaverili si affacciano in pompa magna allo scenario internazionale. Tutti presenti, nessuno escluso: Egitto, Libia, Yemen e Tunisia. Freschi di elezioni, non è stata fatta menzione dei paradossali scenari interni che, squassando con ondate di scoraggiante violenza in questi giorni i popoli medio orientali, stanno in realtà definendo e portando alla luce rapporti di dominanza importanti sulle aree strategiche interessate. Accontentandosi e volendo battere senza indugi sul ferro caldo delle neo avvenute elezioni rigorosamente democratiche, i suddetti presidenti hanno giocato la (anch’essa!) rassicurante carta delle credenziali moderate e della delineazione della nuova politica estera dei rispettivi governi. Sia il presidente Morsi, che lo yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi, che sono riusciti ad oscurare il discorso del presidente iraniano Ahmadinejad, hanno puntato su uno snodo comune: il problema palestinese. Morsi ha definito “vergognosi” gli insediamenti israeliani nei territori colonizzati ed ha proseguito augurandosi la “costruzione di uno Stato palestinese indipendente con capitale Gerusalemme”. Altro grande tema trattato all’unanimità è stato quello siriano. “Il massacro e la crisi umanitaria in Siria vanno fermati” ha affermato sempre Morsi, dicendosi oltretutto “contrario ad un intervento militare internazionale in Siria”, rinnovando il suo sostegno ai ribelli. Quando sul podio è salito Ahmadinejad, il clima è mutato celermente con un abbandono dell’aula da parte della delegazione americana ed israeliana(ufficialmente assente per l’osservanza dello Yom Kippur) in segno di protesta. Il discorso del presidente iraniano è stato definito “meno delirante del previsto”, ma comunque non astenuto dallo scagliarsi contro i “sionisti incivili” e “i poteri egemonici che intimidiscono l’Iran e cercano d’imporre le proprie idee al resto del mondo”, insultando persino chi lo ospitava.

Romano Bianchi